Padoan: «Niente ritocchi per l’Imu delle scuole paritarie»

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Il Governo non ha intenzione di cambiare ancora le regole sull’Imu delle scuole paritarie perché le due sentenze della Cassazione che hanno scatenato le polemiche nei giorni scorsi, polemiche respinte come «fuor d’opera» dallo stesso presidente della Suprema corte Giorgio Santacroce, avevano al centro la vecchia disciplina dell’Ici, giudicata dalla Ue come «aiuto di Stato incompatibile con il mercato interno».

Question time
Il chiarimento ieri è arrivato dal ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, in una risposta nel question time alla Camera che ha messo da parte le ipotesi di «nuove riflessioni», «norme interpretative» o tavoli tecnici ipotizzate la scorsa settimana anche da esponenti del Governo come il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini o il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti. Il problema riguarda l’Ici, è la linea fissata ieri dal titolare di Via XX Settembre, che era già stata bocciata dall’Europa, e quindi «non è necessario» un intervento sull’Imu, disciplinata invece nel 2012 proprio per respingere le obiezioni comunitarie. Il «chiarimento definitivo» di Padoan piace all’ex ministro delle Infrastrutture e ora capogruppo di Area Popolare Maurizio Lupi, il quale nella replica ha sostenuto che «l’Imu non deve essere pagata dalle scuole paritarie a condizione che l’educazione sia gratuita o che la retta non ripaghi per intero il costo di gestione dell’istituto», e soddisfazione è stata espressa anche da Paola Binetti, sempre di Area popolare, che chiede all’Economia di «emanare una direttiva agli enti locali».

La distinzione su cui Padoan ha poggiato l’intenzione del Governo di non rimettere le mani su un tema ad alta tensione politica è senza dubbio corretta, perché le due sentenze della Cassazione hanno rimandato al mittente, cioè al giudice di secondo grado, le pronunce con cui si garantiva l’esenzione Ici nel 2004-2009 a due scuole livornesi, contro l’opinione del Comune.

Allarme dopo le sentenze
A scaldare però il dibattito, e soprattutto a preoccupare i titolari di scuole paritarie, è stato il ragionamento svolto nelle sentenze, che a giudizio di molti potrebbe far traballare anche le nuove regole sull’esenzione. Per evitare l’Ici, spiegano le sentenze, è indispensabile che l’immobile sia occupato da una delle attività considerate dal fisco “meritevoli” di un trattamento di favore (sono elencate all’articolo 7 del Dlgs 504/1992), e per essere tali le attività devono essere svolte con «modalità non commerciali». Qui sta il punto perché, prosegue la Cassazione, l’esistenza di una retta rappresenta in sé «un fatto rilevatore dell’esercizio dell’attività con modalità commerciali».

In linea con la riforma
Il ragionamento svolto dai giudici, relativo all’Ici, è in linea anche con la “riforma” dell’Imu per il terzo settore approvata dal Governo Monti nel decreto legge 1/2012, ma è il suo regolamento attuativo a sollevare più interrogativi. Nelle regole fissate dall’Economia nel Dm 200/2012, infatti, la retta non basta a qualificare l’attività come «commerciale», perché viene messo in campo un parametro diverso fondato sul «costo medio per studente» pubblicato dal ministero dell’Istruzione, e calcolato dall’Ocse: l’esenzione è garantita finché la retta media chiesta agli iscritti non supera questo «costo medio», che varia dai 5.739,17 euro degli asili ai 6.914,17 euro delle superiori e misura gli oneri complessivi dell’istruzione a carico delle finanze pubbliche e private.

Tutto questo è contenuto nel regolamento ministeriale, e non nella legge primaria che si limita a prevedere l’esenzione per le attività svolte «con modalità non commerciali», ma è ovviamente quest’ultima a orientare le decisioni dei giudici. Reggerà questo parametro agli eventuali contenziosi? Alla domanda, per ora, non c’è risposta.

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