Perché manca una “via italiana” alla valutazione delle scuole?

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Norberto Bottani, il Sussidiario, 23.1.2017

– E’ uscito di recente il volume “Valutare per migliorare le scuole”, a cura di Brunella Fiore e Tiziana Pedrizzi. Per avere una buona scuola bisogna valutare.

E’ uscito in questi giorni a cura di Brunella Fiore e Tiziana Pedrizzi Valutare per migliorare le scuole di Mondadori Università. Il libro è suddiviso in tre parti. Una prima parte riservata agli elementi o aspetti della valutazione dell’istruzione, una seconda ai modelli di valutazione e una terza di tipo antologico che presenta un certo numero di testi sulla valutazione, specialmente sulla valutazione su larga scala in Italia.

Ancora un libro sulla valutazione? Ce ne sono parecchi in giro. Ma il filone è lungi dall’esaurirsi. Questo è stato concepito per il mondo universitario e si sa bene che l’accademia italiana è piuttosto refrattaria non dico alla valutazione ma a formare valutatori oppure a fornire corsi sulla valutazione del personale che lavorerà nelle scuole. Le università italiane non brillano nel settore della valutazione scolastica, l’hanno snobbata per anni e non si vede affatto una soluzione alla tedesca che assegna alle università la responsabilità di pilotare la partecipazione alle grandi indagini valutative internazionali come Timss o i vari cicli dell’indagine Pisa. La situazione italiana è assai simile a quella francese, dove il mondo accademico si limita a criticare le valutazioni su vasta scala ma non se ne occupa. Le valutazioni sono gestite e sono impostate al di fuori del mondo accademico. Il volume qui presentato è un buon manuale di riferimento per conoscere meglio quanto successo in Italia nel corso degli ultimi 20 anni nel settore della valutazione su vasta scala e percorre lo spettro dei suoi molteplici tipi connessi a questo tipo di valutazione al cui centro in Italia sta l’Invalsi, che non esisteva una ventina di anni fa.

Il messaggio del volume è chiaro: la valutazione è uno strumento che fornisce informazioni utili per migliorare le scuole. A chi sono destinate le informazioni? In primo luogo ai responsabili delle politiche scolastiche, che dovrebbero disporre di informazioni dettagliate sulle scuole, sui docenti, su quanto apprendono gli studenti. Da questo punto di vista è indubbio che le valutazioni su vasta scala dei sistemi scolastici forniscono una miniera di informazioni sulle scuole di grande utilità per il pilotaggio e la gestione dei sistemi scolastici. Non basta più selezionare una piccola élite di privilegiati per fare funzionare le società. Tutti devono essere formati, ossia modellati, in modo adeguato per riuscire nella propria esistenza, ciò che oggigiorno si ottiene con l’assimilazione degli schemi culturali e scientifici che le scuole inculcano.

Il volume parte dal presupposto teorico che la valutazione su vasta scala serve, è utile se si effettua a dovere e se si sfrutta bene. La penso allo stesso modo. Le valutazioni su vasta scala però talora sono impostate male e sono sfruttate ancora peggio. In questi casi invece di produrre un miglioramento, hanno un effetto forse non del tutto contrario, ossia negativo, ma per lo meno sono sterili. Non servono al miglioramento delle scuole, non ne intaccano i difetti, le lasciano tali e quali.

Questo è successo un po’ ovunque. Nonostante l’impegno scientifico innegabile di cui tra l’altro il volume qui presentato è una testimonianza, i risultati delle valutazioni su vasta scala non hanno affatto contribuito a migliorare le scuole; sono servite a suonare un campanello d’allarme, ma il miglioramento è un’altra cosa. Nel 2000, ossia nemmeno una ventina di anni fa, in Italia si sapeva ben poco delle valutazioni internazionali. Esisteva il minuscolo polo di Frascati che era però del tutto insufficiente per agire sull’impostazione scientifica del programma di indagini. Oggigiorno la situazione è leggermente cambiata. Gli specialisti ci sono, poco importa dove si annidino e come si siano formati (e gli autori e le curatrici del volume ne sono un buon esempio). Di valutazione si parla anche se talora assai a sproposito. Non in questo volume, va subito detto. Una certa conoscenza dei metodi e delle procedure esiste. Manca ancora una reale specializzazione. L’Invalsi tenta di impostare e di condurre progetti di valutazione dell’istruzione originali ma l’istituto è troppo debole da svariati punti di vista per sostenere una via italiana alla valutazione e alla scolarizzazione. Il volume offre uno squarcio su questa prospettiva, su quanto si fa tuttora in Italia dal punto di vista della valutazione su vasta scala ed è assai interessante da questo punto di vista perché permette di rendersi conto dei progressi compiuti in una quindicina di anni. Il panorama vigente degli studi sulla valutazione su vasta scala in Italia è del tutto incomparabile con quello di una ventina di anni fa ed è nettamente migliore, ma non si è ancora usciti dal limbo nonostante i lavori ammirevoli illustrati nel volume.

I saggi presentati nella terza parte riflettono bene i dubbi, le interrogazioni e le debolezze italiche. Vi si trova un solo saggio internazionale firmato da sociologi della corrente neo­istituzionalista. Non basta. Gli studi più originali e le proposte di miglioramento dei metodi di valutazione sono altrove, in gran parte nelle riviste scientifiche statunitensi di psicometria o di politica scolastica. Negli Stati Uniti il dibattito sulla valutazione, sull’uso, sul taglio e le impostazioni delle valutazioni comparate su vasta scala è molto vivace perché le politiche federali esigono standard comuni, prove scientifiche prima di assegnare sussidi sostanziosi ai sistemi scolastici.

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