Prof simpatici? Scuola pessima

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da Berlino Roberto Giardina,  ItaliaOggi  15.7.2015.  

Questa sarebbe la motivazione del successo della Finlandia nella classifica dell’Ocse
La tesi dipende dai criteri impiegati nelle valutazioni 

prof-superiori2La notizia risale al 2000. Le migliori scuole erano le finlandesi, i tedeschi erano a mezza classifica, superati perfino dal Messico. Che umiliazione. L’Italia veniva subito dietro, ma noi non ci badammo. I tedeschi fecero di tutto per risalire la classifica, stilata dall’Ocse, e oggi non sono in testa, ma sono tornati nelle prime dieci posizioni.

Noi siamo scesi ancora di qualche gradino, e non sarà la riforma firmata da Renzi a far diminuire il distacco. Nel 2010 i Grünen, i verdi tedeschi, nel programma elettorale della Bassa Sassonia proclamarono che si sarebbe dovuto imitare la Finlandia. Oggi hanno conquistato il Land, e per il momento si sono dimenticati della loro promessa.

Nel frattempo la situazione è cambiata. I finlandesi sono sempre in testa, ma hanno perduto 25 punti in classifica. Che succede? Sono gli altri a migliorare, oppure è Helsinki a dormire sugli allori? Quanto avviene lo spiega la Welt am Sonntag, e lo riporto con qualche dubbio, andando contro me stesso. In sintesi, i giovani finlandesi ottenevano risultati ottimi, secondo l’Ocse, non perché fossero dei geni, né perché le loro scuole fossero moderne. Al contrario, andavano bene perché i loro maestri e professori erano antiquati e antipatici. Secondo un’altra indagine, gli scolari finlandesi verso il 2000 erano in Europa quelli che andavano a scuola più malvolentieri. Giudicavano male i loro insegnanti: autoritari, arroganti, poco disposti al dialogo, per nulla comprensivi.

A oltre mezzo secolo di distanza, continuo ad avere un pessimo ricordo dei miei professori di liceo a Roma. Avranno magari vissuto a Trastevere o a Prati, ma erano molto «finlandesi». Adesso mi rendo conto che, benché qualcuno sostenesse di essere di sinistra, erano stati formati sotto il fascismo. Non ne avranno condivise le idee, ma il loro carattere era stato contagiato. Non ammettevano il minimo dialogo e, tranne qualche rara eccezione, che ricordo con affetto, erano poco preparati. Direi quasi ignoranti, al di là della loro materia. Ma i miei ricordi non c’entrano.

Il sistema scolastico finlandese viene esaminato dal professor Gabriel Heller Sahlgren, della London School of Economics: «Le scuole finniche», scrive, «erano organizzate storicamente secondo un sistema rigidamente gerarchico, che riflettevano una cultura dell’obbedienza e dell’autorità, diffusa d’altra parte nella società finlandese più che in altri paesi europei».

In altre parole, non abbiamo capito a che cosa era dovuto il successo del 2000. Da allora, in Finlandia hanno cercato di cambiare e hanno messo al centro del sistema educativo l’allievo. Bisognava andare incontro alle sue esigenze, capire le sue difficoltà ed essere meno rigidi nella valutazione. Anche in Germania, in alcuni Länder si vogliono abolire i voti o le note di valutazione, e abolire anche le bocciature, persino al ginnasio. Il calo di 25 punti negli ultimi anni per la scuola finlandese andrebbe spiegato con la nuova tolleranza degli insegnanti.

È una conclusione ambigua e pericolosa. Forse andrebbe rivisto anche il sistema di controllo: uno studente che risolve le equazioni in poco tempo ottiene più punti, ma nessuno può valutare la sua maturità e la sua personalità. Ma non voglio avere ragione solo perché ho avuto cattivi professori al liceo. Il mio migliore professore di latino e greco era al limite della pensione, avrà visto nascere il fascismo, era uno spirito libero e autoritario. La sua autorità non veniva dal timore per i pessimi voti che ci dava, ma dalla sua cultura che cercava di trasmetterci. Il mio 5 in greco valeva più del 10 in matematica in un liceo di Helsinki? E, ovviamente, non vorrei essere frainteso: i migliori professori non sono quelli dall’animo fascista.

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