Renzi non capisce perché non vuole ascoltare

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di Anna Maria Bellesia,  La Tecnica della scuola  martedì 21 Aprile 2015

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Ha voluto la consultazione pubblica “più grande d’Europa” per farsene un baffo. Quello che doveva essere il metodo dell’ascolto e della riforma dal basso è fallito, non tanto per la bassa partecipazione, quanto per il totale menefreghismo in cui sono stati tenuti i risultati. Chi nella scuola ci lavora ogni giorno ha avuto subito la percezione di una colossale presa in giro, nel metodo e nel merito.

Proviamo a fare un breve elenco delle bufale più macroscopiche decantate come Buona Scuola.

Non c’è un progetto educativo. A sentire Renzi, l’Italia dei prossimi 50-100 anni dipenderà dal modello educativo impresso dalla sua riforma della scuola. Che il premier abbia delle “ambizioni smisurate” è stato lui stesso a dirlo. Ma queste ci sembrano più che altro delle “balle smisurate”. Tant’è che nel suo DDL, a lungo elaborato, rivisto e corretto, non compare neppure la parola educazione. La finalità educativa è sparita perfino dal lessico.

Quella di ridare “dignità” agli insegnanti è la mistificazione più irritante. La riforma non introduce una stabile progressione di carriera, non prevede un compenso per valorizzare il merito consistente almeno in una mensilità in più (lo proponeva perfino la Gelmini), non rivaluta gli stipendi di base, che sono bloccati da 6 anni e posizionati fra i più bassi d’Europa. Invece c’è stato addirittura il tentativo di abbassare gli attuali stipendi per finanziare il “merito”, quantificato in una offensiva mancetta da cameriere, concessa in base ai criteri discrezionali di un dirigente factotum. Così per 40 anni di professione docente. Semplicemente indecente!

Ma quale ascolto? Nonostante la bassa partecipazione, dalla consultazione pubblica una linea è emersa chiaramente: a scuola deve prevalere il modello cooperativo e non competitivo, il buon docente si riconosce dalla “qualità del lavoro in classe”. Cosa troviamo nel DDL che valorizzi la qualità ed efficacia del lavoro in classe? Zero. Per essere riconosciuto come “meritevole”, al docente servirà ben altro. E questo modello dovrebbe segnare la scuola dei prossimi 50 anni! La stessa libertà di insegnamento, valore costituzionale che distingue il docente da qualsiasi altro impiegato, con la riforma renziana sarebbe a rischio, perché il docente “a precarizzazione crescente” (come spiegato nel precedente articolo) diventerà il terminale front office della macchina organizzativa, in condizioni di debolezza, instabilità, ricattabilità.

L’autonomia snaturata. Ci promettono più autonomia. Ma di che autonomia stiamo parlando? Non certo di quella delineata dal Regolamento 275/1999, che era stata istituita come autonomia didattica, organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo, e come  “garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale”. Gli organi collegiali, pur nel quadro di una riforma mai concretizzata, avevano specifiche competenze con le quali il DS doveva confrontarsi. Era una scuola chiamata a darsi una identità educativa e formativa, nel rispetto degli obiettivi generali del sistema di istruzione, “con la partecipazione di tutte le sue componenti”. Adesso invece si delinea un sistema verticistico e omologato, tutto centrato sul Dirigente. Una scuola snaturata nella sua essenza stessa di “comunità” partecipativa e democratica.

E che dire del dirigente scolastico? Negli ultimi mesi il preside ce lo hanno presentato così: timoniere, leader educativo, allenatore, sindaco, e, da ultimo, perfino rettore. Sulla base delle idee confuse del governo, i giornali gli hanno poi affibbiato altri attributi: il preside sceriffo, padrone, podestà, super-manager. È evidente la mancanza di una chiara visione di “policy”. Si procede per tentativi opportunistici.
La metafora più cara a Renzi è quella del preside-sindaco, che in realtà è una antinomia assurda in termini giuridici e concettuali. Il nostro ordinamento stabilisce infatti il principio fondamentale della separazione fra politica e amministrazione, fra organo politico (il sindaco) e organo di gestione (il dirigente). Il premier lo sa bene, e allora o mente sapendo di mentire, o la racconta puntando all’effetto mediatico e considerando gli altri non in grado di capire.
Sta di fatto che il solipsismo del nuovo dirigente non fa contenti neppure gli stessi dirigenti. Molti di loro cominciano a capire il giochetto: invece che essere “caricati” di maggiori poteri, come volevano, si trovano “scaricati” sulle spalle i barili delle enormi responsabilità dei Piani triennali e delle assunzioni a chiamata diretta dei docenti. Con tutte le “rogne” prevedibilissime che ci saranno, dovranno cavarsela in prima persona.

Sul precariato, il governo continua a dare i numeri. Doveva essere assorbito ed eliminato. Ad essere assunti dovevano essere 150mila. Nel DDL sono diventati 100.701, inclusi i docenti di sostegno già previsti dal governo Letta. Ma quanti andranno in cattedra dal prossimo settembre? E che fine faranno le altre varie tipologie di precari che non rientrano nel piano assunzionale? E cosa comporta il divieto di stipulare contratti a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili che superino la durata complessiva di 36 mesi? Insomma rischi e fregature sono dietro l’angolo.

Un bluff perfino la riduzione delle classi pollaio. Piace tanto a Renzi annunciare che spariranno le classi pollaio. Fa presa sull’opinione pubblica. Invece, basta leggere la relazione tecnica per capire che c’è il trucco. I dirigenti scolastici, nell’ambito dell’organico dell’autonomia assegnato, hanno la facoltà ridurre il numero di alunni per classe allo scopo di migliorare la qualità didattica. Ma questo comporta “un aumento di tale limite nelle altre classi”. Una operazione insomma da preside-Mandrake.

Perché Renzi punta sulla scuola? Fin da subito, Renzi ha messo la scuola al centro della sua attenzione. Aldilà di annunci, slogan, twitt e retorica politica, gli interessano i numeri. Un milione sono i lavoratori, due-trentomila gli aspiranti lavoratori, 7 milioni le famiglie. Un bel bacino di utenza, su cui giocarsi una campagna elettorale.

Tuttavia da scaltrissimo ex democristiano dovrebbe ben sapere che la Scuola è un terreno molto scivoloso per i governi.

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