No. Non si poteva fare peggio

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di Teresa D’Errico,  ReteScuole  29.11.2016

–  La “Buona Scuola” ha destrutturato il senso e il valore della preziosa relazione tra insegnamento e apprendimento, snaturando entrambi i concetti.

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Vari e irrimediabili sono i colpi assestati alla funzione docente. Esaminiamone alcuni.

  1. I potenziatori ovvero i docenti dell’organico dell’autonomia sono insegnanti?

Il massiccio blocco di assunzioni decretato dalla riforma Giannini si è trasformato in un atto di vilipendio nei confronti di quanti hanno creduto di essere regolarizzati in servizio come docenti e, invece, hanno scoperto di essere demansionati a meri “tappabuchi” destinati a coprire le eventuali ore di supplenza in orario curriculare. Nelle scuole in cui, invece, con zelo, si è cercato di dare un senso alla legge 107/2015 i dirigenti hanno impiegato i potenziatori in orario pomeridiano, organizzando progetti extracurriculari, ma, appunto per questo, solo facoltativi – e, pertanto, non sempre frequentati dagli alunni –  o, comunque, in effetti, rivolti ad un numero esiguo di volenterosi discenti. Oppure, con inventiva e creatività, alcuni presidi hanno pensato di operare una semplicistica fusione tra situazioni di fatto (presenza di personale in esubero – appunto, i potenziatori – senza concreti compiti) e adempimenti burocratici (espletare comunque l’alternanza scuola-lavoro anche in mancanza di effettive possibilità si svolgerla, per assenza di aziende sul territorio o per la scarsa disponibilità a dare seguito al progetto, da parte di quelle presenti). Tuttavia lezioni, per esempio, di diritto, sul mercato del lavoro ( a giovani che forse andranno all’estero per trovarlo) e sul valore fondante della Costituzione (che questo governo si sta adoperando per cambiare) sono davvero ascrivibili al concetto “alternanza suola-lavoro” o, forse, restano, più propriamente, solo delle lezioni?

Ebbene questo accade a scuola oggi. Quindi i potenziatori assunti con contratto triennale rinnovabile a discrezione dei dirigenti scolastici non sono propriamente definibili docenti: non hanno le loro classi, non hanno una continuità didattica, lavorano a progetto, sono dei co.co.co eufemisticamente ribattezzati con enfasi “personale dell’organico dell’autonomia”.

2 . La formazione obbligatoria forma?

Le recenti indicazioni sulla formazione obbligatoria, strutturale e permanente del personale docente, riassunta in 88 pagine colorate e pubblicate dal MIUR a firma “La Buona scuola” – senza però la precisazione dei nomi e dei cognomi di quanti hanno elaborato tali linee guida –  sottolineano l’improrogabile necessità di fare aggiornare i docenti italiani. E la ministra Giannini, intervistata sull’argomento, ha messo in evidenza l’opportunità che gli insegnanti italiani tornino “sui banchi di scuola”. A dire il vero, chi insegna nello stesso tempo impara e  il modello del docente che parla ex cathedra è stato ampiamente superato, come la recente pedagogia dimostra, ma forse la ministra non se ne è accorta. Se, poi, entriamo nel merito del concetto di “formazione”, così come è delineato nel documento diffuso dal MIUR, si percepisce qualcosa di davvero stridente con l’idea stessa di scuola. L’aspetto principale che viene sottolineato nel testo ministeriale è l’allineamento delle metodologie agli imprecisati standard europei con conseguente celebrazione del tecnicismo didattico affidato al taumaturgico potere delle tecnologie digitali, e palese apologia del “coding” e dello stimolo alla creatività che deriverebbe dal pensiero computazionale. Non mancano, inoltre, espressioni e termini mutuati dal lessico economico e specifico del marketing: capitale umano e professionale invece di insegnanti; della formazione si parla in termini di investimento; la priorità indiscussa è la crescita del Paese, il suo sviluppo economico. E sull’altare dell’economia, il cui volano diventa, quindi, la scuola, si sacrifica il senso puro della ricerca, che viene promossa e incentivata solo se si trasforma in “azione”. Si tratta di un prometeismo dal vago sapore faustiano cha ha dell’incendiario! Non c’è da stupirsi. Un governo che all’atto del suo apparire individuò come inno identificativo la canzone “We are young” dei Fun – varie registrazioni televisive hanno immortalato questo sottofondo musicale – deve far riflettere. Questa scelta non sorprende solo per l’esaltazione della giovinezza eletta a “primavera di bellezza” e a espressione di forza onnipotente – si pensi al ritornello del testo dei Fun: stanotte siamo giovani, diamo fuoco al mondo, possiamo bruciare più luminosi del sole” – ma colpisce soprattutto per il senso del febbrile attivismo che “We are young” evoca e che, di fatto, sta travolgendo l’intero Paese: l’Italia come su un tapis roulant corre, corre verso una meta che, però, non c’è. Ebbene la scuola sta correndo, è attraversata da un’ansia di cambiamento: non importa se il cambiamento è un peggioramento e lascia dietro di sé macerie, quello che conta è il restyling.

