Scuola e disabilità, la coscienza comune che manca

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di Simonetta Morelli, Il Corriere della Sera, InVisibili, 6.10.2016

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– «È possibile – si domanda Gianna Fregonara, responsabile con Orsola Riva del Corriere Scuolache quando si parla di studenti disabili e di studenti ripetenti, scatti automaticamente l’emergenza, il codice rosso: problema irrisolvibile senza crearne altri? Lo sanno bene i genitori dei bimbi disabili, che proprio in questi giorni sono costretti a tenerli a casa in attesa che arrivino gli insegnanti di sostegno, di solito gli ultimi ad essere designati per le cattedre.

Succede anche che vengano invitati dagli stessi presidi a fare ricorso al Tar per ottenere quello che sulla carta è un diritto e che nella realtà viene regolarmente calpestato. In alcune regioni, tra le quali la Sicilia e la Sardegna, le cattedre di sostegno sono state usate per permettere agli insegnanti di restare vicini a casa anche se non hanno la specializzazione.»

In un articolo essenziale e colmo di partecipazione Gianna Fregonara dà voce a tutti coloro che vorrebbero realizzare la scuola degli alunni, e non quella delle assunzioni. Parla di diversità e disabilità con una lucidità rara a trovarsi, fuori dai canali dedicati.

I compagni di scuola senza disabilità

Lo fa dando voce a tutti gli alunni, soprattutto ai «compagni che hanno il diritto di essere aiutati ad accogliere e integrare un loro compagno in difficoltà», individuando come punto dolente non la diversità delle persone, bensì l’intero contesto scolastico.
La scuola di tutti, che supera il concetto di inclusione, dovrebbe essere patrimonio comune difeso tutti insieme. Anche dai docenti curricolari, anche dai genitori degli alunni senza disabilità.

I docenti con disabilità

Invece accade che insieme alla contrapposizione tra alunni con disabilità e senza, insista ancora la più profonda ignoranza sulla realtà dei docenti con disabilità. Ne trattammo qui grazie ad una interessantissima raccolta di testimonianze a cura del Gruppo donne della Uildm . A cui si aggiunge la cronaca che ha parlato di docenti, come Mariaclaudia Cantoro, che non hanno potuto usufruire dei benefici della legge 104 perché non erano di ruolo, e per questo hanno affrontato disagi di ogni tipo. Docenti, come Gennaro Iorio, che hanno sostenuto un concorso non a norma riguardo all’accessibilità ai candidati ciechi.
Voci forti, importanti, che pure non hanno peso, sembrano non esistere. E sempre per la stessa ragione: si guarda la disabilità e non le capacità e la cultura del docente. Che è stato prima un alunno.
Una scuola che contemporaneamente istruisce e diseduca, è mostruosa.

Il patto scuola- famiglia

Nella disabilità, il patto scuola-famiglia, quel luogo riservato agli adulti che sembra scomparso dalla coscienza civica di troppi genitori e diversi insegnanti, è la base di tutto. Ancora di più quando un alunno non è in grado di rappresentare sé stesso. Ma la precarietà del contesto generale, l’insormontabilità di certe condizioni neutralizza la forza delle buone leggi e delle buone prassi. Perché non v’è dubbio che molte cose sono state fatte (penso allo sportello per autismo, per esempio, a cui possono rivolgersi le scuole) ma tutto cade nel vuoto se poi la scuola è concepita e trattata come un ufficio di collocamento.
«Salvo poi commuoverci per le storie belle e coraggiose di chi i problemi li ha superati con una medaglia alle Paralimpiadi, – conclude Fregonara – sfidando tutto e tutti. Sarebbe forse più utile se ci chiedessimo quanto sudore, quanta fatica e forza di volontà ci sono dietro queste vittorie. E anche quante lacrime.»

Le lacrime

Non volevo parlare di scuola, per egoismo, per godermi fino alla fine il piccolo paradiso di un liceo scientifico di Reggio Calabria intitolato ad Alessandro Volta, che fino al mese di Luglio del 2018 conterrà la vita di mio figlio. Volevo stare in apnea, immersa nella concentrazione che richiede la preparazione dei bagagli perché tutto ciò che è stato non vada disperso. La scuola è il suo unico patrimonio di vita sociale.C’è bisogno di portare via tutto, anche il superfluo, anche ogni lacrima: di rabbia, poche volte; d’angoscia, all’inizio. Ma soprattutto di trasporto, nei confronti di molte persone.
Intorno a noi accade già che c’è una società più pronta e un giornalismo generalista più attento e rispettoso della disabilità.
La cattiva politica non avrà la meglio se tutti sapranno godere e difendere questa ricchezza: «per tutti» si fa «insieme».
Spero in un’esplosione di consapevolezza che porti chi non è coinvolto in condizioni di disabilità a combattere accanto a chi, fin qui, è stato ammirato per forza e coraggio, ma è sempre stato solo.
Queste sono le lacrime di cui parla Gianna Fregonara. Quelle della delusione, patrimonio comune, che può trasformarsi in luce e bellezza.

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