Migrazione si poteva evitare almeno per posti sostegno. Quali aspetti positivi e negativi della riforma

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di Nino Sabella,  Orizzonte Scuola  19.8.2015.

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Tra gli aspetti positivi rientrano senza dubbio le numerose immissioni in ruolo effettuate in fase 0 e A.

Le altre immissioni da effettuare in fase B e C, invece, sono state concepite in modo tale da scontentare tutti i precari.

È innegabile che il maggior numeri di posti da assegnare in ruolo si trovi al Nord Italia, tuttavia il Governo ha fatto in modo che i posti esistenti al Sud, molti dei quali in organico di fatto soprattutto di sostegno, non sono stati resi disponibili per il piano straordinario. Il procedimento poteva essere senza dubbio migliorato, evitando lo spostamento di numerosissimi docenti al Nord, rendendo noti i meccanismi del programma informatico che assumerà i docenti e rendendo noti i posti da assegnare in fase B dopo le fasi  0 e A.  Quanto alla “salvifica” fase C del piano straordinario, gli esponenti del Governo continuano a sbandierare il fatto che nella suddetta fase moltissimi docenti saranno assunti in ruolo nella provincia indicata come prima, che nella maggioranza dei casi coincide con la provincia di residenza e/o di iscrizione in GaE. Lo hanno ripetuto così tante volte che diversi colleghi hanno dimenticato che sarà una sede/provincia provvisoria, sperando di essere assunti in tale fase. I membri del Governo tralasciano di dire una cosa di fondamentale importanza: solo per pochissime classi di concorso, con il piano di mobilità straordinaria per l’A. S. 2016/17,  ci sarà la possibilità di posti al Sud per i neo immessi; per la maggior parte delle classi di concorso invece tale possibilità non ci potrà essere che fra una decina d’anni. Basti pensare alle classi di concorso A017, A019, A060, A028… Anche i neo immessi sul sostegno potranno dimenticare di avere come sede definitiva un ambito territoriale/provincia coincidente con la propria residenza, in quanto preceduti da moltissimi colleghi con numerosi anni di ruolo alle spalle e che da tempo cercano di rientrare. Alla luce di ciò ossia alla luce di dati oggettivi e’ incomprensibile come il Governo faccia finta di non capire o ometta delle verità fondamentali per la vita di migliaia di docenti e famiglie del Sud.

Più si legge la Riforma, più ci si convince che essa non è stata voluta dal Governo sulla base di una propria visione di Paese e di sistema d’Istruzione, al contrario essa sembra essere la naturale conseguenza della sentenza della Corte europea sul precarito.

La tanto sbandierata autonomia scolastica sarà attuata tanto quanto fatto in passato, poiché quanto scritto nel testo non porta nulla di nuovo se non qualche aspetto irreazzibile: cito ad esempio l’incremento del tempo scuola senza ulteriore aggravio per la finanza pubblica. Vero è che in ogni scuola ci saranno docenti in più ma è altrettanto vero che potrebbero non rendere possibile il suddetto potenziamento, non riuscendo a coprire gli insegnamenti curricolari, dal momento che sono stati assunti sulla base delle richieste delle Scuole attinenti al potenziamento dell’offerta formativa e non all’incremento del tempo scuola.

L’altro strumento di punta dell’autonomia renziana, ovvero l’aumento dei poteri dei Dirigenti, che dovranno “cercarsi” finanziamenti e docenti, potrebbe divenire fonte di illeciti e infiniti contenziosi, oltre ad avviare un processo di privatizzazione della scuola pubblica. Al riguardo, basti pensare alla chiamata diretta dei docenti, che rischia di fondarsi più che sulle competenze dei singoli docenti sulle conoscenze personali. Perché lasciare ampia discrezionalità ai Dirigenti che possono affidare l’incarico anche tramite colloqui?  La chiamata diretta poteva essere legata esclusivamente alle attività previste nel P.O.F. e sulla base dei punteggi acquisiti dai singoli insegnanti inseriti negli ambiti territoriali. Il fatto che il D.S. scelga i docenti, più che rafforzare l’autonomia, sembra  certificare il fallimento dei canali nazionali di reclutamento. Vero è che vi sono docenti più o meno bravi ma ciò non vuol dire che i meno bravi debbano essere lasciati fuori dalle scelte dei dirigenti. Anche perché potrebbe innescarsi un meccanismo di emarginazione riguardante i docenti assegnati d’ufficio dall’USR.

