Vuoi studiare in Italia? Paga

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di Roberto Ciccarelli, il manifesto 11.7.2015.  

Studenti. Li chiamano «Neet», lavorano in nero, finanziano un sistema che lo Stato vuole liquidare. Il rapporto Cnsu 2015 racconta come cinque anni fa l’Italia ha deciso di fare a meno del diritto allo studio e del welfare. Oggi questa è la realtà, raccontata con numeri e fatti drammatici.

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Vuoi stu­diare? Allora paga. È il prin­ci­pale effetto dei tagli (1,1 miliardi di euro) impo­sti dal governo Ber­lu­sconi al sistema uni­ver­si­ta­rio. Stu­dia chi può per­met­ter­selo. E se c’è qual­cuno che pro­prio si ostina, allora gli si rende la vita impos­si­bile al punto da spin­gerlo a lavo­rare in nero per man­te­nersi agli studi. Que­sto è il rac­conto della con­di­zione stu­den­te­sca con­te­nuto nel rap­porto 2015 del Con­si­glio nazio­nale degli stu­denti uni­ver­si­tari (Cnsu), un orga­ni­smo com­po­sto da 28 rap­pre­sen­tanti degli stu­denti e un dot­to­rando a cui andrebbe rico­no­sciuta più ampia rap­pre­sen­ta­ti­vità e legit­ti­mità nell’azione legislativa.

Sette anni dopo la cura da cavallo con la quale il governo Ber­lu­sconi (Tre­monti all’economia, Gel­mini all’Istruzione) ha ridotto l’università ad uno stato coma­toso, gli stu­denti oggi affron­tano vio­lente discri­mi­na­zioni sociali e ter­ri­to­riali; cre­scenti dise­gua­glianze e una dif­fusa cul­tura clas­si­sta nell’accesso ai saperi e alla for­ma­zione utile per difen­dersi dai ricatti del mer­cato del lavoro. Tra i paesi Ocse, l’Italia è l’unico ad avere tagliato le risorse negli anni della crisi glo­bale. Nes­suno, tanto meno il governo Renzi, ha pen­sato di rifi­nan­ziare un sistema al col­lasso. Anzi. La riforma dell’università, con il gigan­te­sco appa­rato valu­ta­tivo diretto dall’Anvur, serve ad ammi­ni­strare un sistema sot­to­fi­nan­ziato dove la regola è la com­pe­ti­zione tra i pochi, il lavoro pre­ca­rio e gra­tuito dei molti, men­tre le fami­glie finan­ziano lo Stato che ha tagliato risorse e ser­vizi essenziali.

Quando i diritti si pagano
Que­sta figura esi­ste solo in Ita­lia. Pur pos­se­dendo i requi­siti di red­dito e di merito, nel 2013/2014, 46 mila stu­denti uni­ver­si­tari non hanno rice­vuto la borsa di stu­dio (l’importo medio va dai 2887 euro in Basi­li­cata ai 4.083 della Toscana) a causa dei tagli dello Stato e per la scar­sità di risorse da parte delle regioni. Que­sti ragazzi sono stati costretti a rinun­ciare agli studi, a lasciare la città dove si sono tra­sfe­riti per­ché non ave­vano un posto nella casa dello stu­dente o si sono arran­giati con lavori part-time o in nero per fare gli esami. Dal 2009 al 2013 lo Stato e le Regioni hanno garan­tito una borsa di stu­dio media­mente solo al 76% degli ido­nei, lasciando senza borsa in media 42.400 stu­denti ogni anno. In defi­ni­tiva si potrebbe riem­pire La Sapienza di Roma con tutti gli stu­denti ido­nei non bene­fi­ciari degli ultimi 5 anni.

Que­sta situa­zione è stata creata dai tagli al fondo nazio­nale per il diritto allo stu­dio, rifi­nan­ziato in maniera insuf­fi­ciente dal governo Letta. Il fondo inte­gra­tivo, dopo un picco nel 2012, si è sta­bi­liz­zato a 150 milioni. Finan­ziato dalle regioni e dallo Stato è del tutto insuf­fi­ciente. Le risorse regio­nali si fer­mano al 23,6% con pic­chi oppo­sti: l’Umbria con il 52,9%, il Veneto con un misero 7% e il Pie­monte con zero euro. Il sistema resta in vita solo gra­zie alle tasse regio­nali ver­sate dagli stu­denti: il 42,2% delle borse esi­ste gra­zie a loro. Rispetto a paesi come la Ger­ma­nia o la Fran­cia, i ser­vizi al diritto allo stu­dio in Ita­lia sono fermi alla pre­i­sto­ria. Coprono solo l’8,2% dell’attuale popo­la­zione stu­den­te­sca che ha regi­strato un calo delle imma­tri­co­la­zioni di oltre 30 mila unità in ter­mini asso­luti (da 307.713 a 266.162) tra il 2003 e il 2013.

Tasse alle stelle
Negli ultimi 10 anni le tasse uni­ver­si­ta­rie sono cre­sciute del 63%, men­tre sono dimi­nuiti gli iscritti all’università sono dimi­nuiti del 17%. L’aumento della con­tri­bu­zione stu­den­te­sca è stata accom­pa­gnata dal taglio del Fondo di Finan­zia­mento Ordi­na­rio che ha por­tato gli Ate­nei ad aumen­tare gli oneri a carico degli stu­denti. Le tasse sono ormai un’entrata vitale per i bilanci degli atenei.

