Yankee go home!

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inviata da Lucio Garofalo, 17.8.2016

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– L’ideologia che ispira la politica del renzismo, che definire “vandalico” sarebbe un eufemismo, è riconducibile ad una propensione ad assecondare i “poteri forti” (in primis, la Confindustria), ma anche gli umori e gli istinti più irrazionali e viscerali delle fasce sociali più retrograde, qualunquiste e rozze della popolazione italiota. Le spinte retrive si possono riassumere in una volontà di azzerare o neutralizzare quelli che sono gli effetti ancora vivi, in termini di progresso e di emancipazione civile e culturale, generati dalle battaglie sociali e dai movimenti politico-sindacali sorti dal biennio 1968/69. Credo che gioverebbe ricordare la provenienza anglosassone di determinate teorie oggi in voga, che in Italia vengono accolte sempre con ritardo, quando magari altrove, nei luoghi di origine, sono già in crisi o sono state messe in discussione. Mi viene in mente, ad esempio, lo psicologo americano Benjamin Samuel Bloom, che propose la costruzione di classificazioni gerarchiche degli obiettivi educativi, chiamate “tassonomie”. I criteri da adottare per costruire tali classificazioni devono essere didattici, logici, psicologici, oggettivi e, soprattutto, articolati secondo una complessità crescente. La tassonomia di Bloom considera tre sfere: cognitiva, affettiva, psicomotoria. Quella cognitiva è articolata in sei categorie fondamentali, analizzate a loro volta in sequenze di complessità crescente:

  • conoscenza: capacità di richiamare alla memoria fatti, metodi e processi, modelli, strutture, ordini;
  • comprensione: conoscere quello che viene comunicato senza stabilire necessariamente rapporti fra i materiali; è il livello più elementare del capire;
  • applicazione: utilizzazione delle rappresentazioni astratte (idee generali, regole di procedimento, metodi diffusi, principi, idee, teorie) in casi concreti;
  • analisi: separazione degli elementi di una comunicazione in modo da rendere chiara la gerarchia delle idee e/o dei rapporti fra le idee espresse;
  • sintesi: riunione di elementi e parti per formare un tutto in modo da formare una struttura che prima non si distingueva chiaramente;
  • valutazione: formulazione di giudizi qualitativi e quantitativi sul valore del materiale e dei metodi utilizzati per uno scopo preciso, su criteri prestabiliti.

La “tassonomia” di Bloom fu applicata in seguito nel cosiddetto “Mastery Learning”, che si può tradurre in “apprendimento per la maestria”. Si tratta di un modello di azione didattica che mira ad un processo di apprendimento efficace per il più elevato numero di allievi. La procedura prevede il frazionamento e l’ottimizzazione del percorso formativo, per una democratizzazione dell’azione educativa. In effetti possono scaturire alcuni vantaggi dalla pratica del “Mastery Learning”, che è una delle metodologie di insegnamento/apprendimento che, in condizioni ancora sperimentali, ha comunque permesso di conseguire livelli di apprendimento ottimali a circa l’80-85% degli allievi, mentre di solito simili traguardi vengono conseguiti da un numero esiguo di studenti. Aggiungo un’altra osservazione sull’origine aziendalista/capitalista del “Mastery Learning”.

Verificando il successo dell’organizzazione aziendale di tipo tayloristico, negli USA si pensò di applicare il modello tayloristico anche al mondo della scuola. Venne enfatizzata l’azione del docente con una concezione di ispirazione comportamentista. Infatti, la teoria del “Mastery Learning” si basa su un’interpretazione di origine comportamentista della didattica. Per trasmettere sapere basta dedicare il tempo necessario alla trasmissione di contenuti, magari anche attraverso ripetizioni continue. Per questo il docente deve essere responsabilizzato e preparato. In questa visione vengono però trascurati altri elementi decisivi del processo di insegnamento/apprendimento.

In modo particolare viene dimenticata la centralità dell’alunno, mentre l’attenzione è tutta posta sul docente. Se l’allievo non apprende, per la teoria del “Mastery Learning” basta ripetere la spiegazione. Insomma, questa americanizzazione eccessiva che oggi imperversa nei vari rami dell’economia, della politica e della società italiana, agisce come un virus contagioso che infetta persino le aree che un tempo parevano immuni, come la sfera scolastico-educativa, laddove la tradizione nazionale si attestava su posizioni d’eccellenza e all’avanguardia.

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