Scuola di calligrafia per bambini 4.0

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– Il professor Benedetto Vertecchi ha iniziato a insospettirsi quando ha visto crescere esponenzialmente i casi di disgrafia e discalculia, ovvero difficoltà patologiche di lettura, scrittura e calcolo, tra i bambini delle scuole elementari: «In un primo momento mi sono allarmato, poi però ho pensato che non potesse trattarsi di una regressione patologica generalizzata. Così mi sono chiesto: non sarà che i bimbi hanno questo problema perché non scrivono più a mano? Perché hanno sostituito la scrittura manuale con attività e operazioni mediatizzate dalla tecnologia?».

Anche di questo si parlerà venerdì e sabato all’Archivio di Stato di Milano, durante il convengo internazionale «La scrittura a mano ha un futuro?», organizzato dall’Associazione calligrafica italiana in occasione del XXV anniversario dalla sua fondazione. Ospiti della due giorni di dibattiti, riflessioni e dimostrazioni saranno calligrafi, graphic designer, artisti, storici, professori, autori e ricercatori, riuniti per delineare lo stato dell’arte della scrittura a mano e il suo incerto futuro in un mondo sempre più digitalizzato e virtuale, che rischia di far scomparire «una pratica fino a ieri alla base della cultura».

Mentre in Finlandia, da quest’anno, l’insegnamento del corsivo nelle scuole non è più obbligatorio – si imparerà lo stampatello –, i partecipanti al convegno si interrogheranno sul senso e l’utilità della scrittura a mano oggi: ci interessa ancora? Perché insegnarla ai bambini 4.0? Cos’è la calligrafia ai nostri giorni? Quale la relazione tra mente e scrittura? «La sostituzione della scrittura manuale con quella digitale ha conseguenze non indifferenti sullo sviluppo mentale del bambino, sulla sua capacità di coordinamento percettivo-motorio e sulla sua memoria», spiega Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale presso l’Università di Roma Tre. «Chi è abituato, sin dalla tenera infanzia, a usare tastiere presenta maggiori difficoltà nel produrre segni alfabetici ed è destinato a elaborare testi più scadenti sia dal punto di vista ortografico sia da quello lessicale. È evidente che bisogna rivalutare l’insegnamento della scrittura a mano nelle scuole: solo questa, infatti, consente una interiorizzazione e una continuità tra mente e mano, attività mentale e sua trasposizione fisica, concreta, manuale, appunto. La scrittura è una soluzione semplice, di una semplicità che solo millenni di pratiche culturali sono in grado di assicurare. È proprio questa semplicità che conferisce il massimo di libertà al pensiero di chi scrive».

Anna Ronchi, calligrafa e docente, al convegno proporrà «nuovi metodi e modelli per salvare la scrittura a scuola, che non è importante solo per l’apprendimento e la formazione del bambino, ma è una delle forme di comunicazione più antica ed espressiva del sé, della propria personalità. È cioè la forma più semplice e intima che abbiamo per esprimere noi stessi, eppure da anni, mentre rinasce l’attenzione per la calligrafia, sta tramontando l’interesse per la scrittura, in primis da parte di insegnanti ed educatori». Per questo Ronchi tiene molto a formare i formatori, in un momento in cui «la scuola sta investendo pesantemente sulla rete e sulle Lavagne interattive multimediali e anche il Ministero competente dedica poca o nulla attenzione all’insegnamento della scrittura a mano».

Collega di Ronchi è Alex Barocco, anch’ella calligrafa e docente; il suo intervento partirà da un semplice quanto decisivo quesito: «Ai giovani e giovanissimi interessa ancora scrivere a mano? Dall’esperienza vissuta tra i ragazzi, preadolescenti e adolescenti delle scuole medie soprattutto, la mia risposta è “Sì!”. I ragazzini sono assolutamente rapiti dalla scrittura a mano, non la recepiscono affatto come noiosa e faticosa: anzi, capiscono in fretta che questa prassi permette loro di comunicare parte di sé, in un frangente della crescita per loro molto delicato e cruciale. Amano scrivere a mano per esprimere se stessi, non solo nei contenuti, ma innanzitutto nella forma, riscoprendo intanto la bellezza della grafia e imparando i fondamentali della composizione grafica. L’insegnamento della scrittura a mano è, in un certo senso, anche una educazione al bello, una disciplina estetica: io ho scelto di concentrarmi sullo stile italico, non così rotondo come il corsivo delle elementari né piatto come lo stampatello. L’italico è una scrittura mutuata dal Rinascimento: veloce, comoda, regolare, leggibile, armonica. È insomma un’ottima base su cui sviluppare la propria grafia personale ed è uno strumento di bellezza formidabile ma semplicissimo con cui esprimere la propria, complessissima identità».

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