Merito. Quello che nessuno dice o ha il coraggio di dire.

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Alcune considerazioni sul merito e sul demerito nella scuola.

dalla Gilda degli insegnanti di Venezia, maggio 2015

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Da almeno 20 anni si è imposta diffusamente l’ideologia della cosiddetta meritocrazia. Tralasciando gli aspetti critici tecnici ed epistemologici (il potere del merito purtroppo non esiste in nessun sistema sociale esistente..) il concetto di merito è stato utilizzato per costruire una “scienza” con  caratteristiche apparentemente oggettive fondata su test, verifiche, relazioni, report, griglie di valutazione, analisi di costi-benefici, ecc. che affida il vero potere ai valutatori, una sorta di aristocrazia tecnocratica che decide, in applicazione degli algoritmi adottati nei processi di valutazione, merito e non merito, buono e cattivo nei sistemi di produzione. A nulla valgono le evidenti storture, errori e aporie nei processi di valutazione “oggettiva”. Si pensi solo alle imbarazzanti performance delle società di rating durante la crisi economica attuale e che continuano a dare voti e pagelle alle economie dei paesi del mondo in nome di presunte valutazioni oggettive la cui base è determinata da un unica visione del sistema economico basata su semplici convenzioni (si veda la centralità del PIL nelle dinamiche del ciclo economico).

Nella scuola italiana il concetto di valorizzazione del merito è entrato nel vocabolario delle riforme con Berlinguer e si è poi evoluto nel tempo dando per scontato che ci siano insegnanti (pochi) bravi da premiare di fronte ad una maggioranza di insegnanti mediocri. Da questo assunto si sono definite svariate proposte su chi dovesse identificare la quota degli insegnanti bravi e meritevoli (il test di Berlinguer, l’uso dei test Invalsi, le funzioni accessorie affidate ai docenti, il parere dell’utenza, ecc.ecc.).

La riforma della scuola di Renzi cerca di imporre soluzioni che rappresentano la sintesi delle varie ipotesi di valorizzazione del “merito” che si sono succedute negli ultimi anni e che hanno avuto come paladini i fratelli Ichino, Abravanel, Treelle, la Confindustria e altri enti spesso autoreferenziali e portatori di visioni aziendaliste e tecnocratiche del “servizio” scolastico e della società nel suo insieme.

Senza entrare nello specifico dei contenuti inseriti nel DDL di Renzi (Preside Manager, albi o ambiti territoriali, scelta degli insegnanti da parte della scuola, comitato di valutazione con genitori e studenti, 200 milioni per il merito, ecc.) il provvedimento basa la sua logica di fondo sul concetto di organico dell’autonomia organizzato in ambiti territoriali da cui il dirigente scolastico può attingere per scegliere gli insegnanti più adeguati al progetto dell’offerta formativa della scuola. In concreto il dirigente potrà sbarazzarsi dei docenti che a suo avviso (o ad avviso di un ancora incerto comitato di valutazione) non sono compatibili con la “sua” scuola e con il “suo” progetto didattico o che, anche per situazioni soggettive non garantiscono continuità di lavoro o obbedienza alla direzione (si pensi ai titolari o beneficiari della legge 104, alle insegnanti in periodo di maternità, ai sindacalisti troppo antagonisti, ecc.ecc.). I docenti espulsi dalla scuola verrebbero inseriti nell’ambito territoriale alla ricerca di un dirigente che li vuole accogliere dopo aver valutato il loro stato di servizio e il loro curriculum. E’ troppo facile immaginare che si creeranno scuole ghetto nelle lontane periferie della provincia dove saranno collocati i docenti meno richiesti o più scomodi per la felicità dei poveri studenti e del dirigente ivi incaricato. Si costruirà nel giro di pochi anni una sorta di graduatoria tra scuole di livello diversificato privando la totalità degli studenti del diritto di avere in ogni contesto una scuola statale pubblica di qualità. Tale visione è alla base del definitivo processo di destrutturazione della scuola statale verso una palese privatizzazione del “servizio”, privatizzazione accentuata anche dagli sgravi fiscali a favore dei trasferimenti dei privati alle scuole e dall’uso personalizzato del 5 per mille che favoriranno sicuramente le scuole più prestigiose, ricche e ben frequentate.

Il tutto per evitare di affrontare il vero problema: come affrontare e colpire il demerito. Per demerito nell’insegnamento non intendiamo certo il comportamento inaccettabile di chi non rispetta il contratto di lavoro (assenze ingiustificate, ritardi, omissione negli atti obbligatori, ecc.ecc.). In questi casi basta e avanza il decreto Brunetta che prevede nei casi più gravi la sospensione dal servizio e il licenziamento.

Il demerito che è alla base delle considerazioni che portano poi al mito della meritocrazia è quello relativo ai pochi docenti che sono in difficoltà nell’attività di insegnamento, che non sono in grado di gestire il rapporto e il dialogo educativo in classe, che dimostrano palese incompetenza nelle discipline insegnate, ecc. Sappiamo bene che in questi casi l’unico intervento ora possibile è quello di un ispettore tecnico che, verificate burocraticamente le contestazioni in merito alle capacità professionali, al massimo dispone il trasferimento d’ufficio ad altra scuola, spostando il problema senza risolverlo.

Il DDL risolve il problema dando facoltà al dirigente, passati i tre anni del progetto formativo di scuola, di non riconfermare il docente incapace. La soluzione è che troverà collocazione nelle scuole ghetto, senza risolvere alla radice il problema.

Manca il coraggio a questo governo come a tutti quelli che l’hanno preceduto di predisporre interventi specifici per affrontare tali situazioni. La soluzione sarebbe semplice: rafforzare la valutazione professionale esterna mediante un pool formato da ispettori e docenti della materia, un vero e serio comitato di valutazione che può sentire il parere delle famiglie e degli studenti e che abbia il potere non tanto di licenziare, ma di proporre/imporre percorsi di formazione per i docenti più fragili dal punto di vista della preparazione disciplinare e pedagogica e, nei casi più eclatanti, il collocamento ad altra mansione nella pubblica amministrazione.

E’ interesse di tutti i docenti, di tutte le famiglie e di tutti gli studenti che i pochi docenti che non sanno fare il loro mestiere siano tolti dall’insegnamento attivo. E’ diritto di tutti gli studenti, delle famiglie e di tutta la categoria dei docenti pretendere che tutti i docenti siano in grado di garantire standard professionali di qualità.

Il DDL risolve il problema in maniera semplicistica evitando di costruire un vero sistema di garanzia della qualità della professione docente che dovrebbe essere sostenuta anche mediante il riconoscimento di un codice deontologico professionale e di organi di autoverifica e autovalutazione della categoria (Consiglio Superiore della Docenza articolato in ambiti territoriali).

Di fatto si preferisce che sia la logica impersonale del mercato o personalissima del dirigente-capo a decidere piuttosto che rafforzare il concetto di responsabilità professionale. I risultati scolastici delle scuole non d’elite nei paesi anglosassoni sono imbarazzanti. Non crediamo che sia questa la strada da percorrere.

Gilda degli Insegnanti della Provincia di Venezia

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