Scuola, chi fa danni esce più tardi: giusto o sbagliato?

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Chi fa il bravo esce 10 minuti prima. I cattivi, invece, restano in classe. Sparata dal Mail online, ripresa da molte testate e poi precisata dalla scuola inglese interessata – la Castle View di Canvey Island, nell’Essex – la modifica degli orari di lezione della scuola secondaria britannica è apparsa subito come un premio per gli alunni che fanno il proprio dovere. Con annesso e acceso dibattito sull’opportunità o meno di una tale diversificazione di trattamento.

L’istituto ha poi chiarito che l’orario è stato cambiato per tutti – l’uscita è stata anticipata dalle 15 alle 14,50 – e che il periodo di cosiddetta “detenzione” riservata ai singoli studenti indisciplinati, cioè il tempo punitivo che questi devono trascorrere in classe oltre il dovuto, è stato appunto inserito in quella forchetta. Quindi, nella sostanza, il succo non cambia: chi non ha fatto i compiti, ha creato scompiglio a scuola, ha mancato di rispetto ai professori o ha dimenticato i materiali uscirà più tardi.

Gli altri potranno serenamente andarsene prima. Spernacchiando i somarelli.

Il quadro risponde di una diversa impostazione delle sanzioni scolastiche nel mondo anglosassone. Mentre in Italia – a mio avviso sbagliando, e di grosso – alla fine i docenti finiscono quasi sempre per punire l’intero gruppo, così mortificando anche i più bravi e corretti, in Gran Bretagna la punizione è individuale. Si sostanzia appunto nella “detenzione”, cioè nell’obbligo di trascorrere più tempo a scuola – magari tornando il pomeriggio per alcune ore rendendosi utili, studiando o sistemando la biblioteca per riflettere sui propri errori: nel caso della Castle View questo momento è stato di fatto agganciato all’orario d’uscita, rendendo ancora più plastica la punizione.

E per alcuni anche eccessivamente umiliante oltre che disorientante per i genitori in termini di orario.

Quello della disciplina a scuola è evidentemente un problema spinoso su cui si sono rotte la testa generazioni di pedagoghi, psicologi e insegnanti. Da una parte c’è la necessità di tenere unita una classe che dovrà affrontare un lungo percorso, evitando di approfondire divisioni e sottogruppi che nascono naturalmente. Dall’altra l’obbligo morale di fare delle scelte, premiando i migliori e sostenendo i peggiori. Qual è, tuttavia, il limite di questo sostegno? E quali sono i mezzi, anche a patto che siano coerenti e sensati, attraverso i quali metterlo in pratica?

Il limite dovrebbe essere uno: che quel sostegno non incida più di tanto sulla qualità dell’insegnamento per tutti. Altrimenti diventa un ostacolo collettivo e c’è da riflettere sul solito rapporto costi-benefici. Bocciare un po’ di più, forse, non sarebbe tanto male. Sui mezzi, invece, il confronto è sempre aperto. Tuttavia, stando al cataclisma che ha colpito l’autorevolezza degli insegnanti, ormai ai minimi termini, e all’esplosione di aggressività e distrazione negli studenti un approccio più all’anglosassone, invece del solito buonismo all’italiana, non guasterebbe affatto.

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