C’è di più. Per ottemperare al dovere della formazione – obbligatoria in tre ambiti ritenuti imprescindibili per la modernizzazione della scuola italiana: didattica inclusiva, inglese, informatica – i docenti saranno costretti a abbandonare l’approfondimento e lo studio delle loro discipline, per sforzarsi di diventare bravi informatici o esperti in lingua straniera, anche se insegnano latino e italiano; non potranno seguire corsi di aggiornamento relativi alla materia che insegnano, preoccupati dal fatto che, senza le certificazioni attestanti l’avvenuta formazione negli ambiti obbligatori, potrebbero perdere il loro posto o essere trasferiti in una delle scuole della rete, anche la più distante dalla loro residenza. Si profila, infatti, uno scenario di questo genere: se un dirigente dovesse scegliere un docente di Storia e Filosofia, o di Matematica e Fisica, sarà tenuto a motivare la sua decisione non a partire dalle competenze disciplinari o dai titoli culturali dei singoli insegnanti, bensì dalle certificazioni linguistiche e informatiche, o da altre priorità suggerite nel piano ministeriale; un bravissimo docente colto, esperto, didatticamente efficace, ma con minori certificazioni, rischierebbe così di essere scavalcato.

Infine, con abilità trasformistica, il Miur, nel noto documento sulla “scuola digitale” diffuso in rete, afferma anche, in merito alle azioni formative, che “l’obbligatorietà non si traduce … automaticamente in un numero di ore da svolgere ogni anno”, ma va attuata “su temi differenziati e trasversali, rivolti a tutti i docenti della stessa scuola, a dipartimenti disciplinari, a gruppi di docenti di scuole in rete, a docenti che partecipano a ricerche innovative con università o enti, a singoli docenti che seguono attività per aspetti specifici della propria disciplina”.

Insomma, persino chi ha redatto le prescrizioni del Piano Nazionale Scuola Digitale si è reso conto che la formazione non è fatta di un quantum di ore, bensì ha una sua quidditas da difendere che non può assolutamente prescindere dal campo della ricerca e della cultura!

3. La legge 107 premia il merito?

Le capacità didattiche di un docente non sono valutabili oggettivamente e perciò il “merito” didattico non è quantificabile. Molti dirigenti, quindi, hanno superato questa obiettiva difficoltà premiando con il bonus quanti si sono impegnati – spesso al di là del loro orario lavorativo – in attività extradidattiche, in una scuola “ombra”, in effetti “parascolastica”. Nulla quaestio, ma non lo si chiami “merito”. Si tratta di straordinario, che va retribuito, certamente. Ma non è un merito “fare altro”, piuttosto che educare. Gli insegnanti nascono per insegnare. Se fanno altro, non insegnano. Vanno pagati per il loro “fare altro”, ma non per il loro “merito”. È una questione di uso appropriato della lingua italiana.

Assodato che la legge 107, quindi, non premia il merito, ma retribuisce le ore di lavoro straordinario svolte da quanti preferiscono uno slittamento dalla docenza alla burocrazia, resta da chiarire che cosa sia questo sottobosco che si nutre a carico dei contribuenti italiani, che è sostenuto dal MIUR, cioè dal governo, e che costituisce una dimensione parascolastica che la 107 alimenta e incrementa.

In tempi non sospetti Galli della Loggia scrisse: non sapete cosa sono i POF? Male: sono i “piani dell’offerta formativa”, che ogni istituto deve approntare per rendere la scuola “moderna” e “aperta all’esterno”, in attuazione della visione del mondo dei pedagogisti postsessantotteschi che da decenni impazzano al Ministero. Cioè i Pof e i “famigerati” progetti sono i responsabili di quella specie di scuola ombra “aggiornata” e “divertente” – fatta di corsi di arabo, lezioni di nuoto, conferenze sugli Ogm o sul multiculturalismo, settimane bianche, proiezioni di film, avvio allo studio della chitarra – che è cresciuta a dismisura accanto alla polverosa scuola ufficiale, mangiandosene anche le ore di lezione. E soprattutto delegittimandola alla radice: libri? professori? ma via! (E. Galli Della Loggia, “Abolire i POF”, in “Calendario”, rubrica del “Corriere della Sera”, 29.03.2007)

Certo, l’articolo di Galli Della Loggia non è aggiornato: i pof sono diventati ptof, la scuola “divertente” abolisce il latino o lo fa imparare a fumetti, e visto che è moderna svolge le prove INVALSI che sono più oggettive dei temi!

