Scuola: ci sono genitori e genitori

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di Isabella Milani,  Il Libraio,  25.10.2016

–  Ci sono genitori che amano il loro bambino, ma non hanno bisogno di dimostrarlo a nessuno. Ci sono poi quelli convinti del fatto che più intervengono nella vita del figlio e più dimostrano quanto lo amano. Altri ancora che al sorgere di un problema scolastico, partono all’attacco degli insegnanti. Ci sono le chat di genitori via whatsapp, “un’invenzione recente e assurda, in cui spesso viene violata la privacy”… Su ilLibraio.it le amare riflessioni di Isabella Milani (pseudonimo di un’insegnante, blogger e scrittrice)

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Per prima cosa vorrei precisare il fatto che l’amore verso i figli – in realtà- non è così scontato.

Ci sono anche genitori che considerano i figli come un peso o – peggio- come i responsabili del fatto che non hanno potuto realizzare i loro sogni, colpevoli di essere venuti al mondo, indesiderati.

Ce ne sono altri che li ignorano semplicemente; o che li maltrattano e li picchiano, e che addirittura li violentano. Lo sanno gli assistenti sociali, gli insegnanti, e a volte i casi di violenza li leggiamo sui giornali.

Nella mia carriera ho toccato con mano gli effetti disastrosi di queste situazioni. Ma non voglio parlare di questi genitori, ma di tutti gli altri, che sono la maggioranza.


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A scuola ci sono genitori e genitori.

Ci sono i genitori che lavorano tutto il giorno, ma sono consapevoli che non conta la quantità, ma la qualità del tempo che possono trascorrere con i figli. Questi genitori amano il loro bambino, ma non hanno bisogno di dimostrarlo a nessuno. Lo lasciano libero di giocare, resistono all’impulso di comperargli tanti giochi, perché sanno che non è il numero di giochi che può renderlo felice, ma il modo di giocare, la tranquillità. Lo accettano con i suoi pregi e i suoi difetti, gli dicono dei “sì” e dei “no”, dei “devi” e dei “puoi”, anche se a volte costa loro fatica. Resistono alla tentazione di piazzarli delle ore davanti alla tv o di accontentarli in tutto, anche se sarebbe più facile. Non lo aiutano se non è proprio necessario, e se occorre lo fanno faticare un po’, perché sanno che questo può aiutarlo a crescere e a diventare autonomo. Non concedono più di una attività extrascolastica, perché sono convinti che un bambino debba avere tanto tempo per giocare e un po’ anche per annoiarsi e imparare a stare solo con se stesso. Lo lasciano sbagliare e correggersi, gli lasciano provare anche la sconfitta, perché sanno che nella vita la incontreranno e dovranno saperla affrontare e superare. Questi genitori non trovano strano che il loro bambino o il loro ragazzo possa sbagliare ed essere rimproverato, e perciò non corrono dall’insegnante per protestare se ricevono una nota, o un brutto voto da firmare, perché sanno che l’insegnante sta facendo il suo lavoro, che comporta anche questo. Questi sono i genitori che hanno un buon rapporto con gli insegnanti, perché mirano tutti allo stesso scopo: l’autonomia e la serenità del bambino.


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Ma ci sono altri genitori che hanno un pessimo rapporto con la scuola.

Ci sono i genitori che lavorano tutto il giorno e non hanno tempo per stare dietro ai figli, e che per questo hanno dei sensi di colpa e, al sorgere di un problema scolastico, partono all’attacco degli insegnanti (che magari non hanno mai visto perché non hanno trovato il tempo di andare ai colloqui), perché – dicono – “Non ho tempo, ma se occorre, guai a chi mi tocca mio figlio!”. Durante tutto l’anno, questi genitori non si vedono, non vengono ai colloqui neppure se convocati ufficialmente, protestano perché ricevono dei messaggi o delle note o dei brutti voti, e non collaborano in nessun modo con gli insegnanti, che sono costretti a gestire bambini e dei ragazzi che a volte sono decisamente difficili.Soltanto quando arriva la fine dell’anno e temono una bocciatura, quei genitori trovano per magia il tempo di presentarsi a scuola per parlare con l’insegnante,sperando di convincerli a non bocciarli.

Ci sono poi i genitori convinti del fatto che più intervengono nella vita del figlio e più dimostrano quanto lo amano. Pensano sempre a lui, rispondono al suo posto quando qualcuno lo interpella, lo vestono con abitini sempre nuovi e alla moda, lo riempiono di giocattoli, e, quando è un po’ più grandicello, invece di farlo giocare liberamente e spensieratamente, lo mandano a calcio, a nuoto, a judo, a karate, a pallavolo, a tennis. Arrivano a far fare al loro piccolo anche tre attività a settimana. Si lamentano perché devono accompagnarlo a destra e a sinistra, ma in realtà sono fieri di questo loro bambino super impegnato. Sicuri di indirizzarlo verso una buona cultura, lo mandando anche a lezione di danza, di chitarra, di pianoforte, di inglese, di matematica, di italiano, di francese; oppure lo aiutano tutti i giorni nei compiti, spiegano di nuovo le lezioni che l’insegnante ha spiegato in classe, studiano insieme a lui le poesie, la storia, le scienze, la geografia. Arrivano a far fagli fare esercizi in più, perché secondo loro l’insegnante ne ha dati troppo pochi.


