Riforma, un preside a tempo

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Cambio di sede ogni 6 anni, ma la legge già lo prevede

di Alessandra Ricciardi,  ItaliaOggi  9.6.2015.  

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Dopo essersi cosparso il capo di cenere ed aver ammesso che sì, lui ha commesso degli errori sulla scuola, nel corso della direzione del Pd il premier Matteo Renzi ha aperto alla minoranza interna. Pur riaffermando il principio che la riforma va fatta. Costi quel che costi.

Nelle retrovie in verità, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, alcuni incontri tra gli esponenti di maggioranza e minoranza si sono già svolti in questi giorni della vigilia per individuare gli emendamenti sui quali concentrare le attenzioni e provare a ricucire quella spaccatura del partito che, passata in cavalleria la legge elettorale, proprio sulla riforma della scuola, complice l’ampio dissenso tra insegnanti e studenti che il disegno di legge ha scatenato, potrebbe arrivare alle sue estreme conseguenze. I lavori della commissione istruzione del senato, che si regge sulla maggioranza di un solo voto (e nella maggioranza sono annoverati anche i due dissidenti dem Corradino Mineo e Walter Tocci), riprenderanno da oggi, nella lista da esaminare ci sono 1960 emendamenti.

Nel mirino delle proteste i super poteri dei dirigenti. Che, ed è uno degli elementi della trattativa, potrebbero essere costretti a cambiare sede ogni 6 anni così da garantire la trasparenza e l’imparzialità dell’operato. Ma la mobilità dei dirigenti è già prevista, anche se finora non è mai stata attuata, dal decreto legislativo 165/2001, che la lega alla valutazione dell’operato da parte del direttore regionale. Un elemento dunque di novità non assoluta, che non cambierebbe di molto l’assetto che comunque la riforma avrebbe.

Se per attuare una vera autonomia, obiettivo principale della Buona scuola come ha ribadito il premier, è necessario un organo di vertice capace di organizzare il lavoro e di assumersi delle responsabilità, questo va coniugato con la tutela delle altre componenti della comunità scolastica, è la posizione della minoranza capeggiata al senato da Miguel Gotor. Che ha riscritto l’articolo 9 del ddl: resta la chiamata dei docenti, che potranno «anche» candidarsi presso la scuola dell’ambito territoriale di riferimento; a decidere però non sarà il singolo dirigente ma un comitato per la valutazione dei docenti. Il comitato è composto da quattro insegnanti e presieduto dal dirigente scolastico. Ed è integrato da due genitori, per infanzia e primo ciclo, uno studente e un genitore, per il secondo ciclo. Non avranno però diritto di voto, così neutralizzando possibili ritorsioni da parte di genitori o studenti scontenti. Lo stesso comitato valuta i nuovi docenti al termine del periodo di prova e assegna annualmente il premio per il merito ai prof che si sono distinti, complessivamente a livello nazionale sono disponibili 200 milioni di euro. Nessuna trattativa contrattuale sui criteri di attribuzione dei fondi, così come invece chiedono i sindacati. Ma la partita è ancora da giocare.

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