Renzi “spiegato” dal suo errore alla lavagna

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Giovanni Morello,   La Tecnica della scuola   Giovedì, 11 Giugno 2015.   

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Renzi ha dichiarato qualche giorno fa che “sulla scuola siamo pronti a ragionare”. Il che dovrebbe voler dire implicitamente che in tutti questi mesi di putiferio sociale e parlamentare scatenato dalla sua “buona scuola”, egli ha fatto altro. Ma, non si dovrebbe ragionare prima di fare le cose? C’è un momento forse topico in cui si chiarisce che rapporto ci sia fra pensiero e azione in chi sta guidando il nostro Paese, ed è quando ha deciso di salire direttamente “in cattedra” per spiegare agli Italiani la sua riforma. E lo ha fatto con tanto di vecchia lavagna nera e gessetto bianco, nel format comunicativo più tradizionale, rassicurante e riconoscibile dalla gente. Nella foga didattica, il premier ha però commesso l’ormai noto errore di utilizzare (riferendolo a “cultura”) il sostantivo “umanista” al posto dell’aggettivo “umanistica”. Un errore imbarazzante in sé (soprattutto se viene dall’ex sindaco della patria dell’Umanesimo e del Rinascimento), ma che ha anche una sua nascosta anima politica, che si evidenzia in un semplice quesito: come è stato possibile che un premier, in un video registrato a Palazzo Chigi, non abbia neanche ricevuto il consiglio, la revisione, la perplessità dei componenti del suo staff, dei suoi consiglieri, dei suoi tanti e veneranti sodali? Come è possibile che nessuno del Miur (perché la riforma riguarda la scuola e, anche se è ormai facile dimenticarlo, c’è anche il Miur di mezzo), il rettore Giannini (ministro), il perito chimico Faraone (sottosegretario), più tutto la corte di persone che gravita immediatamente attorno a tale struttura, non sia intervenuto ad evitargli un simile imbarazzo? Peraltro, lo stesso errore compare nella lettera inviata agli insegnanti: non si dovrebbe trattare quindi di un mero lapsus calami, da qualcuno inutilmente invocato a parziale giustificazione. Certo, è possibile che nessuno si sia accorto dell’errore, ma appare una ipotesi improbabile e che, se esistesse un corrispettivo “albo territoriale” per ministri, sottosegretari e politici a latere, lascerebbe nel limbo della mancata chiamata diretta proprio i suoi più strenui sostenitori, e forse per ben più dei previsti tre anni. C’è una seconda ma ancora più inquietante possibilità e cioè che nessuno del suo staff e del Ministero abbia visto quel video prima che venisse pubblicato. Che cioè Renzi abbia fatto praticamente “da solo”, essenzialmente d’istinto, convinto di essere l’unico a saper comunicare alla gente il nucleo della sua contestata “creatura”. Il tutto nel nome della sua ben nota vocazione neo-bonapartiana alla velocità sempre e comunque, con quell’eccesso di sicurezza che ci sta poco a sconfinare in delirio di onnipotenza. E qui sta il punto: stiamo parlando dell’eccesso di sicurezza; della scarsa capacità di ascoltare gli altri e di farsi eventualmente correggere da loro; della fretta e del patologico agonismo politico, che costringono a macinare risultati, esibire cambiamenti e rotture col passato, senza lasciare il tempo neanche per valutare le opzioni in campo, le controindicazioni dei propri atti. Si è detto tanto sugli errori di fondo del disegno di legge sulla scuola, ben più grandi e gravi dell’errore linguistico registrato in un video, a cominciare dal più macroscopico: pensare infatti di imporre una riforma contro la quasi totalità di coloro che dovrebbero incarnarla quotidianamente, costituisce il più classico degli errori di miopia delle leadership inadeguate, oltre che, per esplicita ammissione dello stesso Renzi, un grave autogol politico. Che tale parto sia da ascrivere alle direttive riconducibili ai vari “poteri forti”, nazionali ed europei (dati OCSE-TALIS sull’autonomia delle scuole alla mano), in particolare sulla valutazione dei dipendenti pubblici e sul rafforzamento dei poteri dei dirigenti, e faccia parte delle sottese “regole di ingaggio” che hanno portato Renzi alla Presidenza del Consiglio, o sia frutto di una visione personale del premier, beatamente incurante dell’infondatezza tecnica e culturale del dispositivo che vuole promuovere, cambia poco la sostanza delle cose: il modello dell'”uomo solo al comando”, a maggior ragione se è anche un tantino supponente, mostra tutte le sue crepe strutturali. Gli errori effettuati davanti ad una lavagna possono creare al massimo qualche sorriso, ma è la loro natura “antropologica” a dover preoccupare. Quando infatti chi scrive con leggerezza su quella lavagna è lo stesso che poi impone cosa deve finire in Gazzetta Ufficiale e determinare conseguenze e destini per milioni di persone, gli errori, le approssimazioni, le tante incompetenze perpetuate dalla scarsa umiltà possono assumere dimensioni di sistema. E dimensioni di sistema possono assumere i relativi danni. Oggi, di fronte ai problemi che rischia di incontrare la sua riforma al Senato, Renzi sembra riscoprire il fascino insospettato ed esotico del “ragionare”. Ben arrivato, Presidente.

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