Panebianco, i guai della scuola? Tutta colpa della DC

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Alessandro Giuliani,  La Tecnica della scuola  22.6.2016

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– L’origine dei guai della scuola italiana va riscontrata nella politica della Democrazia Cristiana, che ha utilizzato l’istruzione non per sostenere gli alunni ma l’occupazione.

A sostenerlo, sul Corriere della Sera Magazine di venerdì 22 luglio, è l’accademico Angelo Panebianco, che definisce la DC “un partito antiborghese” a cui il popolo italiano deve in qualche modo essere grato per non aver consegnato il Paese ai comunisti. Ma in cambio di un prezzo salatissimo.

La Dc, scrive, per decenni portò avanti una “politica dissennata”, che “a partire dagli anni Settanta” trasformò la scuola in “una macchina di posti, ove collocare giovani diplomati e laureati a prescindere da qualsiasi verifica sulla loro preparazione”.

Panebianco, che è anche politologo e saggista, sostiene che “tramontata l’era della Dc, non è mai cambiato l’orientamento di fondo”. Tanto è vero che, continua, “l’ultima infornata di precari decisa dal governo Renzi è stata attuata nel rispetto della tradizione, quella secondo cui il ‘merito’, la preparazione sono l’ultimo dei problemi che possono interessare ai reclutatori di personale docente”.

Panebianco se la prende anche con la società tutta, perché, sostiene, c’è un sostanziale “disinteresse del Paese per i problemi della scuola. Non si è mai visto ad esempio alcun serio movimento dei genitori che reclamasse una scuola di qualità”.

Per Panebianco, che non risparmia i sindacati (“non hanno mai subito alcuna pressione, non sono stati costretti a cambiare atteggiamento”) anche il futuro è nero: oggi ad interessarsi di scuola sono rimasti solo “i figli e nipoti della tradizione sindacal-democristiana”, i quali “sanno di possedere tutti gli strumenti per neutralizzare le proposte bizzarre e fantasiose”. Come quella di imporre il merito nella scuola.

Le parole di Panebianco fanno intendere, quindi, che il tentativo del governo Renzi è destinato ad essere fallimentare. E che cambierà tutto, per non cambiare nulla. In piena tradizione italiaca. Sarà proprio così?

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