L’introduzione di insegnamenti opzionali nelle scuole secondarie di II grado, scelti dagli studenti,  non si comprende come possa attuarsi senza ulteriori spese, considerato che i docenti impiegati nel potenziamento appartengono a classi di concorso uguali a quelle dei docenti curricolari e che le scelte, se veramente opzionli, potrebbe ricadere su discipline differenti da quelle che potrebbero impartire i docenti curricolari  in organico.
E ancora i finanziamenti dei privati alle scuole vanno, come la chiamata diretta, nella direzione di una privatizzazione della Scuola Pubblica, visione questa che non si sa quanto possa essere condivisa dai cittadini, che questo governo non lo hanno nemmeno votato.

Altro elemento tanto acclarato riguarda l’edilizia scolastica. Nella legge 107/15 si prevede la realizzazione di “scuole innovative”, mentre la maggior parte  delle scuole esistenti non ha nemmeno i requisiti minimi di sicurezza per i nostri ragazzi; è previsto un monitoraggio dei soffitti, intanto questi continuano a crollare.

Passiamo al Piano digitale: mi chiedo come si possa scrivere di realizzare un Piano digitale quando nella maggior parte delle scuole, almeno quelle siciliane, vi sono ancora problemi di connessione e in alcune realtà non esiste nemmeno un’aula informatica o non si riesce ad accedere regolarmente alla rete Internet.

Con grande rammarico, visto che l’attuale governo avrebbe realmente avuto la possibilità di realizzare un’ottima riforma della scuola, penso che molto delle cose scritte nella Buona scuola non saranno attuate per mancanza di risorse o perché impossibili da realizzare praticamente.

Altro elemento cardine della Riforma avrebbe dovuto essere la meritocrazia. Un sistema meritocratico non può certo essere alimentato dalle poche risorse messe a disposizione dal Governo ne’ può fondarsi su una valutazione dei docenti effettuata dal solo DS sulla base di criteri stabiliti dal comitato di valutazione. Trattandosi di una professione in cui entrano in gioco vari fattori quali l’utenza, il contesto socio-economico e culturale in cui si opera, il numero di alunni per classe, la presenza di disabili…,  la valutazione dei docenti dovrebbe essere frutto in parte dai risultati conseguiti dagli allievi nel breve e medio periodo e in parte alle valutazioni del Dirigente, dei Docenti stessi e dei Genitori degli alunni.

Provvedimenti veramente incisivi per modificare il nostro sistema di Istruzione nella legge 107/2015 non se ne individuano. La nostra scuola dovrebbe preparare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, intrecciando con quest’ultimo legami più forti e collaborativi; dovrebbe essere più vicina al mondo dei giovani, ai loro interessi e modi di pensare e apprendere; dovrebbe adattare la didattica alle nuove tecnologie e ai nuovi  media, lasciandosi alle spalle il metodo di insegnamento tradizionale, che considera gli alunni soggetti passivi nei processi di insegnamento/apprendimento. Gli alunni dovrebbero essere realmente i protagonisti dei processi d’apprendimento e gli insegnanti delle guide, dei mediatori del sapere che deve essere, a sua volta, frutto di processi di ricerca e problematizzazione considerata la complessità della società contemporanea. Tutto ciò implica una modifica radicale dei contenuti proposti, del modo di farli acquisire e della formazione della classe docente, le cui competenze ormai non possono essere soltanto disciplinari e didattiche ma anche informatiche, linguistiche, digitali e ancora attinenti all’integrazione e alla multiculturalita’.

È’ chiaro che una vera e buona riforma della scuola non si può effettuare senza investire risorse economiche come hanno preteso di fare negli ultimi decenni i nostri governanti.

 Non si può pretendere di avere docenti motivati con stipendi bassissimi e con una scarsissima considerazione sociale. Non si può migliorare l’offerta formativa diminuendo le risorse a disposizione. Non si può pretendere che le scuole facciano dei progetti o realizzino laboratori per l’occupabilita’, come si legge nella Buona Scuola, senza aggravio di spesa e con la collaborazione degli enti locali che, com’è noto, sono al collasso economico. Non si può pretendere il buon funzionamento delle istituzioni scolastiche tagliando i posti del personale ATA e prevedendo una dematerializzazione delle segreterie scolastiche attualmente impossibile da realizzare.
La verità è che la Scuola , da diverso tempo, è considerata come un Bancomat, un comparto da cui attingere facilmente risorse con i risultati che sono sotto gli occhi tutti: a livello europeo non siamo certo ai primi posti riguardo all’Istruzione.

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