Per chi Suona il Requiem della “Buona Scuola?

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di Angela Maria Spina info Oggi, 21.6.2015

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Acclarato che tra Riforma, disegno di legge e decreto Legge, esiste una considerevole differenza inversamente proporzionale ad ogni irragionevole stravolgimento della scuola pubblica italiana; chiarito che per trasformare e migliorare la scuola italiana, non si aspettava alcun “supereroe” posticcio, con poteri autoritaristici, neanche un maschio italiota dalle meschine buone intenzioni, miseramente disattese e smentite; e stabilito anche che, né i muscoli né il petto villico del leader, dall’autoritarismo revanscista, fossero ciò che docenti, famiglie e studenti della società italiana, immaginavano di meritare come colpa all’espiazione alla loro funzione civile e alla propria differente rappresentanza sociale, vorrei ci apprestassimo al requiem di quella eloquente “bona sòla” per dirla alla romana, urlata con veemenza in uno dei tanti efficaci slogan delle tante manifestazioni di piazza di questi mesi di passione nazionale.

La situazione difficile ma non certo disperata della scuola italiana, avrebbe dovuto invitare al buon senso di qualunque governo, a fermarsi e desistere, dopo il clamore delle proteste popolari; ma è noto che il gioco di forza non è mai troppo banale, anzi, invita a temere proprio le ire funeste del re nudo, che senza alcun ritegno, ci ha condotti all’incrocio -si spera non tombale- del giro di vite tra scuola, studenti, docenti, società civile, ove il massimo vantaggio possibile al sedicente cambiamento, dato in dote ad una società avvilita e frustrata, per tanta sconcertante irragionevolezza, sembrerebbe l’impotenza.

Il gioco duro si è rivelato essere anche troppo sporco, in una famigerata storia infinita, in cui la menzogna e gli slogan per un orribile documento denominato “La Buona Scuola” ha scimmiottato vilipeso ed offeso, un inverecondo odio, forse una profonda acredine contro docenti e studenti, prima che del paese.

La politica degli annunci, delle decisioni autoritaristiche, all’occorrenza plasmate con i dictat, si sono rivelati flebili e febbricitanti, malati del male oscuro dell’uomo solo al potere. Queste decisioni hanno rivelato capacità politiche meschine, nate con ogni evidenza, per abbagliare e folgorare, piuttosto che per Non definire la sostanza del progresso del sistema scolastico italiano.
Neanche il tempo di accorgerci che all’incapacità” non può mai venir richiesto il buono e giusto; che la classe docente, forse senza folgorante inutilità, è stata trasformata da soggetto assorbente a prodotto di rivolta esausta, che in uno scatto di dignità si muove e si solleva compatto, per ribellarsi a un disegno organizzativo, che se pur necessario, non può -così come confezionato – rappresentare sistema, cioè sintesi di novità, innovazione e miglioramento. L’excursus è presto fatto, siamo passati da un decreto legge, ad un non meglio precisato disegno legge di riforma scolastica, per il quale il governo ha finanche chiesto tempi certi di approvazione, ed imposto fiducia. L’ italiota premier ha sfidato sin anche l’assenza dei requisiti della necessità di urgenza, che sono però servite a rilanciare le iniziative popolari come il Comitato a sostegno della Legge di iniziativa popolare della Buona scuola per la Repubblica, che -quella sì – in un sol colpo, ha smascherato abusi ed uso improprio della decretazione di urgenza in materia scolastica.
Ci hanno fatto assistere così, al trionfo della confusione e del disorientamento governativi, di quella che senza eufemismi si può a ragione definire la quadruplice alleanza dei famigerati Renzi- Giannini- Faraone Puglisi, una incerta kermesse di dubbia politica della consistenza. Ognuno ha rigorosamente riproposto il conflitto della realtà contro l’irrealtà, facendoci scoprire con somma mestizia, che la decretazione d’urgenza su assunzioni, organico aggiuntivo di 2-5 insegnanti in più per scuola, così come la trasformazione di parte degli scatti d’anzianità, col tramite di crediti formativi per tutti i docenti, o anche la valutazione del personale delle scuole, così come il tema dell’educazione degli adulti, l’alternanza scuola lavoro, il curriculum personalizzato; e quant’altro, fossero stati trasformati tutti in ingredienti del frittatone chiamato “riforma”.
In un rincorrersi psicotico di mistificazione di decreti legge, contenenti la stabilizzazione dei precari, il merito e le carriere degli insegnanti. Non hanno quindi più stupito gli stati confusionari del nostro “simpatico” premier Renzi, che in un delirio di onnipotenza degno solo delle più regali monarchie in disfacimento, come un Riccardo II, ha travolto i tentennamenti della bislacca maggioranza di governo, facendo tentennare chi credeva -sbagliando- di utilizzare con insensatezza, l’indispensabile assunzione dei precari della scuola, come strumento ricattatorio e bieco, per ottenere una rapida approvazione dell’aziendalizzazione della scuola italiana, prevista da uno scellerato dubbio progetto insensato, che delittuosamente si cerca di perpetrare da ben oltre un ventennio di storia politica, in questo disgraziatissimo paese.
In fin dei conti porgere un orecchio alle proposte “dal basso” avrebbe potuto rivelarsi utile, a chi non ignorando i metodi della condivisione e democrazia, suggeriva bacchettando docenti, studenti e genitori italiani già dal 2006, i metodi di altra natura e così via, che invece inusitatamente si sono resi oggetto di aggiornamento e studio, in comitati spontanei locali di tutto il territorio nazionale di ogni longitudine geografica; di chi docente mal pagato si è dimenato tra scioperi e decurtazioni stipendiali di mese in mese, anche in favore di ben più serie proposte di Legge come quella d’iniziativa popolare, evocando altresì il dettato degli artt. 3, 33 e 34 della Costituzione, il cui unico fine democratico è di fornire ben altre chiavi di lettura ben consistenti, ad un manipolo maldestro di legislatori da strapazzo, per convincerli che per l’assunzione dei precari, è solo necessario unicamente che lo Stato s’impegni a definire Organici semplicemente stabili, a copertura completa delle Reali necessità di ogni santo anno scolastico, magari attraverso una diminuzione del rapporto alunni-docente e l’alleggerimento delle “classi pollaio” così criticato da ogni coloritura partitica, ma ahimè ancora cristallizzato fermo immobile.
Lor signori della regal monarchia governativa, non hanno ben capito che determinare un organico funzionale reale, non vuol per nulla dire, creare un ibrido professionale, come la “buona scuola renziana” lo ha concepito; né in quanto tale alcun antagonismo contrapposto in forma ricattatoria alle assunzioni.
Non certo figli della lupa bisogna esser nati, né capre della società informatizzata, per comprendere che le regole d’ingaggio nella scuola pubblica italiana, non possono esser comprese da chi non ha provato per anni ed anni, il disonorato precariato dell’istruzione pubblica italiana, che i propri sudditi schiavizzati, ha già abbondantemente violato con troppo rudi promesse, specchietti per le allodole maldestre, che mercato della politica più orrida, sono già state ed hanno scritto almeno per gli ultimi vent’anni dell’arruolamento scolastico italiano, la storia che finanche le corti di giustizia hanno condannato ad esser risarcite.
Neanche tanto laceranti queste sentenze di giustizia debbono essere apparse, che della prima stesura di florida “buona scuola” l’innominabile Richard II ha pensato bene di credere, che ciascun soggetto professionale valesse sempre allo stesso modo, come zerbino dell’altrui suprema autorità, che è sempre la stessa di chi col piglio del comando, Comanda ed ordina alle altrui professionalità ignobilmente prone. Ma non contenti in un’infaticabile discussione, per poter addivenire ad una sintesi condivisa, la convergenza la si è ottenuta con stupore, e somma sorpresa, da tutti i soggetti che la democrazia costituzionale in questo Paese hanno ancora a cuore: l’Unione degli Studenti, Flcgil, Unicobas, Gilda e molte altre associazioni professionali come il Movimento di Cooperazione Educativa, oltre che i moltissimi docenti, ed i volti invisibili e sofferenti di quel substrato sindacale di chi lavora; forse -non si sperava- l’inattesa magnifica protesta sociale, di chi trattando con civile e dura opposizione, ha condiviso invece la crescita determinata e la consapevole missione, di quanti hanno a cuore di riscattare solo l’orgoglio per ciò che s’intende depredare: la Dignità dei lavoratori della scuola e la funzione civile, di un ruolo tra i più delicati delle società umane: la

