Scuola, perché va detto basta alle chat tra genitori su Whatsapp

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di Simonetta Tassinari,  Il Libraio,  17.10.2016

–  Si sta molto dibattendo a proposito dei gruppi su Whatsapp fatti dai genitori degli studenti, tanto che alcuni presidi hanno addirittura tentato di vietare le chat di classe, causa di liti e talvolta sede di discussioni poco civili… – Su ilLibraio.it il punto di vista della scrittrice e insegnante 

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Il villaggio globale della chiacchiera

Partiamo dall’idea che i nostri figli ci sono preziosi, e che ci sembra doveroso prendercene cura. La civiltà ha aggiunto moltissimo ai bisogni primari: l’educazione, il sostegno per un inserimento armonico nella collettività, la preoccupazione per gli studi, tutte attività che travalicano l’uscio di casa, implicano un diretto contatto con gli altri e rapporti sociali nei luoghi stessi in cui si esercitano.

Avere dei bambini, o dei ragazzi, è del resto un ottimo collante in società, e un ottimo modo di fare amicizie. Anche all’interno delle nuove conoscenze originate dalla scuola, così come in generale nella vita, ci piacerebbe essere ascoltati da tutti, metterci un po’ in mostra (suvvia, ammettiamolo), avere un piccolo ruolo catalizzatore, un piccolo ruolo da leader e, nel contempo, credere sensatamente di star facendo qualcosa di utile per i nostri figli e, tanto che ci siamo, per quelli altrui. Diventare rappresentanti di classe e organizzare, là per là, un gruppo di genitori su Whatsapp “per sentirci tra noi”, è l’ideale punto di congiunzione di desideri legittimi e sorge, senza dubbio, dalle migliori intenzioni. Si sceglie Whatsapp, e non le vecchie mailing list e i tradizionali sms, perché con Whatsapp si viene subito a sapere se gli altri membri ci hanno letto o no, e si chatta contemporaneamente con più persone: insomma, Whatsapp ha il dono della simultaneità e la certezza della visibilità.

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Peraltro fondare un gruppo di genitori rappresenta un mezzo democratico per coinvolgere e attrarre adulti volenterosi e attenti, abbattendo barriere di censo e di posizione sociale: perché sul gruppo classe si è tutti soltanto genitori, e tutti alleati. Sicché il compassato professore universitario si trasforma in un padre ansioso, preoccupato che il riscaldamento sia sufficiente, così come una risoluta avvocatessa assume semplicemente le vesti di una mamma interessata alle decisioni che riguardano la sua prole, dalle macchinette per le merendine senza troppi zuccheri fino ai programmi di educazione fisica; e, tra tutti, ci si dà del “tu”.

All’inizio il fenomeno si è fatto avanti in sordina, come un servizio. I gruppi si sono scambiati informazioni, i compiti assegnati in caso di assenza dei bambini, il contenuto delle lezioni, gli auguri per un compleanno, magari ci si è accordati per una torta a sorpresa.


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Poi la granata è scoppiata, i gruppi si sono moltiplicati, le loro competenze, per così dire, si sono ingigantite, e sono comparsi i mostri.

Gruppi Whatsapp di genitori, sviluppando una sindrome di onnipresenza e di orrore per il vuoto domenicale che li priva di un contatto, si danno il buongiorno la domenica mattina; comincia una mamma (oppure un papà, tuttavia un po’ più difficilmente), e le altre o gli altri rispondono con una sfilza di emoticon, o rimettendo in circolazione le frasi, le vignette, i disegnini che si trovano così facilmente su Facebook e che hanno già ricevuto parecchi “mi piace”. Dunque anche nel giorno festivo arrivano notizie del gruppo per mezzo di un sole nascente, un mazzo di fiori, un uccellino appollaiato su un ramo, una bambina che saluta, un cagnolino che muove la coda. Non mancano le catene, gli inviti al “copia e incolla”, le foto di una pagina di quaderno del proprio figlio che sembra particolarmente riuscita, il voto autografo del prof su una versione (in teoria, un documento interno), al che anche gli altri rispondono suonando le loro campane, il podio in una competizione, il superamento dell’esame di inglese.

 

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Fin qui, si direbbe, che c’è di male? Si condivide. Si “fa” gruppo, per l’appunto. Ma poiché la nostra è la società della nowness, dell’adesso e basta, come scrive David Gelernter di Yale, non si pensa alle conseguenze, e, a causa della permanente ebbrezza, spesso diagnosticata, degli adulti che non sono nati con gli smartphone ma hanno passato tutta la trafila, dal telefono fisso all’iPhone, sui gruppi Whatsapp non si è più solo presenti, anche invadenti, si superano confini che non dovrebbero essere superati, si arriva alla maldicenza, si diffondono sospetti, si critica la preparazione dei professori, si insinuano differenze di trattamento nei confronti degli alunni, si dà sfogo al proprio protagonismo virtuale.

