(Nuovo) esame di stato, il “presidente esterno” sarà l’Invalsi

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di Tiziana Pedrizzi,  il Sussidiario, 28.10.2016

– A proposito della delega prevista dalla legge 107 (“Buona Scuola”) sulla valutazione degli allievi e della struttura degli esami di stato. Il ruolo delle prove Invalsi

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Vale forse la pena di tornare a riflettere sulle proposte uscite dal Miur all’inizio di settembre in applicazione delle deleghe previste dalla legge 107 a proposito della valutazione degli allievi e della struttura degli esami di stato. Per quanto riguarda questi ultimi, ieri il Miur ha smentito con un comunicato alcune anticipazioni (il riferimento è all’articolo del Corriere della Sera uscito ieri, 27 ottobre 20916, p. 26), precisando che 1. “non c’è alcun cambiamento in vista per l’esame di Maturità del prossimo giugno. Soprattutto per quanto riguarda la composizione delle commissioni”, e che 2. “La legge delega in materia di valutazione è del resto ancora oggetto di consultazioni e non esistono testi definitivi”.

Sulla scorta di questa precisazione, alcune osservazioni su valutazione ed esame di stato restano comunque legittime.

A cominciare dal tormentone prove Invalsi­esami di stato. Metter dentro la prova per generare punteggio o escluderla perché ininfluente? La soluzione proposta sembra equilibrata: le prove saranno inserite oltre che al termine della terza media anche nell’ultimo periodo delle superiori (probabilmente, se le anticipazioni risulteranno confermate, al quarto anno), verranno sostenute dal singolo studente per via informatica, saranno adattive cioè ordinate per difficoltà senza separazione apriori fra gli indirizzi e si svolgeranno anche per la lingua inglese. Saranno condizione di ammissione all’esame, anche se non contribuiranno al punteggio ed il livello raggiunto dallo studente verrà collocato all’interno o in allegato al documento del diploma, costituendo in tal modo un punto di riferimento per scuole superiori, università e datori di lavoro.

E’ evidente in questo modo che il valore del punteggio d’esame ne viene, se non cancellato, fortemente depotenziato. Misura ormai strettamente necessaria, visto che lo scandalo delle differenze regionali fra i punteggi riempie ogni luglio le pagine dei giornali.

Da qualche anno la presenza di una prova standardizzata nel notoriamente ininfluente esame di terza media causa alti lai da parte di una percentuale di insegnanti e dirigenti, di cui in realtà non si è mai riusciti a misurare l’effettiva consistenza. In un paese in cui non sembrano mancare i difensori ad oltranza di qualsivoglia pezzo di passato, probabilmente inquinare con prove standardizzate il totem dell’esame di stato avrebbe provocato insorgenze. Separare dunque i risultati dell’esame da una dichiarazione chiara sui livelli che un giovane ha effettivamente raggiunto nelle competenze strumentali di base sembra non solo più diplomatico ma anche più efficace.

Per questa ragione le caratteristiche interne dell’esame (prove, commissioni) perdono oggettivamente di interesse, anche se su di esse si punta sempre l’attenzione della gente di scuola.

Doverosa l’abolizione della terza prova oramai del tutto screditata da una prassi che vede domande a risposta aperta, correzioni soggettive per non dir di peggio.

Come al solito, grande discussione sulle commissioni: interne o esterne? L’esternalità delle commissioni è un punto sensibile dei defensores temporis acti. Ogni tanto qualche governo per motivi diversi tenta di risparmiare cancellandole, ma deve recedere per il grande scandalo che se ne fa.

C’è chi rivendica il valore formativo di una prova che sembra essere l’unica di carattere iniziatico in tutto il troppo accudito percorso formativo dei nostri giovani. La commissione esterna sarebbe uno stimolo all’impegno. Ma cosa impedisce alla scuola di integrare il proprio stile “protettivo” con prove oggettive parallele, corrette non dal proprio insegnante, che preparino alle difficoltà della vita? E poi — spiace dirlo — questa funzione di arcigno esterno la ricopriranno le prove Invalsi.

Ma soprattutto c’è chi agita il problema di una parte delle scuole paritarie che sarebbe pronta — e lo è in effetti stata nel recente passato — a varare schiere di candidati impreparati. Qui viene ovvio richiamare la funzione del servizio ispettivo che si vuole ultimamente rivitalizzato. Se questo è un problema sistemico per il paese che impedisce una razionalizzazione dell’esame ed anche un risparmio economico, che ve lo si applichi!    Il testo della delega in preparazione (“ancora oggetto di consultazioni”, così il Miur), riguarda, come accennato, non solo gli esami di stato ma anche la valutazione nel primo ciclo; e le anticipazioni circolate, va detto, sembrano avere raccolto un sostanziale consenso.

Si abolisce la possibilità giuridica di bocciatura nella scuola primaria; da almeno due decenni è questa la tendenza dei sistemi scolastici europei. Non tanto sulla base di ipotesi pedagogiche sulla negatività della frustrazione in giovane età, quanto del fatto che già dagli anni 70 la ricerca aveva dimostrato che la ripetenza, soprattutto in questa fascia di età, non migliora gli apprendimenti. In realtà peraltro la normativa vigente in Italia rendeva da tempo le bocciature casi limite molto rari. Nella secondaria la possibilità rimane, ma viene limitata a casi specifici di particolare gravità e da motivarsi. In una fascia delicata di età in cui problemi comportamentali possono determinare da soli problemi di apprendimento e diventare virali se non adeguatamente sanzionati, il sistema in tal modo non si priva di possibili strumenti di regolazione.

La scala numerica da 1 a 10 ripristinata dal ministro Gelmini viene sostituita da una scala a 5 livelli espressa con le lettere ABCDE; le ultime due dovrebbero evidenziare livelli non soddisfacenti o non completamente soddisfacenti. Anche qui ci si rapporta ad uno standard internazionale che mira a limitare al necessario ed al ragionevole il numero dei voti, qualunque sia la forma numerica o alfabetica che possano prendere. Non può sfuggire infatti la difficoltà di individuare le effettive differenze fra l’1 il 2 ed il 3 e fra il 9 ed il 10.

Curiosamente questo cambiamento è stato da alcuni letto come un indicatore di lassismo oppure dal verso opposto apprezzato come segno di umanizzazione della valutazione in quanto impedirebbe medie arcignamente aritmetiche (cosa fa 5,75 più 6,15 diviso 2?). Poiché il tutto deriva dalle deleghe previste dalla legge 107, la scala numerica di dieci gradini rimarrebbe incongruamente nella scuola superiore.

Importante sembra la possibilità di indicare nella valutazione anche le carenze, in modo da permetterne la consapevolezza ed un eventuale recupero: misurare solo il processo, come spesso si afferma di voler fare nella scuola primaria, e non anche il risultato in realtà costituisce uno strumento di disequità sociale. Si potrà promuovere ed ammettere agli esami anche con l’evidenziazione delle carenze (livello D ed E): un bando finalmente all’ipocrisia che gli insegnanti sono stati obbligati ad adottare per evitare stragi di bocciature. La norma che prevede la promozione solo con il 6 non è infatti “naturale” come molti tendono a credere, ed altrove da anni avvengono passaggi con l’evidenziazione di limiti che rimangono però chiaramente dichiarati.

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