Scuola, basta un voto per fermare Renzi al Senato

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Ddl Scuola. Tonfo del governo bocciato sul parere di costituzionalità della riforma. Il voto determinante di Mauro (Gal) rivela la debolezza del presidente del Consiglio. Sono piccole avvisaglie di un Vietnam parlamentare. La minoranza Pd: un referendum sulla scuola tra gli iscritti. Abbaglio clamoroso: è un compromesso tra Renzi che non parla alla società e chi vuole restare in un partito senz’aria

di Roberto Ciccarelli, il manifesto 10.6.2015.  

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Nella dire­zione Pd di lunedì sera si era mostrato sicuro, immo­ti­va­ta­mente tron­fio vista la china che hanno preso le cose. Mat­teo Renzi ha soste­nuto di «avere i numeri in Senato. Se vogliamo appro­vare la riforma della scuola così com’è lo fac­ciamo domani mat­tina, anche a costo di spac­care il Pd. Ma è impor­tante discu­tere». Spac­co­nate. Ieri il governo è andato sotto sul parere di costi­tu­zio­na­lità sul Ddl scuola. In com­mis­sione Affari Costi­tu­zio­nali al Senato è finita 10 a 10. Il Pd le ha pro­vate tutte. Ha fatto votare Anna Finoc­chiaro che, in quanto pre­si­dente di com­mis­sione, per prassi non dovrebbe farlo. Invece il prov­ve­di­mento non è pas­sato per il voto deter­mi­nante di Mario Mauro di Gal, fre­sco di cam­bio casacca dalla mag­gio­ranza alla terra di mezzo cen­tri­sta all’opposizione. E ha voluto così dare una sonora smen­tita alle sicu­rezze di Renzi: «La riforma è scritta male dal punto di vista costi­tu­zio­nale» ha detto.

«La que­stione di legit­ti­mità costi­tu­zio­nale sarà ripro­po­sta e ridi­scussa nell’Aula — si legge in una nota del Comi­tato nazio­nale di soste­gno alla “Legge di ini­zia­tiva popo­lare per una buona scuola della Repub­blica” (Lip) — quanto è avve­nuto dovrebbe però con­vin­cere chi ha un minimo di sen­si­bi­lità costi­tu­zio­nale a riti­rare il DDL, stral­ciando la parte rela­tiva all’assunzione dei pre­cari e rin­viando l’esame del testo di legge dopo che esso sia stato riscritto in modo rispet­toso dei prin­cipi costituzionali.Difatti, come abbiamo rile­vato nei giorni scorsi, il DDL, oltre ad essere inco­sti­tu­zio­nale nella sua impo­sta­zione, è dis­se­mi­nato in tutti i suoi arti­coli di norme in con­tra­sto con i prin­cipi costi­tu­zio­nali. Un’ultima con­si­de­ra­zione: il Pre­si­dente Mat­ta­rella non ha pro­prio nulla da osservare?».

È l’anticipazione di quanto potrebbe acca­dere, in com­mis­sione Istru­zione dove il Pd potrebbe non avere la mag­gio­ranza. Le sor­prese ver­ranno dalla palude cen­tri­sta. I dis­si­denti Dem Tocci e Mineo potreb­bero votar­gli con­tro. Si resta in attesa di capire il reale con­te­nuto delle «aper­ture» alla mino­ranza Pd ipo­tiz­zate da Renzi.Sul punto, Guglielmo Epi­fani, ex segre­ta­rio Pd e Cgil, è stato tran­chant: «Che cosa voglia dire di pre­ciso que­sta aper­tura, come si cam­biano in pra­tica le norme sulla scuola, resta del tutto impre­giu­di­cato. Se a furia di fare le riforme perdi parti impor­tanti del tuo elet­to­rato e rompi il rap­porto con milioni di cit­ta­dini è chiaro che il pro­blema non è più se fare le riforme, ma capire se le riforme si fanno nella dire­zione giusta».

Nell’ultima set­ti­mana Renzi ha adot­tato la tec­nica dello struzzo sulla scuola. Si è mostrato «dia­lo­gante», ora vuole pas­sare i pros­simi 15 giorni a discu­tere la riforma «nei cir­coli Pd». Pensa così di recu­pe­rare cre­dito riba­dendo la bontà del suo Ddl, ha detto un iro­nico Alfredo D’Attorre.Invece, più il tempo passa, più la situa­zione peg­giora per Renzi. Nella società, come in par­la­mento dove ieri i sena­tori alfa­niani non erano pre­senti al voto in com­mis­sione. Nel caso di Qua­glia­rello, Augello e Tor­risi la richie­sta è di rive­dere l’Italicum. Il mes­sag­gio però è chiaro: sono ini­ziate le grandi mano­vre, la scuola è il fianco debo­lis­simo dell’ex par­ti­tone del 41 per cento. Si sente l’odore del san­gue, il Viet­nam di cui ha par­lato il capo­gruppo di Forza Ita­lia Bru­netta è ini­ziato. Altro effetto: è slit­tato ad oggi il parere sul Ddl scuola da parte della com­mis­sione Bilan­cio al Senato, pro­pe­deu­tico all’inizio del voto per le modi­fi­che in com­mis­sione Istru­zione. «È ora che il governo si decida a discu­tere le sue scelte e a cor­reg­gere i suoi errori in un demo­cra­tico con­fronto con il par­la­mento» sostiene Lore­dana De Petris, pre­si­dente del gruppo misto-Sel al Senato.