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Quando poi il bambino diventa un adolescente, continuano a metterlo sotto una campana di vetro, evitando loro ogni fatica e ogni potenziale dispiacere: lo accompagnano fino all’ingresso della scuola media, e se per caso sono costretti a lasciarlo qualche metro più in là, piantano lì l’auto – incuranti della coda di auto che si forma – e corrono a portare loro lo zaino fino all’ingresso, perché il ragazzo non deve assolutamente stancarsi.

Intervengono nei suoi rapporti con i compagni, e guardano di nascosto il suo cellulare e la sua pagina Facebook, per controllare che nessuno lo prenda in giro.

I genitori di questo tipo – perché gli altri si rifiutano o abbandonano quando si accorgono dell’assurdità della cosa- si “associano” via chat con i genitori dei compagni di classe, per fare meglio questo loro lavoro di assistenza al figlio. Le chat di genitori via whatsapp sono un’invenzione recente e assurda, e si sono diffuse perché fanno sentire quei genitori partecipi della vita del figlio e tanto utili. E la chat serve – ufficialmente – a controllare quali sono i compiti assegnati o a che ora si entra il giorno dell’assemblea sindacale, e a chiedere chiarimenti circa un esercizio che né il bambino né la mamma sanno svolgere.


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Per nulla preoccupati di segnare bene i compiti, o di stare attenti alle lezioni, i bambini e i ragazzi non hanno responsabilità, tanto “ci pensano le mamme”, e se il compito risulta sbagliato, dopo tutto la colpa è della mamma. Le chat evidentemente partono dal presupposto che i figli (e soprattutto gli insegnanti) siano degli incapaci e che i genitori debbano intervenire per limitare i danni.

E fra un “che cosa c’era di compito?”, un “a che ora è la riunione?”, ci sono anche i “ma l’ha spiegata la lezione? Secondo me quella lì non spiega niente e poi pretende che i nostri figli capiscano”, “a Mario ha dato 9 e al mio 8. Come mai?”, “Oggi Ruggero ha di nuovo dato una spinta a Mariolino. Ma che cos’ha quel bambino? È matto? Mi hanno detto che i genitori si picchiano”. E la privacy va a farsi benedire.

Questi genitori si convincono che il miglior modo per dimostrare a tutti quanto amano il figlio – bambino o adolescente – sia quello di difenderlo a spada tratta contro tutto e tutti: essendosi occupati a tempo pieno dei compiti e delle lezioni, delle attività sportive o ludiche o culturali del figlio, se per disgrazia un insegnante o un istruttore punisce il bimbo o il ragazzo, partono con la difesa a oltranza, anche in associazione con gli altri genitori, scrivendo lettere o rivolgendosi al dirigente perché intervenga. Difendono il figlio attaccando l’insegnante, reo di non aver capito le doti dell’alunno, di “avercela con lui”, di non saper insegnare o di non sapere tenere la disciplina, di fare delle preferenze, di essere nevrotico, ecc. Una nota, un rimprovero, un brutto voto vengono vissuti come insulti al bambino e rimproveri al genitore che lo segue, o a quello che non può seguirlo.

Per qualunque problema o necessità – anche ad adolescenza inoltrata “ci pensa la mamma” o “ci pensa il babbo”, “tu non ti preoccupare”. So di genitori che cercano loro il lavoro per i figli ultraventenni, inoltrando domande e curriculum o addirittura andando personalmente a parlare con i responsabili dell’ufficio assunzioni delle aziende, magari mentre i ragazzi sono in piscina o in discoteca, belli tranquilli.

Ecco, ai genitori che rifiutano il rapporto con gli insegnanti, e a quelli iperprotettivi, persuasi che con il loro aiuto il figlio diventerà migliore e potrà, un giorno, realizzarsi, avere successo ed essere felice, vorrei dire che non è assolutamente così e che hanno buone probabilità di crescere dei figli non autonomi, scansafatiche e alla fine, disoccupati. E quindi infelici.

Rifletteteci, per il bene dei vostri figli. Soprattutto se vi siete in qualche modo riconosciuti.

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L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella Scuola. Per Vallardi ha pubblicato L’arte di insegnare – Consigli pratici per gli insegnanti di oggi. Qui il suo blog.

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