Se i presidi italiani non fanno sciopero

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Osservando le reazioni dei presidi alla proposta di riforma, è possibile ipotizzare tre diverse categorie di dirigenti scolastici. La prima è rappresentata da quelli che non si schierano ma comprendono la riforma. Sono i dirigenti che pur rendendosi conto che alcuni punti del Ddl penalizzano i docenti, assistono quasi impotenti allo sviluppo delle cose.

di Salvo Amato,  metro 3.5.2015

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La seconda categoria è costituita dai presidi che non hanno dimenticato cosa vuol dire insegnare e solidarizzano con i docenti, condividendo le loro obiezioni sulle modalità di reclutamento. Sono quelli che hanno sostanzialmente gli stessi timori degli insegnanti e paventano una valanga di ricorsi per l’impossibilità di garantire un’adeguata trasparenza. Il sospetto di abuso di potere, in effetti, è sempre in agguato, e non ci stanno ad essere additati come potenziali trasgressori della legge.

Ci sono infine i presidi che “non scioperano”, e rivendicano la bontà della riforma. Non scioperano, e scrivono un manifesto che sembra commissionato dall’ufficio marketing del Governo. Sono spesso ai vertici dell’Associazione Nazionale Presidi, e dall’alto della loro posizione rilasciano interviste piene di luoghi comuni. Parlano della riforma con grande sicumera, come di cosa già fatta, e ovviamente come soluzione a tutti i mali della scuola. Dimenticando i pasticci nei concorsi che hanno trasformato molti di loro in dirigenti scolastici, ritengono di poter rappresentare la trasparenza nella scuola.

“Adesso non possiamo licenziare gli insegnanti incapaci – dichiara il vicepresidente dell’ANP Rusconi – mancano gli ispettori”. Quindi che si fa? Si aumentano gli ispettori? Assolutamente no. Si dà al dirigente assoluto ampia capacità di scegliere i docenti usando la scuola come feudo personale. Rusconi dimentica, o forse fa finta di dimenticare, che gli ispettori dovrebbero controllare anche l’operato dei presidi. E quando il giornalista de l’Espresso lo incalza, dicendogli che così il preside rischia di diventare un autocrate, la sua risposta è semplice e sconcertante: “Ho avuto un’insegnante che diceva agli alunni che l’America è stata scoperta dagli Egiziani”. Quindi le logiche clientelari che il Ddl insinua nella conduzione degli istituti troverebbero la loro giustificazione nella presenza di insegnanti incapaci e ignoranti. Ma se è così, non sarebbe allora più semplice e giusto metterli alla porta? Perché questo è già possibile. No no, meglio rendere precari tutti i docenti: è finita la pacchia! Ecco, questa è la categoria di dirigenti sicuramente più pericolosa. E non ci rassicura affatto la sortita della Ministra: “Se i DS non funzionano, dopo tre anni possono tornare ad insegnare”. Non è precarizzando chi precarizza che si risolve il problema. Il documento di quelli che “non scioperano” è stato sottoscritto da 300 dirigenti scolastici su 9000, una maggioranza davvero schiacciante, non c’è che dire. Eppure quel documento circola in rete e si configura come una sorta di manifesto a sostegno del Ddl “La buona scuola”.

La strategia pubblicitaria ad esso sottesa potrebbe suggerirci lo zampino di Renzi in persona. Ma di dietrologia, in questo Paese, ce n’è fin troppa. Diciamo che ci fidiamo, che hanno fatto tutto da soli. E però stiamo attenti, perché quello sparuto gruppo di dirigenti allo sbaraglio fa notizia. E disinformazione.

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