L’Italia sui banchi: un secolo di scuola

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Il Corriere della Sera  5.10.2015.  

La storia non passa soltanto dai licei. Una mostra racconta la formazione tecnica.  

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Che cos’era la scuola italiana, la scuola tecnica degli anni Venti, Trenta, Cinquanta. Se come diceva quel tale scrittore, la profondità si vede dalla superficie, basterebbe considerare la compostezza: la riga ben disegnata dei capelli dei maschietti, le treccine, le braccia conserte sul banco, le nuche delle fanciulle chine sul quaderno mentre il maestro di geometria controlla arcigno, i giovani in cravatta concentrati con serietà sul nodo marinaresco, centinaia di occhi attenti puntati sullo schermo della sala di proiezione (una sala cinematografica ad Alessandria a disposizione di una scuola tecnica negli anni Trenta!), l’eleganza del giovanotto sul trattore Landini, ancora la cravatta e la camicia sotto la tuta dell’aspirante potatore imbrillantinato… L’impegno del far bene le cose: apprendere un mestiere, con la dignità che spetta a chiunque voglia impararlo seriamente. La cultura del mestiere: il fabbro, il falegname, il contadino, il cameriere in erba e il gesto semplice (e geometrico) di apparecchiare una tavola. E poi il tipografo, il sarto… Chissà perché, guardando queste fotografie, vengono in mente due splendidi versi di Paolo Conte, che si riferivano al mondo del boogie di provincia: «Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti». La scuola che insegnava il mestiere da professionisti, a trasformare la manualità in professionismo, la scuola che insegnava a fare bene le cose ed eventualmente a sbagliare da adulti. Le cose. Gli oggetti, la terra, il legno, la matita, la squadra, il ferro. La scuola che insegna a costruire con le mani, che si fa carico del ragazzo che vuole costruire se stesso nel costruire le cose basilari che servono agli altri, alla comunità. Compostezza, educazione, rispetto. È probabile che queste qualità non manchino ancora oggi, nella scuola italiana. Anzi, è sicuro. Come è probabile, anzi sicuro, che in mezzo a tutti quei Garroni ben vestiti e azzimati che vediamo nelle fotografie d’antan fossero nascosti i soliti Franti pronti a disobbedire e a far casino non appena messo via l’obiettivo. Può anche darsi che invece la superficie è solo superficie, e fuori da quelle fotografie c’erano disparità, diseguaglianze, discriminazioni, povertà, umiliazioni (anche quelle del regime mussoliniano). Resta però il fatto che osservate così, al netto di tutto, queste immagini evocano il famoso discorso del 1950, in cui Piero Calamandrei diceva che la scuola pubblica (sottolineato pubblica), in democrazia, deve «permettere a ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità».

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L’Italia sui banchi: un secolo di scuola ultima modifica: 2015-10-05T16:50:19+00:00 da Gilda Venezia

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