PROFESSIONE DOCENTE.
La drammatica scoperta del regale infante, è stata forse di sapere, che in verità non è mai esistita la volontà del confronto su questi temi né quella di governo o quella dei partiti dell’arco parlamentare, distratti come è vero più di riparar sé stessi che gli altrui docenti scellerati, tutti ormai non più solo tesserati. La meschina possibilità del diritto d’interlocuzione, ha intimato allora di scegliere tra il giusto diritto all’assunzione dei precari e una delega in bianco al governo del non eletto premier, a tutto danno di entrambi. Il diritto allo sciopero, della piazza che esplode, non è servito neanche a definire che l’opposizione, contro i poteri forti di questa nazione, prima che essere parlamentare è soprattutto civile e democratica di un paese intero. Uno, cento, mille passi, avrebbe urlato Peppino Impastato, e metaforicamente i suoi passi sono diventati quelli dei docenti Italiani che hanno creduto e credono che tanti altri passi sono ancora necessari per impedire qualsivoglia possibilità di maxiemendamento o subemendamenti, bliz e chiavi di volta demagogiche e autoritaristiche, che Riporteranno in aula, alla Camera come al Senato, un testo che possa riportare per una iattura all’ indesiderata approvazione definitiva, croce dolente di un paese che non la digerirebbe.
La morsa finale del periglioso iter “buona scuola” è tanto dura quanto pericolosa, lo è per due ragioni: più che per la sospensione delle attività scolastiche e dei riflettori spenti, per la fedeltà alla costituzione; e l’aderenza e la difesa della Carta costituzionale che in nome di quell’articolo 67 , affida la rappresentanza della nazione, senza vicolo di mandato e di mandante. La scuola pubblica del mio paese dalla quale dipendo, non deve essere né proprietà, né preda di derive illiberali e autoritaristiche, che servirebbero solo ad alimentare un disperato, drammatico e sconsiderato conflitto sociale, che in un paese intero rischia di diventare epocale.
La resistenza civile a questo scempio, scriverà dunque ancora la sua storia e ne definirà le vittime sacrificali con nomi, cognomi e mandanti; che non si dovrà più dire allora “ ma…non lo sapevamo”.
A questo punto vorremmo tutti risvegliarci dal dramma dell’uomo “divino” che non riesce a combattere contro la secolarizzazione del proprio narcisismo autistico, quello cioè che palesa più l’analisi delle sue mal celate debolezze e delle proprie spettrali incertezze, di tragico eroe shakespeariano, che del proprio cammino politico geme solo per aver miseramente fallito.

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