Stranieri e l’integrazione difficile. A scuola solo uno su due ce la fa

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di Gianna Fregonara, Il Corriere della sera, 19.3.2018

– Sono quasi il 20 per cento, meno che negli altri Paesi europei. Ma mancano vere politiche di integrazione e lo svantaggio socio-economico li condanna a risultati peggiori. Pochi riescono ad arrivare all’università

Il rapporto Ocse

Un numero su tutti: solo la metà degli studenti stranieri raggiunge il livello minimo di competenze considerato dall’Ocse sufficiente per poter essere un cittadino consapevole. Tra gli studenti italiani questa percentuale sale al 69 per cento: cioè la scuola riesce a formare in modo sufficiente almeno due studenti su tre. Ma all’università gli stranieri hanno molte meno possibilità di andare, confinati come sono nelle scuole professionali soprattutto. Sono i risultati dello studio «The resilience of students with an immigrant background» pubblicato dall’Ocse e curato da Francesca Borgonovi, una panoramica sulla situazione degli studenti stranieri e il ruolo delle scuole nell’integrazione.

L’appello degli insegnanti e le misure lente

Gli studenti stranieri in Italia tendono a frequentare scuole – a causa della loro condizione socio-economica mediamente svantaggiata – che hanno già situazioni problematiche al loro interno, che trascinano con sé problemi di disciplina e di apprendimento: situazioni che con facile scorciatoia vengono talvolta imputate agli studenti stranieri stessi. La quasi totale assenza di programmi dedicati al rafforzamento innanzitutto della lingua italiana che finisce per costituire il principale elemento discriminante per la riuscita di questi ragazzi costituisce la prima barriera. Gli studenti stranieri raccontano in questo studio Ocse di essere in generale oggetto sì di attenzione da parte dei prof ma anche di maggiori punizioni e di ricevere voti più bassi a parità di prestazione, situazione che riduce il senso di appartenenza alla scuola fino al 15 per cento rispetto ai coetanei. E’ vero che la riforma 107 detta la Buona scuola ha istituito la cattedra di italiano per stranieri, cominciando a chiedere agli insegnanti una preparazione specifica per gli immigrati ma tra concorso e nuove regole non saranno nelle scuole prima del 2022, al più presto. Un percorso davvero troppo lento se si considera anche che sono gli insegnanti stessi a chiedere aiuto e competenze per poter lavorare con profitto anche con studenti dal background vario

Ocse: gli studenti italiani non sanno fare squadra, ma le ragazze sì
  • Ocse:  gli studenti italiani non sanno fare squadra, ma le ragazze sì
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Il contesto difficile

Un elemento interessante che emerge dallo studio è che le difficoltà economiche generalmente registrate nelle risposte degli studenti ai questionari (lo studio dell’Ocse si basa in gran parte sui dati Pisa 2015) non corrispondono ad uno svantaggio culturale dei genitori o della famiglia in genere, che in media hanno frequentato gli stessi anni di scuola dei genitori italiani della stessa età. Un terzo del gap nei risultati scolastici degli stranieri si spiega con la situazione socio economica familiare che li costringe in contesti difficili. Si aggiunga che i bambini immigrati o figli di immigrati raramente o comunque molto meno dei loro coetanei, frequentano gli asili, i genitori a causa delle barriere linguistiche e culturali non sono coinvolti dalle scuole e infine gli studenti stessi non riescono a superare il gap per poter accedere con pari opportunità anche all’istruzione terziaria, l’università.

Le soluzioni

Negli altri Paesi europei alcune politiche per limitare questi effetti collaterali che non permettono la piena integrazione degli studenti stranieri sono stati sperimentati con diversa fortuna: una delle prime misure del governo francese lo scorso anno è stata quella di dimezzare il numero degli studenti nelle classi considerate difficili, un modo per consentire ai professori maggiore attenzione. In alcune Università sono state introdotte quote e politiche per l’accesso di studenti provenienti da contesti difficili ma meritevoli. In Gran Bretagna un team di professori giovani, motivati e meglio pagati viene inviato nelle zone a rischio per lavorare nelle scuole e cercare di migliorare integrazione e performance degli studenti.

«Aumentare la partecipazione»

«La partecipazione alla scuola dell’infanzia è cruciale per aiutare lo sviluppo linguistico e sociale dei bambini con un background di immigrazione. – spiegano Francesca Borgonovi e Stefano Scarpetta – Maggiori sforzi sono necessari per accompagnare le famiglie verso una maggiore partecipazione alla vita scolastica. Insegnanti e dirigenti scolastici devono ricevere il supporto necessario per aiutare i giovani immigrati ad affrontare le barriere all’integrazione , i nuovi approcci pedagogici necessari per far fronte alla diversità linguistica e culturale sono importanti per migliorare l’offerta formativa di tutti gli studenti».

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Stranieri e l’integrazione difficile. A scuola solo uno su due ce la fa ultima modifica: 2018-03-19T21:01:38+00:00 da Gilda Venezia

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