Una scuola senza bocciati

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di Maria De Paola,  La Voce.info,   18.10.2016  

–  Nella scuola italiana le bocciature sono rare, almeno fino all’istruzione secondaria. Ora si prepara una legge che le vieti del tutto. Ripetere l’anno comporta benefici e costi, a partire dal rischio abbandono. Meglio forse la personalizzazione dei percorsi di studio, ma richiede risorse.

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Divieto di bocciare?
Il ricorso alla bocciatura, diffuso fino agli anni Sessanta e Settanta nelle scuole di molti paesi avanzati, si è nel corso del tempo ridotto. In Italia, i dati del ministero dell’Istruzione per l’anno scolastico 2015-16 dicono che la non ammissione all’anno successivo, da evento eccezionale qual è alle scuole elementari, diventa rara alle medie (circa il 4 per cento degli studenti). Alle scuole superiori, però, la percentuale di chi ripete l’anno subisce un forte incremento: 12,4 per cento negli istituti professionali, 9,8 per cento negli istituti tecnici e 4,3 per cento nei licei. Sembrerebbe, quindi, che dal 1967 di “Lettera ad una professoressa” il ricorso alla bocciatura si sia spostato dall’inizio del percorso formativo alla sua fase conclusiva. Tuttavia, come mostra un documento dell’Ocse, adesso come allora, sono gli studenti provenienti da un contesto familiare e sociale svantaggiato a esserne maggiormente colpiti. La frase di don Milani “Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri (…)” merita ancora la nostra riflessione. Forse anche in base a considerazioni di questa natura, il governo vuole ora intervenire: è atteso un disegno di legge secondo cui a partire dal prossimo anno scolastico gli studenti della scuola primaria non potranno più essere bocciati e quelli delle scuole medie lo potranno essere solo in casi eccezionali. Sono previsti anche cambiamenti per le scuole superiori ed è evidente che sarebbero questi a segnare un passo decisivo.

Ripetere l’anno: costi e benefici
Ma cosa dovremmo aspettarci da un simile intervento? Far ripetere l’anno scolastico è costoso sia a causa della maggiore spesa che ne deriva (più studenti a cui fornire servizi) sia in termini di mancati guadagni (gli studenti entreranno più tardi sul mercato del lavoro). È importante quindi cercare di capire se e quando la bocciatura genera benefici tali da compensarne i costi. Secondo molti psicologi e pedagogisti ripetere l’anno scolastico non produce alcun effetto positivo e aumenta invece la probabilità di abbandono. Ciò perché la bocciatura influenza in maniera negativa non solo la percezione che gli studenti hanno di sé stessi, ma anche quella che di loro hanno genitori e insegnanti. Una minore autostima e basse aspettative da parte dell’ambiente circostante si ripercuotono negativamente sui risultati scolastici, già sfavorevolmente influenzati dal costo di doversi adattare a nuovi compagni e insegnati. Una visione differente, invece, considera la bocciatura come un’occasione per colmare le lacune dello studente, permettendogli così di seguire con profitto il programma dell’anno successivo. Non solo, i nuovi insegnanti e il nuovo contesto scolastico potrebbero rivelarsi più consoni all’allievo. Infine, temendo di essere bocciati, gli studenti potrebbero impegnarsi di più nello studio. Le ricerche empiriche che cercano di dirimere la questione sono copiose, ma molte soffrono di problemi metodologici che ne indeboliscono i risultati. Solo recentemente alcuni studi hanno adottato tecniche più rigorose per comprendere l’effetto prodotto dalla bocciatura sui successivi risultati scolastici. Alcuni si basano sull’esperienza degli Stati Uniti che dopo anni di “social promotion” hanno avviato politiche più selettive. I risultati mostrano che se bisogna bocciare è meglio farlo prima: mentre gli studenti bocciati in terza elementare migliorano successivamente i propri risultati scolastici, quelli bocciati in terza media (8th grade) vedono ridursi la probabilità di concludere le scuole superiori. Un effetto negativo per gli studenti che frequentano la scuola secondaria di primo grado viene riscontrato anche da un studio su dati dell’Uruguay. Pur trattandosi di studi rigorosi, sarebbe incauto utilizzarne i risultati (è pur sempre evidenza limitata a pochi paesi) per trarre conclusioni generali. Tanto più che andrebbero anche considerati gli effetti su altre variabili (ad esempio criminalità) non meno importanti dei risultati scolastici. Nonostante ciò, se si pensa che la bocciatura debba servire a colmare lacune, rimandarla a quando sarà troppo tardi affinché quel recupero possa realizzarsi sembra più che altro un modo per zittire le coscienze. Le conoscenze non possono progredire senza buone fondamenta. Non solo, lo studente potrebbe abbandonare il sistema scolastico rinunciando a ogni possibilità di recupero e il rischio aumenta con l’età. D’altra parte, l’esperienza di una bocciatura può essere traumatica per un bambino. Allora è forse necessario cambiare completamente approccio e ragionare non più in termini di promossi o bocciati, ma di diversi tempi di apprendimento. È quello che si fa in paesi come la Finlandia. È possibile anche in Italia? Non ho una risposta, personalizzare i percorsi di studio richiede risorse, ma senza un investimento sugli studenti più deboli, promuoverli sarà solo un modo per guardare altrove, una strada che potrebbe portare a un ulteriore impoverimento del nostro capitale umano.

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