Scuola dell’Infanzia e sorveglianza: telecamere con svista

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di Vittorio Lodolo D’Oria, Orizzonte Scuola,  21.10.2016

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– A larga maggioranza la Camera ha approvato la Proposta di Legge che introduce l’uso delle telecamere di sorveglianza nelle scuole dell’infanzia e in altre strutture residenziali per prevenire i maltrattamenti dell’utenza.

Purtroppo non sempre è oro quel che luccica e i limiti di questa soluzione sono decisamente numerosi ed evidenti. All’origine delle vessazioni che i bambini subiscono vi è infatti l’usura da Stress Lavoro Correlato (prova ne sia l’età anagrafica delle maestre coinvolte e la loro ultratrentennale anzianità di servizio) sulla quale le telecamere non incidono minimamente. Queste in realtà possono al massimo svolgere una mera azione di prevenzione secondaria, registrando le angherie già subite dai piccoli utenti. Il 90% dei casi di maltrattamenti occorsi ai bimbi nelle scuole pubbliche ha visto coinvolte donne con età superiore ai 50/60 anni (il caso odierno a Milano riguarda una maestra sessantenne) con anzianità di servizio di 30/40 anni. Il governo, con la proposta di riduzione dell’età pensionabile a 63 anni, oggi riconosce che la riforma Fornero deve essere ritoccata e che l’usura psicofisica delle maestre della scuola dell’infanzia è alta. L’aver attuato riforme previdenziali, senza prima valutare la salute e le malattie professionali della categoria, ha portato a risultati in cui i soggetti deboli e indifesi pagano per primi l’errore commesso. Pensare di poter porre rimedio alla suddetta mancanza con l’uso di telecamere è quantomeno stravagante. Vediamo perché.

  1. La Proposta di Legge genera confusione fin dal suo inizio accomunando le strutture pubbliche con quelle private, infatti le problematiche delle prime sono essenzialmente di esaurimento del lavoratore per Stress Lavoro Correlato (SLC), mentre quelle delle seconde sono per lo più legate alla selezione/formazione/carenza del personale, nonché a budget ridotti. Prova di ciò sono l’età e i CV delle maestre inquisite.
  2. Mentre il governo sta giustamente cercando di risolvere il problema alla radice, il Parlamento introduce una misura di prevenzione secondaria che non evita i maltrattamenti ai bambini ma al massimo li videoregistra.
  3. La Proposta di Legge pone a carico delle strutture (non dello Stato) le spese per l’installazione delle telecamere. Peccato che le scuole non abbiano innanzitutto i soldi per la prevenzione dello SLC.>
  4. I problemi sollevati da un’eventuale violazione della privacy dei lavoratori sarebbero superati solamente grazie all’assenso della Rappresentanza Sindacale Unita o dell’Ispettorato del Lavoro. In altre parole si è chiesto proprio alle Parti Sociali di abdicare al loro ruolo di garanti della privacy del lavoratore, invitando quest’ultimo a rinunciarvi spontaneamente. Quanto sopra, tra l’altro, in un momento in cui gli stessi sindacati non godono di grande rappresentatività nel mondo della scuola.
  5. Qualora i maltrattamenti avvenissero ad opera di una maestra a causa della sua indole violenta, anziché per motivi di SLC e usura psicofisica, l’interessata farebbe di tutto per sfuggire alle telecamere riparandosi in luoghi non videosorvegliati. Verrebbe pertanto irrimediabilmente neutralizzata la funzione di telecamere.
  6. La visione delle registrazioni viene affidata esclusivamente alle Forze dell’Ordine che però non hanno alcuna esperienza di educazione e insegnamento, in particolar modo coi disabili gravi dove il rapporto “fisico” può addirittura essere equivocato.
  7. L’estrapolazione di pochi fotogrammi (trailer) da un contesto articolato e complesso si presta talvolta a interpretazioni equivoche che richiedono conferme e contestualizzazioni specifiche. Prova ne sia il fatto che la videosorveglianza fino a qui condotta furtivamente nelle scuole ha richiesto mesi e mesi di registrazioni e indagini.
  8. Le telecamere mortificherebbero ulteriormente la professionalità della categoria: le maestre le vivrebbero come un controllo da parte dei genitori, determinando una contrapposizione tra le parti anziché un’alleanza. Mi è capitato di assistere a un confronto tra una maestra e una mamma che si accusavano a vicenda dei numerosi episodi di enuresi notturna del bambino. Ciascuna imputava all’altra il problema: una attribuendo la colpa ai maltrattamenti ricevuti dal figlio a scuola, l’altra al pesante clima familiare cui era esposto l’alunno. Entrambe invocavano il ricorso alle telecamere da piazzare chi a scuola e chi a casa.
  9. Il sistema di sorveglianza in una scuola esiste già senza alcuna necessità di introdurre telecamere ma va reso efficiente. E’ rappresentato da tutti gli insegnanti e dai collaboratori che possono immediatamente allertare il dirigente scolastico. Questi ha tutti gli strumenti per intervenire nel caso si tratti di esaurimento per SLC (con l’accertamento medico d’ufficio e con eventuale sospensione cautelare), ovvero di maltrattamenti, abuso dei mezzi di correzione o altro (con richiami, sanzioni, esposti). Di sicuro il preside non può rimanere inerte per mesi e mesi in attesa di indagini avviate di nascosto dall’Autorità Giudiziaria.
  10. I soldi che oggi si pensa di investire nell’acquisto di telecamere dovrebbero essere piuttosto allocati per informare i docenti sulle malattie professionali cui sono esposti e per formare i dirigenti sulle loro incombenze medicolegali, a cominciare dalle azioni di prevenzione dello SLC negli insegnanti e dalla tutela della piccola utenza.

Queste alcune delle ragioni che inducono a non esultare per l’introduzione delle telecamere nelle scuole. Di fronte a un problema di relazioni vale la pena ricordare che la soluzione viene dall’uomo e non dalla tecnologia. Così come nelle riforme previdenziali occorre ricordare che i lavoratori sono persone e non numeri: solo i dilettanti allo sbaraglio non arrivano a comprendere ciò.

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