Noi, maestri, dalla parte dei bambini

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di Antonella De Gregorio ,  Il Corriere della Sera  1.10.2015.  

Amati dai piccoli e stimati dalle colleghe: per quelli che resistono,
le gratificazioni sono tante. I racconti di quattro insegnanti di scuola primaria

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I maestri sono una rarità, e la ragione è chiara: perdita di prestigio sociale e stipendi insufficienti. Condizioni difficili, ma per chi «resiste» le gratificazioni sono tante. Lo scrive Franco Lorenzoni, diventato maestro di scuola dell’infanzia nel 1980, partecipando al primo concorso statale aperto agli uomini. Scrittore e maestro illuminato e appassionato, sta tra i banchi da 37 anni (prima in una scuola materna di Roma, poi un’elementare alla Magliana, a Rignano Flaminio, e dal 1980 a Giove, paesino di poco più di mille abitanti in provincia di Terni) perché «i bambini pensano in grande», come dice il titolo del suo libro appena uscito: una raccolta di dialoghi degli scolari su argomenti di un programma svolto ponendo questioni e lasciando elaborare soluzioni, intorno a temi che riguardano matematica, scienze, arte e storia. Un libro che contiene indicazioni concrete per un insegnamento innovativo; il diario, ricco di poesia, di un anno di scuola. Di persona, o tattraverso la parola scritta, Lorenzoni riesce a trasmettere la meraviglia del nascere di un pensiero e la consapevolezza che i bambini «hanno molto più da dare che da ricevere». L’idea che la classe sia punto di arrivo ma anche di partenza: per lezioni che vanno preparate, rielaborate, progettate, a volte sabati e domeniche inclusi, senza compensi extra.

«Il tempo per sè»

Certo, del tempo «per sé» di cui un insegnante può beneficiare si dice spesso. Tempo utile per aggiornarsi, «per scrivere libri, magari, o da dedicare alla famiglia», dice Sergio Colavecchia. Trentanove anni, venti di insegnamento all’Istituto Zaccaria di via della Commenda a Milano, dove è approdato dopo il liceo psico-socio-pedagogico. Per lui, tutto è iniziato con doposcuola e supplenze e i primi guadagni da studente universitario, diventati poi un lavoro per la vita. «Un lavoro non facile – dice – da fare con passione, se no si rischia di danneggiare i bambini. A prescindere che il maestro sia maschio o femmina». Anche se, dice, «le maestre sono vissute dai bambini quasi come un’estensione della madre e se ci sono maestri diventano per i piccoli figure di riferimento, e magari ti accorgi che è perché i papà nella loro vita sono assenti».

«Figlio d’arte»

All’insegnamento si è avvicinato in modo naturaleClaudio Montefusco, 60 anni, maestro alla primaria di via Bergognone a Milano: «figlio d’arte», cresciuto alla scuola della mamma che a Napoli aveva aperto un istituto privato, con 600 alunni. Come ci si sente? «Amati dai bambini: quando arriva un maestro impazziscono. Stimati dalle colleghe, seguiti (e anche giudicati)», racconta. Stereotipi? «Si certo, ne ho sentiti, visti tanti, anche tra i bambini, che magari dicono a una bimba “tu non puoi giocare perché sei una femmina”; o da parte di insegnanti, che per punire un maschietto esuberante lo fanno sedere di fianco a una compagna, “così si sente mortificato e fa il bravo”. Ma per lo più ma sono gli stessi che si trovano radicati nella vita quotidiana, più ancora che nella scuola: capita ancora di sentire genitori dire di una alunnapoco brillante negli studi “se non va avanti non importa, tanto poi si sposa”…».
Quando lui ha scelto le scuole magistrali (si chiamavano così), dei 33 alunni della sua classe, solo tre erano maschi («incluso uno che poi è diventato cantante, Enzo Avitabile», racconta).
I pochi che sceglievano quel percorso, avevano una vera passione, o dovevano prendere un pezzo di carta qualunque, in scuole che fossero meno impegnative di un liceo. «Poi magari andavano a fare gli impiegati», dice Montefusco. «Oggi che serve la laurea, chi sceglie l’indirizzo per insegnare lo fa forse con più consapevolezza».

«Una risorsa in più»

Carlo Bellisai, nato in Sardegna, maestro a Cagliari, è arrivato in cattedra (scuola dell’infanzia prima, primaria poi) dopo un corso per logopedista e sette anni di lavoro con bambini con handicap e problemi neurologici. «Mi hanno aperto nuove strade – racconta -. Da lì ho iniziato a capire che la mia esistenza, il mio lavoro, avrebbero sempre avuto a che fare con l’educazione». Diffidenze o pregiudizi nelle colleghe? «No, non ne ho mai percepite – dice -. Piuttosto ho notato che la presenza del genere maschile viene spesso considerata una risorsa in più». «In classe, ho sempre impostato un discorso basato sull’arricchimento che generano le differenze, che non sono mai solo di genere». Con i genitori? «Alla scuola dell’infanzia ci sono le paure: che un insegnante maschio non sia abbastanza dolce per il proprio figlio, che possa essere autoritario in modo troppo ruvido. Le stesse paure che, rovesciate, diventano le aspettative di chi vorrebbe un po’ di fermezza (che magari manca a casa), per tenere a bada i piccoli. Alla primaria è diverso: instaurato un rapporto educativo, con i genitori si parla più agevolmente, sono più interessati ai risultati, a eventuali problemi del bambino, i pregiudizi culturali vengono recuperati».

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