Voto di fiducia: che succede se il Governo “va sotto”?

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Reginaldo Palermo,   La Tecnica della scuola   Sabato, 20 Giugno 2015.   

Se il Governo non ottiene la fiducia, lo scioglimento delle Camere è pressochè sicuro.
E in autunno si andrebbe al voto. Ma non è detto che in pochi mesi si riuscirebbe a risolvere il problema della riforma della scuola.

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Talora, formulare una ipotesi più o meno realistica ed esaminarne le conseguenze può essere utile e può servire ad analizzare meglio il problema che si ha di fronte.
L’ipotesi in questione è abbastanza semplice: la prossima settimana al Senato verrà posto il voto di fiducia sul ddl scuola; cosa potrebbe succedere se il Governo non riuscisse a superare questo ostacolo?
Secondo il parere di molti autorevoli commentatori, il presidente Mattarella scioglierebbe le Camere e si andrebbe alle elezioni anticipate.
Elezioni che si svolgerebbero però non prima dell’autunno.
Fino all’insediamento del nuovo Governo quello in carica si dovrebbe limitare all’attività ordinaria.
Il piano di assunzioni, ovviamente, sarebbe bloccato e, nella migliore delle ipotesi, verrebbero assunti subito un po’ di docenti (25mila, 30mila?) per la copertura del turn over.
Poi, dopo le elezioni, tutto dipenderà da quale sarà il partito (o la coalizione) vincente.
Se dovessero vincere il PD o il centro-destra il progetto di riforma della scuola attualmente in discussione verrebbe riproposto senza modifiche sostanziali (anzi, se vincesse il centro-destra il modello della chiamata diretta potrebbe essere ancora più spinto e per il PD sarebbe davvero difficile fare sbarramento alle Camere).
Ovviamente c’è anche un’altra possibilità: il M5S vince le elezioni a va al Governo.
Sulla scuola si ripartirebbe dall’inizio e potrebbe essere ripreso in considerazione il progetto della LIP che però prevede investimenti di non poco conto, molto più consistenti dei 3 miliardi di cui si sta parlando ora.
Per mettere insieme la somma necessaria potrebbe non bastare un anno, anche perchè una vittoria del M5S metterebbe in moto richieste di intervento da parte dell’intero settore pubblico (rinnovo dei contratti, adeguamento di stipendi fermi da anni, e così via). Senza considerare che l’introduzione del reddito di cittadinanza, considerato dal M5S strategico e centrale, potrebbe far passare in secondo piano altri punti programmatici importanti.
Il nostro, però, è un “gioco” puramente astratto perchè per andare al Governo ci vogliono i voti e, allo stato attuale, ci sono soggetti importanti (i sindacati per esempio) che sul piano elettorale hanno pur sempre un loro peso: e francamente, in questo momento, non è molto realistico pensare che i sindacati rappresentativi possano sostenere più o meno apertamente il M5S nella prossima campagna elettorale.  Nè bisogna dimenticare che ormai il 50% degli elettori non va più a votare e questo potrebbe penalizzare di più il PD e molto meno la Lega.

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