Se la burocrazia imbriglia i docenti

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– Che l’Italia sia un Paese ad alto tasso di burocrazia è nella percezione comune a livello nazionale e internazionale. Una presenza pervasiva, capillare, a volte sfiancante che trasforma tutte le operazioni, anche le più semplici, anche le più ovvie, in hiking di alta montagna.

La Treccani ci dice che il termine burocrazia fu coniato all’inizio del XVIII secolo dall’economista francese Vincent de Gournay «per stigmatizzare la potenza crescente dei funzionari pubblici nella vita politica e sociale, che configurava una vera e propria forma di governo dei funzionari».

Intendiamoci la burocrazia non è il male assoluto, non è nemmeno un male per sé: abbiamo bisogno di regole e strumenti e abbiamo bisogno di qualcuno che governi queste procedure, i burocrati, appunto.

Di burocrazia si può parlare a lungo e la retorica è dietro l’angolo. Ma che succede se il burocrate non è più un essere umano ma un computer, o meglio un software, o una interfaccia web? La informatizzazione delle procedure viene sempre presentata come il viatico per la semplificazione e come la liberazione dal fardello dei moduli, delle firme e dei timbri e, perché no?, come un modo per ridurre il potere dei funzionari. Oggi tutto si fa “on line” e quindi maggiore tracciabilità, maggiore flessibilità, maggiore velocità. Ma è veramente così?

La quantità di carta è da sempre paradigmatica dell’eccesso di burocrazia. L’uso dei “file” ha dematerializzato i documenti ma non li ha né semplificati né ridotti. Paradossalmente i documenti inviati per email, o resi accessibili on-line, mancando l’effetto di contenimento del costo di stampa e distribuzione, sono diventati lunghi il doppio o il triplo, aumentando il tempo richiesto per la lettura e la possibilità di errori interpretativi.

La burocrazia informatica è un ibrido della peggior specie. L’interlocutore è una interfaccia ottusa costruita sulle regole e sui regolamenti da applicare, spesso pensata più per la amministrazione che per il soggetto amministrato (una persona, una azienda). È una interfaccia, non una faccia, e quando qualcosa s’inceppa, o semplicemente quando l’interfaccia non si fa capire, non c’è modo di chiedere chiarimenti, né di “farsi rispettare” come utente.

In quanto docente universitario sono ovviamente preoccupato in particolare da quella parte della burocrazia che si riversa quotidianamente sul personale docente. Compiamo giornalmente un numero elevatissimo di operazioni burocratiche – tutte rigorosamente informatizzate – per gestire corsi di studio, esami, corsi di dottorato, richieste di finanziamenti, rendicontazioni, autorizzazioni, acquisti ecc.. Anche i processi di valutazione della didattica e della ricerca implementati in questi anni, per quanto importanti per il funzionamento e il finanziamento degli Atenei, si concretizzano in continue richieste di informazioni e dati: riesame annuale, riesame ciclico, abbandoni, autovalutazione, schede uniche, Vrq ecc.. È un fatto che gli atti amministrativi richiesti ogni giorno ai docenti si sono moltiplicati a dismisura. Una vessazione continua anche se va detto che c’è chi sembra trovarsi a proprio agio tra indicatori e parametri e “punti di attenzione”: una sorta di “sindrome di Stoccolma”.

A questo punto qualcuno penserà: «Ecco un altro professore universitario che snobba il lavoro amministrativo e che (quando non pensa ai fatti propri) vorrebbe occuparsi solo di insegnare e fare ricerca».

Al “flamer” di turno offro un punto di vista alternativo. La burocrazia che viene riversata sulla docenza costa troppo ai “tax payers”: il lavoro amministrativo dei docenti è superpagato, almeno 3-4 volte di più rispetto al mercato. Non solo questo. Una giornata di lavoro è quella che è: il tempo dedicato alla burocrazia comprime il tempo di docenza e ricerca.

Il risultato netto è straordinario: si paga l’attività di amministrazione molto cara, si riduce il tempo disponibile per assolvere i compiti per i quali un docente-ricercatore viene assunto, si riduce il fabbisogno di personale amministrativo vero e preparato e, ironicamente, si fornisce un ottimo alibi a quei docenti che non hanno voglia di impegnarsi bene in quello per cui sono pagati (lezioni, progetti, studenti, pubblicazioni ecc.). Insomma una situazione “lose-lose”, altro che “win-win”.

Dario Braga è direttore dell’Istituto di Studi Avanzati Alma Mater Studiorum University of Bologna

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