Maestro d’infanzia o elementare. Un mestiere che fa bene a noi maschi

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di Antonella De Gregorio ,  Il Corriere della Sera  1.10.2015.  

L’invito di un insegnante: «Ragazzi, mettiamoci in gioco,
è questo il vero laboratorio dove si costruisce la società»

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Sono diventato maestro di scuola dell’infanzia nel 1980, partecipando al primo concorso statale aperto agli uomini di una scuola che nel linguaggio corrente, ancora adesso, si chiama materna. La direttrice della scuola a cui venni assegnato mi ricevette preoccupata domandandomi, con aria grave: «Come mai lei è finito qui?» Risposi che mi piaceva stare con i bambini e lei mi guardò stupita aggiungendo: «Questo non me l’aspettavo». L’aria di compatimento con cui accompagnò quel mio arrivo nella sua scuola ben rappresenta il pregiudizio secondo cui gli uomini non sono adatti a stare con i bambini piccoli o, peggio, se lo fanno sono dei mezzi falliti. Tra scuola dell’infanzia ed elementare, sono 37 anni che insegno e mi capita sempre più spesso di consigliare il mio lavoro a giovani amici per due motivi: perché ritengo che questo mestiere faccia bene a noi maschi e perché penso che, a bambine e bambini, confrontarsi con figure adulte diverse aiuti il loro scoprire il mondo.

Quando parliamo di maschile e femminile, stereotipi e banalità sono sempre in agguato, ma ho diverse ragioni per dire che a noi maschi può far bene lavorare con i bambini. Quello della maestra o maestro elementare è un mestiere difficile ma, quando cerchiamo di farlo bene, dobbiamo intrecciare continuamente la capacità di cura con l’amore per la conoscenza, la curiosità verso il mondo e l’attenzione concreta a ciascun bambino noi si abbia di fronte. È dunque un mestiere che ci mette continuamente in gioco. Sappiamo che mantenere costante l’attenzione all’altro, lavorare sulla durata ed essere disposti, nelle relazioni, a rinunciare a ciò che avevamo programmato per dare voce e seguire proposte che non vengano da noi, non è propriamente il nostro forte, come maschi. Ma proprio in questo i bambini ci possono essere d’aiuto, perché danno e pretendono affetto e presenza a viva forza. L’elementare, inoltre, è l’unica scuola in cui è previsto un tempo per programmare e ragionare sul nostro lavoro, farci domande sui bambini, elaborare e condividere proposte didattiche discutendo in gruppo. L’avere nell’orario di lavoro un tempo per cooperare tra insegnanti nella scuola primaria, dovrebbe farci ragionare sul fatto che certo non è un caso che le scuole che funzionano meglio sono quelle in cui c’è maggiore collaborazione e scambio tra docenti.

Nelle scuole dei più piccoli la prevalenza femminile è quasi totale. Sarebbe allora assai interessante e utile che professori di medie e superiori (e magari anche qualche universitario) andassero di tanto in tanto ad imparare dalle maestre, che meglio di loro sanno ascoltare gli allievi a cui fanno scuola e meglio di loro costruiscono percorsi di ricerca e apprendimento il cui conoscere il mondo non è separato dal conoscere se stessi. Nella scuola elementare, inoltre, ci sforziamo a non separare la costruzione del sapere dalla costruzione di una comunità in cui si impara gli uni dagli altri, valorizzando gli apporti diversi di tutti. Che noi maschi si resti fuori da questo prezioso laboratorio di costruzione della convivenza presente e futura è un vero peccato e credo sia anche un danno sociale. Ci sono analisi puntuali e rigorose sulla portentosa macchina da guerra di indicatori di futuro, costituita dalla miriade di stereotipi da cui è circondata l’infanzia riguardo ai ruoli sessuali, da quelli macroscopici che troviamo in un qualsiasi negozio di giocattoli, ai più sottili, che si insinuano tra le pagine dei libri di testo, analizzando molti dei quali Irene Biemmi, in un interessante studio sull’educazione sessista, ha contato 50 professioni attribuite ai maschi e solo 15 alle femmine, tra cui prevalgono, “naturalmente”, quelle legate alla cura.

Se avessimo il coraggio di sparigliare un po’ le carte sarebbe interessante domandarci quanto l’assoluta prevalenza di figure femminili nella maggior parte delle scuole non induca molti maschi a pensare che la conoscenza e lo studio, la pazienza del soffermarsi sulle cose e il prendersi cura della crescita degli altri lavorando sull’ascolto e la reciprocità, cioè le due tensioni che stanno alla base di ogni buon processo educativo, siano cose da donne. Molte statistiche ci dicono che, se esaminassimo solo i risultati delle ragazze, l’Italia sarebbe ben piazzata quanto a conoscenze e competenze, perché sono i maschi a farci precipitare nelle medie internazionali. E allora, per ragionare con serietà sul dramma dei due milioni e mezzo di giovani che non lavorano e non studiano, domandiamoci se la loro rinuncia allo studio non dipenda anche da stereotipi sessuali che portano troppi ragazzi maschi a non credere più alla conoscenza e allo studio come terreno propizio per costruire il loro futuro.

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