Scuola, Renzi ricatta una generazione di docenti e li obbliga all’esodo

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di Roberto Ciccarelli, il manifesto  6.8.2015.  

I racconti. Come migliaia di prof neoassunti Manuela, Angela e Elena obbligate dal governo a lasciare case, affetti e relazioni per mantenere il lavoro. L’esodo forzato da Sud (e dal Centro) in tutta Italia, a proprie spese. Chi non accetta è fuori. Storie dalla resistenza di una generazione che lavora da anni nel precariato: «Continuo a non sentirmi una vittima, questa classe dirigente sarà spazzata via»

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Manuela, Angela e Elena. Tre donne decise a non cedere al ricatto. Come decine di migliaia di altri docenti pre­cari nella scuola, il governo Renzi le sta trat­tando come pac­chi che pos­sono essere spo­stati da una parte all’altra del paese, senza una vita né rela­zioni. Hanno tempo fino al 14 ago­sto per com­pi­lare un modulo dove espri­mere la pre­fe­renza di un posto tra le 100 pro­vince italiane.

Entro novem­bre il sistema indi­vi­duerà il primo posto libero, sulla base del pun­teg­gio accu­mu­lato in anni di inse­gna­mento, in base all’ordine di pre­fe­renza. Se sei di Tra­pani potrai andare a lavo­rare a Bel­luno. Se sei di Roma potrai finire a Cam­po­basso o a Biella. Ma, dopo, tutto cam­bierà. Ancora. E rico­min­cerà il val­zer dei posti per il popolo di docenti con la vali­gia. I «pre­sidi mana­ger», tanto cari al pre­mier, li potranno uti­liz­zare per un mas­simo di 36 mesi. E la gio­stra ricomincerà.

Non è facile trat­te­nere l’angoscia. In ballo ci sono anni di inse­gna­mento, fami­glie, figli, geni­tori malati. La neces­sità impre­vi­sta di man­te­nere due case, pagare bol­lette, con uno sti­pen­dio tra i più bassi d’Europa. Chi vuole lavo­rare, pagherà di tasca pro­pria que­sto diritto. Chi non accetta, per­derà il posto a scuola. Ad oggi sono state pre­sen­tate 22 mila domande, ma si parla di «boi­cot­tag­gio» al punto che la mini­stra dell’Istruzione Ste­fa­nia Gian­nini si è allar­mata. Secondo un son­dag­gio di «Oriz­zonte scuola», il 62% dei docenti non farà domanda. Alla fine potreb­bero essere solo 30 mila, con­tro un’attesa di 80 mila.

Il ricatto
«Ci hanno posto davanti a una scelta, senza nem­meno con­sul­tarci – rac­conto Manuela, docente di let­te­ra­tura ita­liana nelle scuole supe­riori a Bari e pro­vin­cia, dieci anni di pre­ca­riato — Se vuoi il ruolo è a que­ste con­di­zioni. Se non accetti vieni esclusa dalle gra­dua­to­ria. E il governo dirà che è colpa nostra, loro il lavoro ce l’hanno dato. Renzi dice che noi del Sud siamo dei pia­gnoni. Io ci vedo invece l’ingiustizia. A 40 anni non devo dimo­strare più nulla a nes­suno e non mi devo libe­rare di nes­suno ste­reo­tipo. Ho una pro­fes­sione e non dige­ri­sco che mi diano della pia­gnona det­tan­domi le con­di­zioni per lavo­rare o per essere licen­ziata. Non ho vin­coli fami­liari, sono libera di muo­vermi, ma il discorso è un altro. Lo sra­di­ca­mento vio­lento a cui ci costringe que­sta poli­tica anti­de­mo­cra­tica inci­derà sulla pro­fes­sio­na­lità dei docenti. Se vado da sola a Tre­viso, met­tiamo, mi rim­boc­cherò le mani­che per entrare in empa­tia con le classi, con­ci­liando il lavoro con la vita pri­vata. Ma quando hai una melan­co­nia den­tro, non è facile fare que­sto. Non so dire nem­meno di essere ras­se­gnata, mi sento vit­tima di una con­di­zione che sono costretta ad accet­tare. Mi sento sola a com­bat­tere. Nes­suno è in grado di capire i disagi a cui andiamo incon­tro. Ho l’impressione che i sin­da­cati non ci sosten­gano nel boi­cot­tag­gio della domanda, anzi se il nostro fine è l’immissione in ruolo ci dicono che la domanda va fatta. Per­ché non ci aiu­tano a boi­cot­tarla? Non ci danno rispo­ste uni­vo­che. Io l’avrei fatto, ma non posso farlo da sola. Biso­gna essere com­patti, ma i docenti pre­cari sono spac­cati. Entro il 14 com­pi­lerò la domanda. Non andrò in vacanza, devo fare l’analisi delle pro­vince, capire i posti in base alle mie esi­genze. Sono obbli­gata, ma non mi fido. Il mini­stero ci ras­si­cura, ma sap­piamo che così come hanno cam­biato sem­pre le regole negli anni scorsi, potranno con­ti­nuare a farlo nei prossimi».

