Riforma pensioni, perché solo a maestre infanzia riconoscimento lavoro usurante? Qualcosa non torna

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di Vittorio Lodolo D’Oria, Orizzonte Scuola, 22.9.2016 

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– In questi giorni si sta discutendo la proposta di consentire agli insegnanti di uscire dal lavoro a 63 anni, anziché a 66 anni e 7 mesi, decurtando di oltre il 20% la loro pensione.

Uniche a non pagare l’infame balzello ventennale sarebbero i docenti della scuola dell’infanzia in base a una presunta usura psicofisica che non risulta essere stata ufficialmente accertata. Di fronte alla questione è dunque doveroso porci alcune domande poiché qualcosa non torna se, a pochi anni dalla riforma Fornero, occorre innestare un’improvvisa retromarcia.

  1. Su quale base è stato stabilito di “agevolare” gli insegnanti ed in particolar modo quelli della scuola dell’infanzia? Una decisione di questo tipo tocca due grandi questioni: la salute dei docenti e l’erario dello Stato. Sono stati effettuati studi di cui l’Opinione Pubblica è stata tenuta all’oscuro? In effetti l’anno scorso mi rivolsi all’Ufficio III del MEF per poter accedere ai dati nazionali delle CMV che stabiliscono l’inidoneità o meno dei docenti al lavoro. Chiesi i dati dei cinque anni precedenti, ma mi fu negato l’accesso adducendo verbalmente un’infinità di pretestuosi vincoli burocratici. Perché dunque è stata assunta una siffatta decisione se non ci sono i dati a suffragarne la necessità? Ma se al contrario ci fossero i dati, perché non si comunicano ufficialmente? Forse per paura della reazione del milione di docenti di fronte ai risultati o più semplicemente per timore di un’Opinione Pubblica che si troverebbe a sapere che le patologie professionali dei docenti sono all’80% di tipo psichiatrico?
  2. Perché i sindacati viaggiano in ordine sparso e non trovano una linea comune? E’ pur vero che la salute dei docenti non li ha mai appassionati più di tanto (vedi finanziamento del DL 81/08), ma una repentina apertura del governo in tal senso dovrebbe quantomeno insospettirli. Certamente non può ritenersi esaustiva la motivazione addotta dalla responsabile scuola della CISL che si contenta della“segnalazione di colleghe della scuola dell’infanzia il cui lavoro comporta un elevato dispendio di energie psicofisiche che a una certa età diventa quasi insopportabile, aumentando anche i rischi per l’incolumità di bambini dai 3 ai 5 anni”. Un sindacato dovrebbe avere ben chiara la situazione, spiegando con numeri alla mano perché il provvedimento riguarda solo una fetta di docenti (scuola dell’infanzia) e non l’intera categoria. Dispongono i sindacati di siffatti studi? In caso negativo non resta loro che procurarseli. Condivisibile pertanto la posizione dell’Anief che, pur riconoscendo l’elevato rischio di usura psicofisica nella scuola dell’infanzia, richiama l’attenzione sullo stress che comporta l’insegnamento a prescindere dal livello scolastico in cui si insegna.
  3. Che siano stati i numerosi casi di maltrattamenti di bimbi piccoli da parte di anziane maestre a far adottare ai governanti una linea previdenziale più morbida? Le cronache sono in effetti piene di simili casi pietosi, tuttavia non può certamente essere l’emotività conseguente a dettare la nuova politica previdenziale al governo. Occorrono invece studi seri, numeri certificati, indagini statistiche accurate per valutare appieno le malattie professionali e le loro conseguenze. Riconosciute queste, sarà possibile attuare la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato purché, ovviamente, si allochino i fondi necessari. Invece di sperperare i soldi (40 milioni) nella formazione su Gender et similia (per il famigerato art. 16 della legge sulla Buona Scuola) che le stesse famiglie non vogliono, si pensi alla salute dei docenti attivando studi e prevenzione.
  4. Anche la questione economica ci invita all’attenzione. La tutela della salute del lavoratore infatti non può essere posta per legge a carico di quest’ultimo che si troverebbe a pagare errori altrui. Inoltre il prevedibile abbaglio è stato preso dai governi che hanno varato riforme previdenziali al buio, omettendo scientemente qualsiasi controllo preventivo sulla salute professionale, assumendo come costante nel tempo la salute dei docenti. E’ giusto far pagare il fio agli insegnanti esausti?

Questi brevi ma intensi pensieri ci devono pertanto indurre alle seguenti conclusioni:

  • I governanti che operano riforme previdenziali al buio, cioè senza tenere in alcuna considerazione la salute del lavoratore, commettono un gravissimo errore di cui devono rispondere in prima persona anziché penalizzare il lavoratore medesimo;
  • Gli errori commessi nel passato non possono essere tamponati con pannicelli caldi sulla base di sensazioni o reazioni emotive. L’istituzione ha il dovere di realizzare rigorosi studi scientifici che: a) mettano in luce la reale condizione di salute dei docenti; b) riconoscano le patologie professionali; c) definiscano la strategia di prevenzione come previsto all’art.28 del DL 81/08;
  • I sindacati escano dal loro improvvido silenzio e tutelino la salute dei lavoratori, come peraltro previsto dal loro statuto. Costringano il Governo ad applicare il succitato decreto (finanziandolo) e a riformare la previdenza, tenendo conto della variabile salute che sappiamo essere inversamente proporzionale all’età del lavoratore;
  • L’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze che è in possesso dei dati sulla salute dei lavoratori ha l’obbligo di elaborarli e metterli a disposizione degli enti (sindacati, università etc) che vogliono effettuare ricerche scientifiche nell’interesse della categoria professionale e dell’intera società. I risultati devono poi essere presentati alle Parti Sociali e resi pubblici.

A fronte di tutto ciò consegue che la mossa del Governo è totalmente negativa, insufficiente e ingiustificata. Che i lavoratori, le Parti Sociali e l’intera Opinione Pubblica non si lascino pertanto abbagliare e pretendano un approccio serio e scientifico all’usura psicofisica del milione di docenti che faticano nella scuola.

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