Per asfaltare i dissidenti Matteo mette la fiducia pure sulla Buona scuola

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Magazine Donna, 20.6.2015.

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La tabella di marcia è decisa. Martedì i relatori faranno un ultimo tentativo, presentando una proposta di accordo sul testo della Buona Scuola. Si dà per scontato che le opposizioni e la minoranza Pd non accetteranno di ritirare gli emendamenti. A quel punto, il governo porterà il disegno dilegge direttamente in Aula, saltando il voto in commissione (dove, mancando l’intesa innanzitutto nel Pd, non passerebbe).

Quindi, il governo presenterà un maxiemendamento su cui porrà la questione di fiducia, in modo tale da far decadere gli emendamenti che potrebbero essere ri-propostiinAula. Sipuntaadap-provare il ddl a Palazzo Madama entro la prossima settimana e alla Camera dei deputati, dove passerà subito dopo, entro quella successiva. Ai primi di luglio la Buona Scuola dovrebbe essere legge. In tempo per garantire l’assunzione dei centomila precari entro l’inizio del prossimo anno scolastico.

Così si è stabilito nel vertice che si è tenuto ieri mattina a Palazzo Chigi, dove, oltre al premier Matteo Renzi, erano presenti i ministri Maria Elena Boschi e Stefania Giannini, il presidente della Commissione Istruzione Andrea Marcucci, il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, Francesca Pugliesi, responsabile scuola e altri componenti della terza commissione.

La decisione di forzare la mano sulla scuola con un altro voto di fiducia che sicuramente farà discutere è funzionale, si spiega tra i collaboratori del premier, a una «valutazione politica» che riguarda il calendario dei prossimi provvedimenti. La preoccupazione del premier, condivisa da Boschi e da chi è nella trincea del Senato, è che «fare un passo indietro sulla scuola aprirebbe unpericolo-so varco».

La minoranza Pd, forte della vittoria, punterebbe a «condizionare» il governo sui provvedimenti successivi, a cui Renzi tiene ancora di più: la riforma della Rai, ma soprattutto il disegno dilegge costituzionale che modifica il Senato e il Titolo V. È con l’occhio a questi due nuovi obiettivi, perciò, che Renzi ha deciso di «tornare a fare il Renzi 1». La riforma della Rai, secondo questo piano, dovrebbe arrivare nell’Aula del Senato la prima settimana di luglio. Poi, dalla seconda, si ricomincia con la riforma costituzionale. Ma non c’è tempo da perdere, se si vuole rispettare il calendario che il premier si è dato: fare il referendum confermativo nel maggio-giugno 2016, insieme alle elezioni nelle grandi città. Una scadenza a cui Renzi punta molto perché lo considera il vero «tagliando» del governo, utile per tirare la volata alle elezioni amministrative, ma soprattutto alle elezioni politiche del2018.

Perché questi tempi siano mantenuti occorre, però, che Senato e Camera approvino la riforma costituzionale in terza lettura entro ottobre. Così, sette mesi dopo, come da Costituzione, si potrà celebrare il referendum.

Insomma, si tratta di una corsa a ostacoli che non prevede ritardi. Soprattutto che necessita di un governo forte, non in balia di condizionamenti o veti. Per questo, secondo Renzi, è decisivo mostrarsi decisi sulla scuola. Come segnale politico soprattutto alla minoranza interna: se pensate di potermi condizionare o rallentare, avete fatto male i conti. Naturalmente, si dice tra i fedelissimi del premier, nel maxi-emendamento saranno contenute alcune proposte della stessa minoranza, a cominciare dal tetto per le detrazioni fiscali per chi iscrive i figli a scuole paritarie, fino alla commissione di valutazione dei docenti, che dovrebbe essere formata da almeno quattro professori e con genito -ri e alunni che potranno esprimere solo un parere consultivo. Non sarà accolta, invece, la richiesta di aumentare di almeno 30mila la quota di precari da assumere.

Si mette in conto che ci sarannoproteste. Malo strumento di fiducia, si dice, alla fine va bene anche alla minoranza, perché consente loro di giustificare il “sì” con la necessità di non votare contro il governo. Certo, qualunque voto di fiducia al Senato è sempre un rischio, si ammette. Ma Renzi è per correrlo: «Se vogliono far cadere il governo, facciano. Lo spiegheranno loro ai precari e al Paese».

L’ipotesi della fiducia ha già sollevato proteste. «Servono modifiche», ha detto Roberto Speranza. «Il presidente del Consiglio», ha osservato Gianni Cuperlo, «ha speso lunedì parole impegnative che ho apprezzato, dicendo che vuole riprendere una discussione e un ascolto. Condizioni che non piegano verso il voto di fiducia, della serie prendere o lasciare». In questo modo, ha detto Pietro Liuzzi dei Conservatori e Riformisti, «si evita un sano dibattito su riforme importanti», meglio «un decreto ad hoc». Ma la via, ormai, è segnata.

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