Può darsi che siano fuo­chi fatui. Per il pre­si­dente della VII com­mis­sione Mar­cucci «non c’è alcuna bat­tuta di arre­sto». Nei fatti qual­cosa non fun­ziona se lo stesso Mar­cucci ammette: «Impos­si­bile sapere quali saranno le modi­fi­che che arri­ve­ranno». La richie­sta di stral­ciare l’assunzione dei pre­cari dal Ddl è stata rifiu­tata. Il loro destino è in ostag­gio del Ddl. L’ipotesi è esten­dere le assun­zioni ai pre­cari di seconda fascia. L’emendamento è dei rela­tori Puglisi (Pd) e Conte (Ap) e rac­co­glie­rebbe una delle richie­ste delle mino­ranze Pd avan­zate da Miguel Gotor. Sono accor­gi­menti che non affron­tano i pro­blemi di fondo. «Il governo si riscrive il testo da solo – sosten­gono i par­la­men­tari dei Cin­que Stelle – ora vediamo se Renzi farà finta di non sen­tire nem­meno il cla­mo­roso tonfo della sua mag­gio­ranza in Senato. L’unica parte da pre­ser­vare è quella delle assun­zioni. Il resto va get­tato nel cestino».

Il governo con­ti­nuerà invece sulla sua strada. Imper­ter­rito. Non vuole cedere nulla sul ruolo del super­pre­side. Fin’ora le ipo­tesi di emen­da­mento cir­co­late non eli­mi­nano il potere mono­cra­tico attri­bui­to­gli dal Ddl e con­te­stato dal mondo della scuola. In più sem­bra esclusa la modi­fica dell’altro pila­stro ideo­lo­gico della riforma: le scuole pari­ta­rie. A luglio il Ddl tor­nerà alla Camera. Spo­stando tutto in estate, il Pd spera di sfian­care l’opposizione straor­di­na­ria­mente vigo­rosa ed effi­cace, come si vede dal suc­cesso dello scio­pero degli scru­tini. Renzi teme la scuola, un avver­sa­rio impen­sa­bile ai suoi occhi. E molto coriaceo.

Non biso­gna tra­scu­rare un altro ele­mento. Il Ddl scuola doveva essere appro­vato da entrambe le camere a fine aprile. Il «cro­no­pro­gramma» ren­ziano porta almeno due mesi di ritardo. La riforma sulla quale Renzi ha messo la fac­cia è stata pre­sen­tata dieci mesi fa, il 3 set­tem­bre 2014. Da allora l’esecutivo ha perso tempo, in più è stato sono­ra­mente bat­tuto dalla con­sul­ta­zione online ete­ro­di­retta sull’abolizione degli scatti sti­pen­diali di anzia­nità (il 60% ha detto no a favore di un «sistema misto»). Con la con­sul­ta­zione dei cir­coli Pd Renzi si è inven­tato un altro sistema grot­te­sco per logo­rarsi. Sta di fatto che non par­lerà con i docenti, gli odiati sin­da­cati o con il par­la­mento. Un altro errore in una vicenda che non ha saputo gestire sin dall’inizio.

Ad atte­stare l’abbaglio in corso nel par­tito demo­cra­tico c’è l’idea di un refe­ren­dum sul Ddl scuola tra gli iscritti avan­zato ieri dagli espo­nenti della mino­ranza. Invece di avviare un ripen­sa­mento allar­gato a tutta la società che si sta muo­vendo con­tro la riforma (docenti, per­so­nale, geni­tori, stu­denti e sin­da­cati), sta pas­sando l’idea di una con­sul­ta­zione riser­vata, e sepa­rata. Come se l’esito delle regio­nali, come della mobi­li­ta­zione in corso da due mesi, fosse il pro­dotto della volontà degli iscritti ad un par­tito in crisi, non di qual­cosa che eccede que­sto ristretto peri­me­tro e mette in discus­sione l’intera poli­tica del Pd. Certo, l’esito potrebbe essere nega­tivo, e non si sa a quel punto come potrebbe rea­gire Renzi che ieri non si è espresso su que­sta ipo​tesi​.Si tratta di un com­pro­messo tra chi non ha alcuna inten­zione di par­lare con la società in movi­mento e chi, per neces­sità, ha scelto di restare in un par­tito senz’aria.

Gli ultimi “si dice” sulle modi­fi­che al Ddl scuola

La set­tima Com­mis­sione Istru­zione al Senato con­ti­nuerà a lavo­rare su que­ste pro­po­ste di emen­da­mento al testo: si dovrebbe inter­ve­nire sulla valu­ta­zione del pre­side. Tra i para­me­tri che lo ren­de­ranno «pro­dut­tivo» sarà con­tem­plato il «suc­cesso for­ma­tivo» degli stu­denti e il modo in cui farà lavo­rare il corpo docenti. I rela­tori del Ddl al Senato, Puglisi (Pd) e Conte (Ap) pen­sano di eli­mi­nare, per le scuole supe­riori, i rap­pre­sen­tanti degli stu­denti e dei geni­tori dal comi­tato per la valu­ta­zione dei docenti. Quello che decide sull’aumento degli sti­pendi al 5% dei docenti «meri­te­voli». Si pensa di affian­care il col­le­gio docenti e il con­si­glio d’istituto al «super-preside». Sugli «albi ter­ri­to­riali»: limi­tarli ai docenti dal secondo anno in poi. Con­fer­mata l’idea di limi­tare gli inca­ri­chi trien­nali dei pre­sidi per tre anni, rin­no­va­bili per altri tre. Poi cam­bie­ranno scuola.

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