Quando mezza Italia emigrò

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Nicola Bruni  La Tecnica della scuola,  Mercoledì 15 Aprile 2015

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“Siamo il disonore, la vergogna dei governi”, cantavano amaramente gli emigranti italiani costretti a lasciare la loro terra e i loro affetti, per cercare lavoro e “fortuna” all’estero, proprio ai tempi della “Belle époque”. Si imbarcavano per la “Merica” (Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada, Venezuela) o per l’Australia, o varcavano le Alpi – anche da clandestini – diretti in Francia, Svizzera, Germania, Belgio, Inghilterra. Andavano a fare i lavori più umili e più pesanti, spesso disprezzati, insultati, criminalizzati, talvolta persino linciati.

Nel quarantennio precedente lo scoppio della Grande Guerra, in cui la ricca borghesia europea si divertiva, e la monarchia sabauda celebrava il suo trionfo a Roma nella dispendiosa costruzione del Vittoriano, la nuova “madrepatria” italiana cacciava praticamente dal Bel Paese circa 14 milioni di suoi figli, dopo averli abbandonati nella disperazione della miseria: oltre 5 milioni negli anni dal 1876 al 1900 e quasi 9 milioni dal 1901 al 1913.

Una sconvolgente tragedia, che i nostri libri di scuola hanno a lungo minimizzato o nascosto, perché disturbava la mitologia risorgimentale, e che è proseguita fino ai primi anni ’70 del Novecento totalizzando oltre 26 milioni di espatri permanenti: una cifra pari all’intera popolazione del Regno censita nel 1861.

Allora, “fatta l’Italia”, come disse Massimo D’Azeglio, bisognava “fare gli italiani”. Invece, l’egoismo, la prepotenza, l’insipienza e la vanagloria dei re sabaudi, dei loro governi e delle classi dirigenti borghesi portarono a “disfare” ampiamente il popolo italiano. E, come se non bastasse l’emigrazione di massa, vi si aggiunsero i massacri e le rovine di due guerre mondiali.

All’inizio, erano le regioni del Nord a fornire il maggior numero di emigranti; ma poi, dopo lo sfascio dell’economia delle regioni meridionali causato dalla politica di colonizzazione dei governi “piemontesi”, la situazione si capovolse e il primato passò alla Sicilia e alla Campania.

Nei primi decenni, le compagnie di navigazione organizzarono una vera e propria “leva migratoria”, con una propaganda insistente che mostrava immagini invitanti dei Paesi d’oltreoceano e prometteva facili ricchezze a chi vi si fosse trasferito. Molti vendevano tutto, o si indebitavano, per pagarsi il viaggio, anche se, arrivati a New York dopo un’orribile traversata, poteva capitargli di essere respinti, o perché ammalati, o perché analfabeti, o perché era stata già superata la quota annua di immigrazione italiana stabilita.

Ma né in America né altrove i “trasmigratori” (come preferiva chiamarli Mussolini) trovavano le strade “coperte d’oro”: le trovavano coperte, invece, di pietre molto dure. Ed è su quelle pietre dure che molti nostri connazionali espatriati, lavorando, risparmiando e mangiando “pane dalle sette croste”, si sono fatti strada.

Aggiungo che va riconosciuto il grande merito storico dei governi a guida democristiana del secondo dopoguerra di aver fermato l’emigrazione di massa all’estero del popolo italiano, creando condizioni di benessere che hanno fatto diventare l’Italia un Paese di immigrazione.

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Nella foto (di Nicola Bruni), un’immagine pubblicitaria del piroscafo transatlantico Garibaldi che trasportava gli emigranti italiani in America, tratta dal Museo nazionale dell’emigrazione italiana – Roma, Complesso del Vittoriano.

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