Una modesta proposta. Di Montesquieu

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di Stefano Battilana, dal Centro Studi della Gilda, 14.11.2016

– La struttura di progressione salariale va lasciata intatta, perché l’esperienza a scuola è sempre crescita professionale. Possono invece divenire leva contrattuale le risorse aggiuntive. 

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Spiace quasi chiamare in causa, a partire dal titolo, il crudo libello satirico, scritto nel 1729 da Jonathan Swift, l’autore de I Viaggi di Gulliver, quella “modesta proposta”, che suggeriva ai contadini in miseria un rimedio surreale e sconcertante per vincere la cronica e bestiale carestia delle campagne irlandesi del ‘700: dar da mangiare i propri figli, a partire dai primogeniti, in genere i più nutriti e nutrienti, per superare la penuria di risorse.

Ora, tornando al presente, proviamo ad immaginare le nostre combattive delegazioni sindacali, che vanno al Ministero per ottenere risorse, in seguito e in ottemperanza delle numerosissime deleghe della L. 107/2015. Ebbene, immaginiamo pure la litania dei vari capi di dipartimento del MIUR, i quali, vincolati alla dazione per legge, rispondono ormai meccanicamente che NO, i soldi non ci sono, che sono tutti fondi vincolati, ma che, in mancanza d’altro e a gradimento delle controparti, misure amministrative quante ne vogliono: moratorie, eccezioni, salvaguardie, ma soldi, proprio no … E allora, si prende quel che c’è, ottenendo deroghe sulle spalle di un’amministrazione territoriale già ansimante per il carico di lavoro pregresso (i provveditorati hanno passato un mese a fare conciliazioni, per non rifare i trasferimenti) ingolfando una macchina complessa che ancora fatica ad andare a regime, a quasi due mesi dall’inizio delle lezioni, nel primo anno “normale” di buona scuola.

Perché tutto sto casino? Direbbe chiunque. Già perché? Le cause non mancano, in primis il divario Nord/Sud in termini di fabbisogno docenti/studenti, ma soprattutto risulta carente quello che è ormai solo un antico rimedio: la leva salariale. Direbbe il saggio Archimede, se vestisse panni sindacali: “Datemi una leva e vi farò accettare il mondo!”. Perché, in effetti, non monetizzare i disagi, la continuità didattica, la flessibilità?! Perché non ci sono soldi … questo il ritornello. Eppure, la buona scuola, che non cambia la scuola in termini di didattica, ma grandemente in termini di gestione del lavoro e degli obblighi connessi, come una sorta di Contrattone per legge, di soldi ne ha parecchi in grembo e sono fondi grassottelli, tutti sottratti all’accantonamento che i governi di un tempo sempre predisponevano per i rInnovi contrattuali. Sfogliando i vari commi della L. 107 si scoprono stanziamenti per 629 milioni solo per l’a. s. 2015/16, in parte non ancora erogati. Prendiamo due delle voci più cospicue:

  • I 385 milioni, già erogati, senza neppure una contabile scritta, a 500 euro a testa a tutti i docenti di ruolo, per la ridicola vicenda dell’aggiornamento individuale, i quali, se non documentati con biglietti del cinema (qualsiasi film!) o tablet, non verranno più corrisposti, quasi che fossero una misura una tantum e non strutturale. Ora, la legge dice che diventeranno una carta elettronica a scalare, ma ci sono difficoltà di affidamento (a una società di servizi telematici), organizzative e contabili (gli enti di formazione, le scuole stesse, non sono punti POS …): perché allora non sottrarli alla legge e metterli sul tavolo del rinnovo contrattuale, cui un tempo spettavano?! Per mettere in sicurezza il mantenimento del sistema degli scatti, l’unico automatismo di carriera che garantisce il riconoscimento dell’esperienza professionale, sarebbe bastato utilizzare parte di quella somma (le stime parlano di circa 300 milioni) per cancellare l’anno di blocco di gradone 2013, con una misura erga-omnes, valida anche per il personale ATA. Eppure no …
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  • I 200 milioni della ormai quasi fallimentare vicenda del Bonus per la valorizzazione, che saranno stati pur correttamente assegnati (con tutto il balletto di criteri diversi da scuola a scuola), ma certo non in trasparenza e lasciando contraria la quasi totalità dei docenti, sondaggi statistici alla mano. Se questi fondi rientrassero nell’alveo contrattuale, sarebbero utili a una valorizzazione condivisa e verrebbero sottratti al possibile arbitrio delle singole autonomie scolastiche.

Insomma, ecco il senso della “modesta proposta” iniziale: i fondi della buona scuola vanno “cannibalizzati” dai lavoratori della scuola stessa attraverso la leva contrattuale e superando così quella assurda dicotomia che riconduce l’incentivante alla legge e l’accessorio al contratto. Mi spiego meglio, per concludere: la struttura di progressione salariale va lasciata intatta, perché l’esperienza a scuola è sempre crescita professionale: concetto riconosciuto in tutti i paesi OCSE, che su questo punto non seguono certo sirene neoliberiste. Invece le risorse aggiuntive possono divenire leva contrattuale, a riconoscimento di qualità, formazione, competenze, flessibilità e capacità organizzative.
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