È il risul­tato di una pre­cisa volontà poli­tica che intende fare a meno della finanza e sfrutta i suoi frui­tori. In que­sta dire­zione è andata la «libe­ra­liz­za­zione» delle tasse avviata dalla spen­ding review del Governo Monti nel 2012 che ha escluso le tasse degli iscritti fuori corso dal rap­porto tra le tasse e il fondo per gli ate­nei. Que­sta norma ha per­messo di sal­vare dal default molte uni­ver­sità. Le tasse ven­gono usate come stru­mento puni­tivo per pena­liz­zare eco­no­mi­ca­mente gli stu­denti fuo­ri­corso che sono la mag­gio­ranza, in par­ti­co­lare quelli che lavo­rano. Qui il cer­chio si chiude. Da ido­nei senza borsa a pre­cari fuo­ri­corso, la vita dello stu­dente è pra­ti­ca­mente un incubo.

I più sfa­vo­riti sono al Sud dove gli eso­ne­rati dal paga­mento della tassa di iscri­zione sono il 15% con­tro il 10% al Nord e il 9% al Cen­tro. Ma le dise­gua­glianze esi­stono anche in ter­ri­tori con­si­de­rati omo­ge­nei. I livelli medi di tas­sa­zione oscil­lano tra i valori mas­simi dell’Università Iuav di Vene­zia (1.782) e del Poli­tec­nico di Milano (1.711) a quelli minimi delle Uni­ver­sità di Parma (953) o del Pie­monte Orien­tale (946). «Que­sti mec­ca­ni­smi spe­re­qua­tivi agi­scono creano bar­riere nell’accesso alla for­ma­zione e alla ricerca» com­menta Alberto Cam­pailla, por­ta­voce del Coor­di­na­mento Link.

Il paese del numero chiuso

E’ noto che l’Italia sia al penul­timo posto tra i paesi Ocse per numero di lau­reati. Il fal­li­mento del “3+2″ della legge Ber­lin­guer — di recente tor­nato in auge come spon­sor uffi­ciale della “Buona scuola” di Renzi — è ormai con­cla­mato. Dopo avere avviato il cosid­detto “Pro­cesso di Bolo­gna”, l’Italia avrebbe dovuto sfor­nare lau­reati a getto con­ti­nuo. Con titoli usa e getta, rica­vati sulle esi­genze vola­tili di un mer­cato rite­nuto capace di gene­rare sem­pre “nuove pro­fes­sioni”, quei rifor­ma­tori inge­nui pen­sa­vano di rag­giun­gere il 40% dei lau­reati. Si sono fer­mati a molto meno, al 22%. Le mira­bo­lanti pro­messe della «società della cono­scenza» in cui il centro-sinistra pro­diano cre­deva fer­ma­mente sono ormai un lon­ta­nis­simo ricordo.

Oggi si chiude tutto, si sbar­rano gli accessi alle facoltà e, soprat­tutto alle spe­cia­liz­za­zioni. Anche qui vige la legge: se vuoi andare avanti, paga. Anche se non c’è alcuna cer­tezza nell’occupazione. Nasce così l’idea che per avere «suc­cesso» la for­ma­zione supe­riore dev’essere pagata cara, strin­gendo le maglie del numero chiuso (il 54 per cento dei corsi di lau­rea), senza per que­sto risol­vere il pro­blema dell’accesso alle pro­fes­sioni. Per fare un esem­pio, un terzo dei circa 10 mila aspi­ranti medici che di solito pas­sano il test di ammis­sione alle facoltà di medi­cina non acce­de­ranno alla specializzazione.

Il rap­porto Cnsu riporta un esem­pio che rende l’idea del cir­colo vizioso in cui vivono oggi gli studenti.Chi non passa il test a Medi­cina, di solito si iscrive a facoltà affini nella spe­ranza di poterci rien­trare negli anni suc­ces­sivi. A Padova, ad esem­pio, que­sto tra­sfe­ri­mento ha com­por­tato un aumento di imma­tri­co­la­zioni nei corsi di area bio­lo­gica che hanno di con­se­guenza intro­dotto il «numero pro­gram­mato» che è arri­vato anche a scienze natu­rali e scienze e tec­no­lo­gie ambientali.

Dot­to­rato gra­tis
La regola aurea dell’università ita­liana — pagare per avere un diritto o per lavo­rare — segna pro­fon­da­mente anche l’esperienza di chi fa un dot­to­rato, il primo gra­dino per chi vuole fare ricerca. L’introduzione del vin­colo di coper­tura con borsa di almeno il 75% dei posti a bando, adot­tato dalle “Linee Guida” su indi­ca­zione dell’Anvur, ha gene­rato una gra­vis­sima emor­ra­gia. Tra il 2013 e il 2014 si è pas­sati da 12.338 a 9.189 posti, con una dimi­nu­zione del 25,5%. Gli ate­nei hanno ridotto le posi­zioni, invece di aumen­tare le borse. Ciò ha pro­vo­cato la cre­scita dei dot­to­rati senza borsa: 2.049 su 9.189 per il XXX ciclo. Con­tro que­sti gio­vani lavo­ra­tori privi di red­dito gli ate­nei si acca­ni­scono con tasse arbi­tra­rie. «Anni di tagli stanno por­tando alla con­cen­tra­zione del dot­to­rato in pochi poli situati nelle aree forti del paese» sostiene Anto­nio Bona­te­sta, segre­ta­rio dell’Adi.

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