Ma l’incarico dato dai presidi può migliorare la scuola?

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Giorgio Ragazzini,  Il Gruppo di Firenze,   1.6.2015. 

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Facciamo per un momento l’ipotesi che nessun preside nel “chiamare” i nuovi insegnanti si faccia influenzare da conoscenze, raccomandazioni o pressioni e li scelga con rigorosa imparzialità nell’esclusivo interesse della scuola. Ammettiamo, senza concederlo, che sia agevole valutare le qualità dei candidati dalla lettura dei curricoli e da un colloquio. In altre parole: depuriamo la questione della chiamata dalle più comuni obbiezioni e limitiamoci a chiederci se l’innovazione in sé e per sé può essere utile a elevare la qualità media dell’insegnamento. Ebbene, dato che tutti i docenti iscritti nelle liste territoriali dovranno trovare una collocazione, chiamati o sistemati d’ufficio che siano, è evidente che avremo soltanto un diverso modo di distribuirli fra le scuole. A sentire invece certe aspettative, sembra quasi che così si possa ottenere la moltiplicazione degli insegnanti bravi. La cosiddetta chiamata diretta potrebbe essere efficace in senso qualitativo in un sistema che alla fine lasci fuori chi non è stato scelto, in cui ci sia cioè un libero mercato professionale in cui far valere competenze dimostrabili, la credibilità dei titoli di studio, le referenze che si è in grado di produrre. Una cosa del genere non è pensabile in Italia, per la particolare tutela conferita alla libertà di insegnamento, in qualche modo paragonabile a quella dell’indipendenza dei magistrati; un sistema che può diventare più flessibile, ma non essere abbandonato.
Pare proprio che in genere i legislatori non sappiano valutare realisticamente gli effetti concreti dei provvedimenti e si lascino invece abbagliare dalle parole d’ordine alla moda. Un altro caso esemplare è il tormentone sul “premio ai migliori” come presunta leva per migliorare la scuola, che dovrebbe trovare attuazione con questa legge. Abbiamo invece più volte fatto notare che i docenti molto bravi continuerebbero a lavorare bene anche senza aumenti retributivi, mentre dove questa pratica esiste ha creato scontento e tensioni all’interno delle scuole. E ci vuole ben altro che qualche centinaio di euro una tantum per rendere attraente l’insegnamento per i giovani.
Inutile cercare scorciatoie; per elevare nel breve e nel medio periodo la qualità professionale del corpo docente alcune scelte sono indispensabili, anche se indigeste a parte del ceto politico e sindacale:
  • la selezione dei futuri insegnanti deve essere molto più rigorosa anche sul piano attitudinale oltre che su quello culturale (in Finlandia diventa docente un aspirante su nove);
  • si devono poter allontanare dall’insegnamento i docenti gravemente inadeguati sul piano didattico o della correttezza professionale, riconoscendo così il merito della maggioranza dei colleghi seri;
  • un aggiornamento sistematico dovrebbe valorizzare in primo luogo il patrimonio professionale già presente nella scuola, favorendo lo scambio di idee e di esperienze;
  • è poi necessario promuovere la cultura del controllo di regolarità e di legalità su tutti gli aspetti e i ruoli della vita scolastica da parte di un corpo ispettivo numeroso e preparato;
  • e infine è ora che anche gli insegnanti italiani possano far riferimento a comuni principi etico-deontologici della professione. Sarebbe un grande contributo alla ricostruzione del loro prestigio sociale.
Ma l’incarico dato dai presidi può migliorare la scuola? ultima modifica: 2015-07-03T05:15:15+02:00 da Gilda Venezia
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