Un salto nel buio
Angela, docente di lin­gua e let­te­ra­tura inglese a Bari, non pre­sen­terà la domanda. Resterà nella sua gra­dua­to­ria. Ma al momento non si sa cosa può suc­ce­dere. Il Miur ha par­lato di «sop­pres­sione», ma in realtà dovrebbe essere in esau­ri­mento. «Lo faranno tanti altri, le inco­gnite sono troppe – rac­conta — Non si può deci­dere di stra­vol­gere i pro­pri pro­getti di vita, lasciare due figli pic­coli di uno e cin­que anni. Ho un com­pa­gno che è entrato da poco in ruolo gra­zie al con­corso del 2012. Siamo abi­li­tati alla Siss del 2009. Per for­tuna abbiamo una casa, una rete fami­liare di soste­gno, ma pen­sare di gestire que­sta situa­zione da solo per lui è inso­ste­ni­bile. Così come pagare un altro affitto in un’altra città. Al mini­stero sanno benis­simo che la mag­gio­ranza degli iscritti alle Gae hanno qua­ran­tanni e che con tutta pro­ba­bi­lità non avreb­bero accet­tato que­ste con­di­zioni. Pun­te­ranno ad aiz­zarci con­tro il senso comune anti-docenti, diranno che siamo pri­vi­le­giati e che non vogliamo fare sacri­fici. Per me è fatto a posta. Un’amica che lavora nel pri­vato mi ha detto che quando si vuole costrin­gere qual­cuno a licen­ziarsi lo si tra­sfe­ri­sce spe­rando che ceda a causa di una situa­zione inso­ste­ni­bile. È quello che stanno facendo a noi, che non sap­piamo se e quando potremo tor­nare nella città o nella pro­vin­cia dove abbiamo sem­pre lavo­rato. È un’ingerenza nelle vite indi­vi­duali, non neces­sa­ria per­ché si poteva pen­sare ad altre forme di assun­zioni pur man­te­nendo gli stessi numeri. Non sap­piamo se ci saranno sup­plenze annuali quest’anno. Per l’anno pros­simo non è dato saperlo. È un salto nel buio».

Un nuovo ini­zio
Elena inse­gna lin­gua e let­te­ra­tura tede­sca a Roma. È una «gio­vane donna di quasi 50 anni, con un figlio pre­a­do­le­scente, un padre con l’Alzheimer a soli 300 km da qui». «Sono una ex-lavoratrice auto­noma, tra­dut­trice a diritto d’autore e con par­tita Iva, docente a tempo deter­mi­nato da soli 15 anni e stavo aspet­tando que­sta chance per siste­mare la mia vita lavo­ra­tiva – rac­conta — Non avrei nes­sun pro­blema a cam­biare città. Nella vita ogni cam­bia­mento è ben­ve­nuto, ma a fronte di quale garanza? Il lavoro si paga, anche gli spo­sta­menti. Invece l’atteggiamento della mini­stra Gian­nini è dirci che que­sta è una grande occa­sione. Sono trent’anni che lavoro, non sta par­lando con una ven­tenne, e mi chiede di cam­biare dan­domi cosa? Se ci fosse stata da parte dei sin­da­cati l’idea di non pre­sen­tare domanda come forma di lotta, io l’avrei fatta. Se si augu­rano però di can­cel­larmi, se lo pos­sono scor­dare. A me non mi can­cel­lano. Io ho fatto un esame di stato. Chi decide oggi della scuola non lo ha mai fatto. Il mio con­si­glio è di fare domanda e poi di indi­vi­duare insieme le forme di lotta. A quasi cinquant’anni la sen­sa­zione è che l’energia per rein­ven­tare la vita non c’è. Ora sono in Ger­ma­nia, sto cer­cando la giu­sta distanza per capire cosa fare se tutto que­sto fini­sce nel nulla. Al limite mi tra­sfe­ri­sco a Lip­sia. Ma non finirà con la fuga. Devo pen­sare e tro­vare il senso di un nuovo ini­zio. A mio figlio dico di vivere il pre­sente, col­ti­vare una forza inte­riore per soprav­vi­vere a tutto que­sto, man­te­nendo la pro­pria feli­cità. Indi­pen­den­te­mente dal paese in cui vivrà, gli inse­gno a par­lare le lin­gue e a capire l’altro, di qua­lun­que ori­gine sia. Con­ti­nuo a non volermi sen­tire vit­tima, a non pian­gere, penso che que­sta classe poli­tica sarà spaz­zata via. Forse da per­sone peg­giori, ma sarà spaz­zata via alle pros­sime ele­zioni. Hanno i giorni contati».

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