Un insegnante può essere licenziato?

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di Emanuele Carbonara,  La legge per tutti, 8.9.2016 

– Il licenziamento di un docente di ruolo è possibile: oltre ai motivi disciplinari, la causa può consistere nello scarso rendimento protratto nel tempo.

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É ammissibile il licenziamento di un insegnante di ruolo? La risposta è tanto semplice quanto spiazzante: sì, un docente assunto a tempo indeterminato in una scuola pubblica può essere licenziato.
Ciò può senz’altro avvenire per via della commissione di uno degli illeciti disciplinari cui la legge fa conseguire lo scioglimento del rapporto di lavoro.
Non solo: qualora venga accertata l’incapacità professionale del docente (ossia l’imperizia nell’insegnamento) ovvero l’inidoneità, anche per motivi di salute, allo svolgimento il servizio, è il preside a decidere sul licenziamento del dipendente pubblico.

Il licenziamento per scarso rendimento protratto
In Italia, i casi in cui un insegnante ha visto cessare il proprio rapporto di lavoro per incapacità professionale si contano sulle dita di una mano (si registrano solo due episodi in totale).
In tale evenienza, è il dirigente scolastico che ha il compito di avviare la procedura, segnalando i fatti all’Ufficio Scolastico Regionale e richiedendo l’intervento di un ispettore che verifichi la fondatezza di quanto segnalato. Se tale riscontro, che può durare alcuni mesi, ha esito positivo, il preside ha via libera nel sancire il licenziamento dell’insegnante.
Stessa procedura in caso di inidoneità all’insegnamento dovuta a motivi di salute. In questa circostanza però, è necessario l’intervento di una commissione medica.
Si tratta, nel complesso, di una scelta non facile da operare. Infatti, qualora il licenziamento venga dichiarato illegittimo in sede giudiziaria, graverebbe sul dirigente in prima persona l’obbligo di risarcire il danno erariale prodotto (danno all’immagine della pubblica amministrazione), nonché di pagare al docente le mensilità pregresse.

Mancato superamento periodo di prova
Più frequenti sono in casi in cui l’insegnante assiste alla cessazione del proprio rapporto di lavoro per mancato superamento del periodo di prova.
In questo caso il preside è assistito da un comitato di valutazione. Se il docente non supera l’anno di prova, si procede al rinnovo di tale periodo. Se, all’esito del biennio, il dirigente scolastico e il comitato ritengono il soggetto non idoneo all’insegnamento, questi vede preclusa la possibilità di diventare insegnante di ruolo [1].

Il licenziamento per motivi disciplinari
Gli insegnanti, dal punto di vista disciplinare, sono soggetti sia alla normativa generale in tema di pubblico impiego (modificata dal cd. decreto Brunetta), sia alla legislazione speciale prevista dal più risalente Testo Unico in materia di istruzione.
In particolare, le cause che possono condurre alla “destituzione” del docente consistono in: condotte che si traducono in una grave violazione degli obblighi propri del ruolo ricoperto; azioni intenzionali che abbiano arrecato forte danno all’istituto scolastico, alla p.a., agli studenti e alle loro famiglie; utilizzo non consentito (o finalizzato a scopi diversi da quelli previsti) di beni appartenenti all’istituto o di denaro amministrato o custodito, ovvero partecipazione o tolleranza rispetto alla stessa condotta tenuta da soggetti su cui si esercitano poteri di controllo; importanti violazioni (o partecipazione alle stesse) di comandi, connesse allo svolgimento del servizio; domanda o riscossione di denaro o altre utilità in occasione di attività espletate a causa della funzione svolta; importante abuso del ruolo ricoperto [2].
La normativa generale, poi, elenca i casi in cui deve procedersi al licenziamento disciplinare del dipendente pubblico. Nella specie, si distinguono ipotesi di:

  • licenziamento con preavviso: assenza non adeguatamente motivata per più di tre giorni nel corso di due anni o per più di sette nell’arco di un decennio, oppure mancato rientro entro il termine imposto dall’amministrazione; rifiuto di trasferimento ordinato per giustificate necessità di servizio;

  • licenziamento senza preavviso per chi: attesta falsamente la propria presenza a lavoro (mediante firma sul registro di classe); dichiara o documenta il falso, in sede di autocertificazione, al momento dell’instaurazione del rapporto di lavoro oppure ai fini della progressione di carriera; si rende ripetutamente protagonista di gravi azioni violente, aggressive, minacciose, ingiuriose o che comunque arrecano danno all’onore e alla dignità di altri soggetti; viene condannato in sede penale e, per l’effetto, subisce l’interdizione perpetua dai pubblici uffici o la cessazione del rapporto di lavoro.

Si prevede poi il licenziamento in sede disciplinare conseguente ad una valutazione di insufficiente rendimento dovuta alla reiterata violazione degli obblighi di servizio previsti dalla legge, dal CCNL ovvero dal codice di comportamento dell’amministrazione di riferimento [3].

Competenza e procedura per il licenziamento disciplinare
La competenza in tema di licenziamento disciplinare dell’insegnante spetta all’U.S.R. e, in particolare, all’ufficio procedimenti disciplinari incardinato presso tale struttura. Il provvedimento finale, dunque, è firmato non dal preside, ma dal direttore generale dell’U.S.R.
Il tutto all’esito di una procedura che garantisce il contraddittorio ed il diritto di difesa del docente, il quale ha diritto di essere ascoltato e di presentare una memoria scritta. Segue ulteriore ed eventuale istruttoria, che precede la conclusione del procedimento. Quest’ultima avviene con l’emissione dell’atto di archiviazione ovvero del provvedimento che irroga la sanzione disciplinare.
É da segnalare, infine, che una recentissima sentenza della Cassazione ha sancito il principio di diritto secondo cui, nel pubblico impiego, il licenziamento disciplinare va irrogato solo in caso di inadempimenti o violazioni di legge talmente gravi da rendere impossibile l’effettiva prosecuzione del rapporto di lavoro, atteso il venir meno del rapporto di fiducia tra amministrazione e dipendente pubblico [4].

  • [1] Art. 1, commi 117-120, L. n. 107/2005.
  • [2] Art. 498, D.Lgs. n. 297/1994.
  • [3] Art. 55 quater, D.Lgs. n. 165/2001, aggiunto dall’art. 69, D.Lgs. n. 150/2009 (cd. decreto Brunetta).
  • [4] Cass. sent. n. 14103/2016 dell’11/07/2016.

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