Sulle buone maniere del Dirigente scolastico

di Mario Maviglia,  La vita scolastica, 15.6.2017

– Preside-sceriffo, preside-sindaco, preside-manager? Una figura dirigenziale non ha bisogno di rimarcare la propria autorità. 

Due recenti contributi di Stefano Stefanel (Competenze relazionali del dirigente scolastico, in Pavone Risorse) e di Lucio Ficara (Il dirigente scolastico non può entrare nella vita privata dei docenti, in Tecnica della Scuola), mi offrono l’occasione per approfondire alcuni aspetti di un mio precedente articolo apparso su questa rubrica (Sulle buone maniere, 15 marzo 2017).

Preside-sceriffo, preside-sindaco, preside-manager
Negli ultimi anni – complice anche una lettura semplicistica e superficiale della Legge 107/2015) – si sono diffuse varie letture della figura del dirigente scolastico caratterizzate da una venatura che potremmo definire “muscolare”: preside-sceriffo, preside-sindaco, preside-manager ecc. Nell’opinione pubblica queste semplificazioni esercitano spesso un certo fascino (talvolta – purtroppo – anche negli stessi dirigenti scolastici). Soprattutto in molti dirigenti dell’ultima leva (non me ne vogliano gli interessati) abbiamo spesso assistito ad un concentrato di formalismo e autoreferenzialità che spesso ha assunto derive decisamente autoritarie. Il prendersi troppo sul serio può fare di questi scherzi.

Le figure più importanti all’interno della scuola
La volontà ossessiva di farsi riconoscere come “capi” nasconde due aspetti interessanti: innanzi tutto ci si dimentica che le figure in assoluto più importanti all’interno della scuola sono gli alunni e i docenti. Pensateci bene: una scuola non è tale se non è frequentata da studenti e se non vi sono docenti che se ne prendono cura. Tutte le altre figure sono a servizio e a supporto di questa relazione. Una scuola può esistere anche senza dirigente, ma se non vi sono studenti la scuola chiude. Questa verità, assolutamente banale e lapalissiana, viene sistematicamente ignorata da molti dirigenti che vivono la propria figura come in assoluto la più importante all’interno della scuola, dimenticando che il miglior dirigente è colui che supporta un’organizzazione in modo che essa possa agire efficacemente senza aver bisogno del dirigente. Il dirigente è colui che crea le migliori condizioni (tenendo conto dei vincoli normativi, strutturali, organizzativi e di risorse) affinché l’istituzione scolastica persegua al meglio i propri obiettivi istituzionali.

Il vero potere del dirigente
L’altro aspetto ha a che fare proprio con il concetto di autorità. Generalmente chi è alla ricerca ossessiva di riconoscimento della propria autorità, o chi ha bisogno continuamente di sottolineare agli altri il suo ruolo di “capo” (tipica espressione “qui comando io e si fa quello che dico io”) è perché egli stesso non è del tutto sicuro della propria autorità, o se volete non ha del tutto risolto i propri problemi con l’Autorità (qualunque cosa ciò possa significare nel suo immaginario). C’è poi da considerare che l’autorità formale, dettata dalle norme, non necessariamente coincide con quella professionale, ossia quella riconosciuta in quanto portatrice di competenze sul piano dell’agito professionale e relazionale. Il vero potere del dirigente, la sua “autorità” sostanziale, deriva non tanto, o non solo, dal D,Lgs 165/2001, ma dal fatto che all’interno dell’istituzione scolastica egli riesce a creare una comunità – grazie alle sue competenze professionali – in grado di perseguire con efficacia gli obiettivi connessi all’impresa educativa e questa sua capacità gli viene riconosciuta dai suoi diversi interlocutori non solo sul piano formale, ma su quello più squisitamente professionale.
Una figura dirigenziale così identificata (e variamente descritta dalla letteratura scientifica sull’argomento) non ha bisogno di rimarcare la propria autorità: è nello stato delle cose in quanto l’agito del dirigente è fortemente caratterizzato dal potere che gli deriva dalla sua competenza e dalla sua conoscenza.

L’importanza di un dialogo costante
Il discorso sulle buone maniere del dirigente va collocato all’interno di tale quadro. Se ci si percepisce in una funzione di servizio rispetto all’istituzione che si dirige e ai suoi diversi protagonisti allora le azioni quotidiane non possono che essere coerenti con tale assunto. Difficilmente un dirigente che ha questa visione della propria funzione si nega ai genitori, ad esempio, come invece spesso succede, o agli insegnanti. Mantenere un dialogo costante con i vari soggetti della vita della scuola è fondamentale per un dirigente scolastico che voglia dare un contributo non secondario al perseguimento degli obiettivi della scuola che dirige. Adottare buone maniere vuol dire rispettare e sostenere la delicata e difficile azione che ogni giorno compiono i docenti all’interno delle loro aule. Vuol dire non prevaricare le competenze degli organi collegiali. Vuol dire riconoscersi come civil servant all’interno dell’Amministrazione e non come controparte della stessa, come se fare il dirigente equivalesse a svolgere un’attività libero-professionale (questo atteggiamento è spesso presente in non pochi dirigenti).
Nel nostro precedente contributo abbiamo sottolineato che l’espressione “buone maniere” ha un che di anacronistico, fuori dal tempo. Se applicata ai dirigenti scolastici questa espressione suona ancor più anacronistica, come se essere “capi” non significhi agire le categorie della saggezza, dell’umiltà e del rispetto. Ai capi è richiesto un grande equilibrio: i loro passi falsi compromettono non solo la loro attendibilità e prestigio personale, ma anche quelli dell’istituzione che dirigono. Già questo dovrebbe bastare ad evitare certe manifestazioni “sopra le righe” che portano alcuni dirigenti scolastici a mettere in atto comportamenti irriguardosi, ritorsivi, collusivi o strumentali nei confronti del personale, contraddicendo quell’etichetta di “leader educativo” ampiamente veicolata dalla letteratura del settore. Esemplificativo, a questo proposito, è verificare le strategie comunicative e relazionali che il dirigente utilizza per gestire coloro che non sono allineati alla sua visione o alle sue proposte (e a scuola è normale che questo accada). Il dirigente autoritario (pieno di sé, della sua supposta autorità) non tollera questo stato di cose e tenderà ad isolare, sbeffeggiare, esautorare gli “oppositori”, il leader educativo stabilirà un rapporto il più possibile chiaro con costoro e si misurerà – sul piano professionale e della competenza, e non su quello del riconoscimento narcisistico – con le proposte portate avanti dagli “oppositori”, magari per scoprire che qualcosa di valido ci può essere anche in quelle posizioni. Quando parlavamo di saggezza intendevamo anche questo.

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