Scuola e disabilità: a lezione di equità

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di Antonella De Gregorio, Il Corriere della Sera, InVisibili, 4.11.2017

– A volte siamo all’avanguardia. Sull’inclusione, per esempio. La scuola italiana è stata la prima in Europa a superare l’esperienza di istituti speciali e classi-ghetto,  affermando il principio dell’istruzione integrata, per gli alunni con disabilità. Nasceva quarant’anni fa (riforma Falcucci) l’insegnante specializzato e si affacciavano modelli didattici nuovi, flessibili e trasversali. Da venticinque anni, poi, i diritti delle persone con disabilità sono definiti e fissati nella legge 104. Nel 2013 un’altra legge, la 170, ha allargato la visione inclusiva, spostando l’attenzione dalla disabilità alle varie condizioni di difficoltà, anche solo sociale e familiare. Ma la tutela e l’affermazione dei diritti di tutti gli alunni è un cammino non ancora compiuto: «L’Italia ha una tradizione di norme molto avanzata che incontrano però difficoltà nell’applicazione; non si può ancora dire un Paese a inclusione realizzata», afferma Dario Ianes, docente di Pedagogia e Didattica speciale all’Università di Bolzano, che spiegherà il «processo evolutivo senza fine» della scuola inclusiva, in occasione del Convegno Erickson «La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale» che da oggi al 5 novembre vede la partecipazione di oltre 4mila persone al Palacongressi di Rimini.

Evidenzierà i punti deboli: «C’è ancora la tendenza a formare classi con gruppi omogenei di difficoltà; a delegare ai soli docenti di sostegno le problematiche e gli apprendimenti degli alunni disabili; a intervenire con un approccio medico, di cura, più che didattico». Accanto, però, agli elementi positivi: «Come il fatto che nelle classi ci sono alunni con ogni tipo di disabilità: solo Norvegia e Portogallo sono inclusivi in maniera altrettanto decisa», dice Ianes. Ma c’è bisogno di far evolvere il significato della parola «inclusione»: «Oggi si parla sempre più di risposta adeguata ai bisogni di ognuno, non solo di chi ha problemi. L’Educazione Inclusiva deve riguardare il 100% degli alunni, con tutte le loro differenze, comprendere anche le eccellenze e gli stili di apprendimento diversi».

A dare base scientifica a questo approccio, l’Universal Design for Learning, metodologia che verrà illustrata dal suo ideatore, David Rose, neuropsichiatra  ed educatore. Trasporta nella didattica il principio che sta alla base della progettazione di un edificio o di un oggetto di design, pensato per il più ampio utilizzo possibile: «Anche le attività formative possono essere progettate fin dall’inizio con una pluralità di materiali e format che rispondano  alla pluralità degli alunni e riducano le barriere nell’apprendimento», spiega Ianes. Insieme al principio dell’universalità, a Rimini i 150 relatori invocheranno quello della giustizia sociale, di cui dovrebbe essere pervasa la scuola. Come è definito in Costituzione e come insegnato da Don Milani 50 anni fa, nelle pagine  della «Lettera a una professoressa»: con il coraggio di contrastare le disuguaglianze, combattere l’esclusione, rimuovere gli ostacoli perché ognuno sviluppi il proprio massimo potenziale. E incontreranno l’inclusione realizzata attraverso approcci innovativi come la «didattica aperta» (che verrà illustrata da Heidrun Demo,  università di Torino), che affida all’insegnante il ruolo di accompagnatore delle iniziative degli alunni, piuttosto che di guida; o il «metodo analogico» di Camillo Bortolato, insegnante a Treviso e pedagogista, che spiegherà come si può allenare ad apprendere mediante metafore e analogie. Mentre Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e fondatore delle Penny Wirton – scuole di italiano per immigrati – affronterà il tema della padronanza della lingua come questione centrale per l’accesso alla cittadinanza.

Una scuola tesa al proprio compito costituzionale – dare a tutti le stesse opportunità – beneficerà poi enormemente secondo Salvatore Nocera, esperto di integrazione scolastica della Fish (la Federazione per il superamento dell’handicap) delle novità sulla formazione dei docenti introdotte con la Buona Scuola e i decreti attuativi. Dove si prevede come obbligatoria e strutturale la formazione in servizio  e il tema dell’inclusione è prioritario. «Si creano finalmente percorsi separati per la formazione e la carriera di docenti curricolari e di sostegno – dice Nocera -. Dal 2019, nelle secondarie di primo e di secondo grado ci saranno insegnanti che hanno superato concorsi ad hoc e dopo tre anni di formazione e tirocinio insegneranno soltanto sostegno, oppure solo una disciplina. Gli uni e gli altri necessari, rendendo così possibile un vero lavoro d’equipe».

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