Super presidi, Renzi tira dritto

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Il governo tratta, ma non sull’idea iniziale del dirigente che sceglie i prof.
Domani la Bilancio. Margini di modifica invece sulla triennalità delle docenz

di Alessandra Ricciardi,  ItaliaOggi  12.5.2015

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Difesa come la roccaforte della riforma. Va bene, i docenti potranno anche decidere di candidarsi presso le scuole che trovano più interessanti per offerta formativa e squadra, ma la scelta finale sarà sempre del dirigente scolastico. Un punto sul quale il premier Matteo Renzi non ha dato spazi di manovra ai suoi deputati in commissione cultura alla camera, considerandolo l’asse portante della riforma, la vera svolta in termini di autonomia scolastica. E così gli emendamenti approvati dalla VII sabato scorso, e su cui domani dovrà pronunciarsi la commissione bilancio della camera, hanno ristabilito un maggiore equilibrio tra i poteri della scuola, per esempio sul Pof, ma hanno tenuto la barra dritta sulla scelta dei docenti da parte dei dirigenti. Un punto su cui si sono concentrate le critiche dei sindacati, che dopo il successo dello sciopero del 5 maggio si attendevano ben altro riscontro dal governo.

Ma altre aperture, dicono fonti governative, potranno ancora esserci. «Dei cambiamenti sono possibili anche in aula», ha precisato il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, dei margini esistono sul fronte della durata triennale dell’assegnazione: ad oggi la norma prevede che il docente cambi scuola ogni tre anni. Si potrebbe invece, è il ragionamento in corso in queste ore, consentire, dopo una prima conferma triennale, di concedere la titolarità presso la stessa scuola. Altro discorso aperto è quello della discrezionalità del dirigente nel decidere l’incarico del prof all’interno dell’organico: quante ore sull’orario di cattedra, quanto sul potenziamento dell’offerta formativa, dei parametri potrebbero definirlo.

Così come non è data del tutto per chiusa la partita sulla valutazione, in particolare sulla norma, di cui i sindacati chiedono lo stralcio, che prevede la presenza di genitori e studenti nel comitato interno. Se ne parlerà nell’aula di Montecitorio, dove il testo approderà la prossima settimana con l’obiettivo di essere poi licenziato dal senato senza modifiche entro metà giugno. Un obiettivo ambizioso, che dovrà fare i conti con le resistenze della sinistra interna. Ieri Stefano Fassina minacciava: senza correzzioni profonde del ddl scuola non lo voterò».

Intanto sale la protesta on line dei docenti, precari e non, contro Renzi. «Noi non voteremo più il Pd perché indignati dal ddl La Buona scuola», è il messaggio che dilaga anche sulla bacheca facebook del presidente del consiglio. In calce agli ultimi post del premier, decine di persone hanno manifestato il loro dissenso con un bombardamento di commenti in cui si collega la protesta contro la riforma al voto per le prossime amministrative. Tra i messaggi contro, preponderanti per numero, spunta anche qualche commento a favore del ddl e del governo che l’ha proposto. Una sparuta minoranza. E di certo non è servita a rasserenare i rapporti governo-sindacati la dischiarazione del ministro delle riforme, Maria Elena Boschi: «La scuola non è dei sindacati, noi non cediamo». L’ex ministro forzista Mariastella Gelmini è intervenuta per dire: «Non condivido il fatto di ritenere tutto il sindacato refrattario al cambiamento, non è così».

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