Milano, gruppi WhatsApp senza regole: nelle scuole arrivano i corsi per mamme e papà

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di Tiziana De Giorgio,  la Repubblica di Milano, 12.10.2016 

– Incontri e consigli per un uso appropriato dei social. Il provveditore Bussetti: “Le scuole trovino il modo di sensibilizzare le famiglie sul tema”

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Dalle regole più elementari su questioni di privacy e tutela dell’anonimato dei bambini ai consigli per evitare litigi ed esasperare gli animi. Corsi e incontri per mamme e papà, all’interno delle scuole, per aiutarli a non fare errori sui social “seguendo semplici indicazioni di buon senso”. L’uso scorretto dei gruppi di classe su WhatsApp denunciato dai presidi di tantissime scuole, e sollevato da Repubblica , accende il dibattito nel mondo dell’istruzione e tra le famiglie. Mostrando come le chat collettive che ruotano attorno alla vita scolastica dei bambini – definite dai dirigenti scolastici come un “detonatore di problemi” – siano un tema particolarmente sensibile e vivo per i genitori.

E sulla questione, interviene il provveditore di Milano, Marco Bussetti: “Stiamo parlando di un uso distorto di un mezzo di comunicazione comunque positivo – spiega – ma visti i problemi che sta creando, forse sarebbe il caso che le scuole coinvolte trovassero il modo di sensibilizzare le famiglie sul tema”. Ma in che modo entrare in una sfera che non riguarda ciò che avviene fra le mura scolastiche e non coinvolge direttamente gli studenti? “Sarebbe opportuno affrontare la questione nelle assemblee di classe – aggiunge – oppure organizzare degli incontri per far capire cosa è dannoso”. Qualche esempio: nei gruppi di classe indicare nomi e cognomi dei bambini, facendo riferimenti a episodi accaduti in aula, può essere dannoso. “Può diventare discriminatorio senza che se ne rendano nemmeno conto”. Poi: meglio evitare, nella maniera più assoluta, i commenti. “I pareri personali rischiano di essere un boomerang in un contesto così – prosegue il provveditore – perché un conto è vedersi di persona, un altro è scriverli”. Ben vengano, quindi, tutte le questioni legate agli aspetti organizzativi. “Ma tutto il resto, meglio lasciarlo da parte”.

Nel frattempo, sono le scuole stesse a interrogarsi su quale sia la strada migliore per affrontare il problema. “Sarebbe bello poter fare dei corsi ad hoc, ma servirebbero dei fondi per questo”, spiega Laura Barbirato, del comprensivo Maffucci. Perché il tema è decisamente delicato: in questi ultimi anni gli istituti scolastici sono stati chiamati più volte a intervenire su casi di bullismo, o comunque su episodi spiacevoli, nati all’interno dei gruppi WhatsApp degli alunni. Difficile prendere provvedimenti, però, quando sono proprio i genitori a dare il cattivo esempio. “L’idea dei corsi sarebbe anche buona – commenta Giovanna Mezzatesta, a capo della Rinnovata – nella mia scuola di Bollate qualche tempo fa ci avevamo anche provato”. Peccato che a quegli incontri si siano presentate meno di dieci persone. “Il problema è che il genitore che si fa prendere dal trip di WhatsApp è convinto di saperlo usare – assicura – e difficilmente accetta consigli”.

Intanto, le segnalazioni sui problemi causati da uno strumento così utile per la gestione della vita scolastica dei bambini se usato in maniera corretta – ma allo stesso tempo così insidioso se utilizzato senza criterio – non si contano. E arrivano anche dai genitori stessi. “Abbiamo dovuto affrontare una situazione molto complicata su un disagio di un bambino che frequenta la nostra scuola – racconta Giovanni Lucci, rappresentante in consiglio d’istituto dell’elementare Casati, vicino a Porta Venezia – commenti inopportuni sulla chat di classe che hanno provocato problemi”. Senza contare il disagio quotidiano vissuto da chi vorrebbe usare i gruppi in maniera diversa e viene travolto da un fiume ininterrotto di messaggi, spesso pieni di veleno. “A fine giornata ti ritrovi con trenta, cinquanta notifiche. In tanti ormai preferiscono silenziare il gruppo. Ma è un peccato”.

Anche le associazioni dei genitori intervengono: “Questi gruppi hanno un merito indiscutibile, quello di creare una rete, un senso di appartenenza e nessuno ha il desiderio di criminalizzarli o di censurarli – commenta Antonio Affinita, direttore generale del Moige – ma conoscerne l’utilizzo corretto è sicuramente importante”. Gianni Alberta, dei Genitori Democratici, va oltre: “Forse una riflessione su questo tema può essere l’occasione per ripensare al ruolo di ognuno e per recuperare il valore di un rapporto faccia a faccia”.

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