Sul ddl Scuola Renzi batte in ritirata

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Tony Saccucci*,  metro  10.6.2015.  

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Non è il solito Matteo quello del Nazareno di due sere fa. Passa da dietro per evitare i fischi dei docenti. Sguardo basso, camicia troppo sbottonata. Cambio d’immagine che tradisce quello dell’umore. Dice che il Pd governa in quasi tutte le regioni ma pensa a quel -17%: la sua spada di Damocle. “Ci sarebbero i numeri per approvare la riforma della scuola”, dice. Ci sarebbero. E allora perché non lo fa? L’uomo che ha stregato l’Italia per la rapidità decisionale, per la radicalità dei cambiamenti, per la calendarizzazione dei dettagli improvvisamente concede “15 giorni in più di discussione” sulla scuola. Per il suo personaggio 15 giorni sono un’eternità, un’esagerazione. Una ritirata.

Al senato la riforma della scuola se la sta vedendo brutta. Dal 15 giugno si è passati al 22 giugno. Coi 15 giorni concessi si passerebbe al 7 luglio. Ieri il governo è andato sotto: “incidente tecnico” lo chiamano al Pd. Siamo seri, è andato sotto. Si passerà a non metterlo più in calendario, il ddl. Renzi non ritira e salva la faccia; la minoranza sta cambiando rotta al partito. Sono questi gli equilibri. Gli insegnanti devono avere in questo momento la lucidità di inquadrare il ddl in questo scenario. Si renderanno conto che hanno vinto. Hanno vinto non votando e invitando a non votare pd alle ultime elezioni. L’uomo che asfaltava prende tempo.

Una cosa lascia trasparire la sua decisione di lasciare da parte il ddl: l’assunzione dei precari “non può diventare un ammortizzatore sociale”. Tradotto: il ddl non passa ma non passano manco le assunzioni. Perché ha sempre detto che avrebbero avuto un senso solo dentro un nuovo assetto. Come se quei precari, i 100 mila delle Gae, non fossero già parte dell’ossatura del sistema scolastico italiano. E a settembre saranno sempre loro e gli altri precari a dare lustro alla scuola, senza il suo ddl. Li pagasse anche quei due mesi e mezzo in cui li licenzia e poi si tornerà a parlare di riforma della scuola. Seriamente. Sono i docenti adesso a non tornare più indietro. Perché una cosa buona l’ha fatta, il premier: ha risvegliato l’orgoglio di quei docenti che non si sentono impiegati statali ma intellettuali. Quelli che salveranno l’Italia.

* TONY SACCUCCI, insegnante del gruppo Gessetti Rotti

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