4. Perché il Miur impone il principio della valutazione degli insegnanti?

Certo, lo stereotipo del funzionario pubblico è quello del parassita, l’insegnante, poi, nell’immaginario collettivo è quello che ha tre mesi di ferie e vive a carico della nazione che paga le tasse per mantenerlo!

Il particolare disfunzionale dei pochi inadempienti è stato espressionisticamente elevato a modello standard di un’intera categoria e la legge 107 ha tradotto l’odio sociale verso una classe docente – ritenuta “fannullona perché, tanto, ha lo stipendio sicuro a fine mese!” – in una normativa fondata sul principio della discriminazione sociale.

Gli insegnanti vanno valutati. Come? Per esempio, in base ai test INVALSI, sui cui esiti, però, come è noto, incidono una serie di variabili non certo riconducibili alla sola qualità dei processi di insegnamento.

Il principio della valutazione di una categoria professionale ha una sola spiegazione: creare spaccature fra scuole, subordinare ancora una volta la scuola a logiche a lei estranee, strumentalizzare i docenti, mero medium per il conseguimento di fondi da assegnare alle scuole in base agli esiti dei test INVALSI, creare scuole di eccellenza e scuole di serie B. Secondo i principi della legge 107, quale dirigente chiamerà mai l’insegnante “marchiato” da esiti negativi alle prove INVALSI? Poco importa se a quel docente è stata assegnata una classe-ghetto di un istituto professionale di un paese dell’entroterra del profondo Sud, che non potrà, per forza di cose, raggiungere gli stessi risultati di un ginnasio metropolitano, di una Milano dall’ineguagliabile efficientismo di matrice asburgica. Nessuno considera, però, che i test INVALSI sono uguali ovunque, omologano situazioni geoculturali, non tengono conto delle differenze.

E il docente che ha avuto una valutazione negativa, che non ha ricevuto l’investitura del bonus premiale, perché mai dovrebbe ancora circolare nel mondo della scuola? Poco importa se quel docente ha manifestato con onestà intellettuale il suo dissenso nei confronti delle direttive del dirigente, esponendosi al rischio di espulsione: la legge 107 consente questo, il dirigente può camuffare la propria insofferenza a docenti dissenzienti, dichiarando di allontanarli perché non più funzionali rispetto al piano d’indirizzo della scuola. Naturalmente la parola “funzionalità” va tradotta come “passiva accettazione”.

I risultati dei test INVALSI, e il conseguimento dei bonus premiali stanno diventando i banchi di prova della qualità professionale dei docenti italiani.

L’altra faccia della valutazione è la discriminazione. Il docente non premiato, l’espulso, quello che vaga nell’organico di rete, quello senza collocazione, lo scarto, il diverso rispetto a un sistema che non ha regole oggettive – perché non c’è nulla di oggettivo nelle prove INVALSI o nell’attribuzione dei bonus – per quanto tempo vagherà nel vuoto, in attesa di chiamate che non verranno… Decadrà dal servizio? Questo è il senso ultimo della valutazione? E tutta la responsabilità  ricade sui presidi: loro assumono, loro premiano, loro riducono l’orario di servizio, loro legittimamente demansionano, loro allontanano.

Insomma, bisognava gratificare l’opinione pubblica che voleva e vuole vedere gli insegnanti equiparati agli altri lavoratori dipendenti. E del resto la chiamata diretta dei dirigenti scolastici, l’ampia discrezionalità dei loro poteri nella selezione del personale da assumere, la facoltà di poter allontanare dalla scuola insegnanti ritenuti non più funzionali al piano dell’offerta formativa, al di là di vincoli legati all’anzianità di servizio o ai titoli culturali, sembrano voler trasferire la logica del jobs act al mondo della scuola, trasformando i dirigenti in manager e i docenti in dipendenti.

Comunque, la scuola continua a funzionare…nonostante la “Buona Scuola”! Passione, cultura, coraggio sono le parole d’ordine di molti, numerosissimi, insegnanti che credono nel senso profondo del loro lavoro.

 

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