Talvolta, in tono di apparente innocenza, si passa addirittura alle accuse. Se un bambino perde qualcosa si domanda con candore “Qualcuno ha forse visto la sciarpa di Davide? O la costosa penna di Giulia? Perché nello zaino non ci sono più”, con il sottinteso rimprovero “Qualcuno dei vostri figli è un piccolo ladro. Perquisiteli”.

Talvolta alcune conversazioni diventano incandescenti; nei sottogruppi ristretti si scivola anche nella calunnia (tutto sembra meno vero, meno grave sotto la forma di un messaggio).

La falsa trasparenza esibizionistica e l’imbarbarimento dei gruppi di genitori su Whatsapp è senza dubbio un’espressione dell’attuale “ubriacatura da social”, senza distinzioni di età e condizioni economiche (anzi, forse i ragazzi sono più sobri di noi). Un’ubriacatura che deriva anche dal fatto che l’intelligenza, il buon gusto e l’educazione non sono andati di pari passo con l’evoluzione tecnologica.

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Peraltro abbiamo un po’ tutti sviluppato un modo di ragionare che si sta modellando sul “questo lo posso postare su Facebook o sul mio gruppo Whatsapp”, e, se non lo si può, l’argomento, o l’immagine, o il video, perdono di attrattiva: una vera e propria patologia della comunicazione. È pur vero che siamo tuttora in una fase transitoria: chi avrebbe saputo fornire un bilancio soddisfacente del mezzo televisivo in Italia e delle sue implicazioni durante i primi anni delle trasmissioni Rai? Ricordo ancora che a casa mia, da bambina, si sussurrava – e si sorrideva – di alcune signore del paese della mia famiglia che da poco ospitavano una tv nel loro salotto (e la coprivano con un bel centrino, e la spolveravano con amore), perché, prima di sedersi in poltrona per guardare uno “sceneggiato”, come si diceva allora, o Canzonissima, si pettinavano, non volendo fare una brutta figura con gli attori e i cantanti.

Più o meno, siamo ancora in una fase simile: di infanzia digitale. Non abbiamo ancora capito bene il mezzo che possediamo. Credendo di dominarlo ne siamo soggiogati e dominati, e perdiamo il senso delle proporzioni. Abbiamo trasferito su Whatsapp il cortile, la piazza, i sussurri e le chiacchiere sotto i portici mentre passavano il prete, il professore, il dottore, la maestra, la Bella con i suoi vestiti, insomma la maniera di praticare quel po’ di frivolezza, quel po’ di futilità senza le quali, secondo Voltaire, saremmo tutti più infelici.

La differenza è che, quel che una volta si diceva, adesso lo si scrive su Whatsapp, che per di più ci offre il modo di scegliere le parole, di selezionare quel che consideriamo migliore di noi, di ritoccare le foto (a proposito, chi insegna a farlo anche a me?). Tutto sommato, un’ elegante inautenticità sotto le false spoglie dell’immediatezza.


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Eppure impedire le chiacchiere e le futilità nel villaggio globale, si tratti di gruppi di genitori o di professori (e ce ne sono), di amici d’infanzia o di amici del Dopolavoro, è impossibile. Così come è impossibile impedirne la formazione e anche la (frequente) degenerazione; si tratta della permanente eventualità che qualcosa degeneri, dalla democrazia alla qualità del latte della Centrale.

Arginarlo, invece, si può? Hanno visto giusto i presidi che hanno additato il fenomeno, invocando (giustamente) il rispetto della privacy, poiché spesso si spifferano i cosiddetti “dati sensibili” con l’aria costante di voler dare una mano (“Lo sapete che i genitori di Gilda hanno appena divorziato? Stiamole vicino”. E se i genitori di Gilda non avessero voluto farlo sapere? Amen). E che pensare dei presidi che hanno addirittura proposto corsi di formazione per i genitori? Chi ne saranno i formatori (magari i leader, a loro volta, nel gruppo Whatsapp della classe dei loro figli, o di quelli che inviano un sms al loro bambino invece di affacciarsi alla finestra)?

Che, però, almeno se ne parli.

Che, almeno, si abbia qualche scrupolo a finire su un gruppo di Whatsapp per aver esagerato in un altro.

TASSINARI rid

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L’AUTRICE * – Nel 2015 Simonetta Tassinari ha pubblicato La casa di tutte le guerre, romanzo ambientato in Romagna nell’estate 1967. E’ appena tornata in libreria con La sorella di Schopenhauer era una escort, un libro per i genitori, per i ragazzi, per chi non è genitore e non è neanche un ragazzo, per i curiosi, per chi vuole sorridere, e leggere, della scuola italiana. Un ritratto divertente della generazione smartphone-munita, che va alla radice del bisogno di fingersi più bravi di quel che si è.

L’autrice è nata a Cattolica ed è cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino. Vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Ha scritto sceneggiature radiofoniche, libri di saggistica storico- filosofica e romanzi storici.

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