Categorie: InsegnantiRiforma

Associazione Nazionale Presidi: fine della scuola della Costituzione e pieni poteri al capo

di Giovanni Carosotti e Rossella Latempa,  Roars, 28.5.2020

Il documento pubblicato dall’Associazione Nazionale Presidi più che un elenco di proposte per la riapertura delle scuole è un progetto politico di riforma definitiva del sistema di istruzione, che potremmo sintetizzare così: fine della scuola della Costituzione e pieni poteri al capo. L’idea è mettere a profitto l’emergenza e la didattica a distanza per riconfigurare giuridicamente il profilo dei lavoratori su base gerarchica e modificare l’impianto delle attività scolastiche e della loro valutazione. La scuola, definita “servizio da erogare capace di produrre apprendimento” integrato nel “sistema Italia”, va riorganizzata nelle sue “modalità operative“. Come? Differenziando i ruoli degli insegnanti, creando un “middle management” di docenti fedeli ed “evoluti“; superando l’impianto dei Decreti Delegati e relativi organi collegiali, “anacronistici e in stridente contrasto con le prerogative dirigenziali”; rimodulando orari e flessibilità dei lavoratori, senza più “rigida delimitazione (…) della tradizionale cattedra”, ovvero smantellando i Contratti Collettivismembrando i gruppi classe, attraverso “maggiori opzionalità e facoltatività per le scelte delle famiglie“; ridefinendo il sistema di valutazione, tramite introduzione delle “certificazioni delle competenze” individuali, prevedibilmente rafforzando prerogative e compiti della tecnocrazia INVALSI, unico ente preposto a valutazioni “attendibili“. Via vincoli e costrizioni, ” che impediscono ai dirigenti di assumere con la dovuta celerità le decisioni”. Il progetto dell’Associazione Nazionale Presidi fa a pezzi il tessuto collettivo dell’istruzione pubblica in nome dell’efficientamento del “servizio da erogare”, reinterpretato come diritto costituzionale, mostrando totale disprezzo per il confronto democratico e libero dai vincoli di fedeltà al capo.


Il documento pubblicato il 25 maggio scorso dall’Associazione Nazionale Presidi (ANP) più che un elenco di proposte per la riapertura delle scuola è un progetto politico di riforma del sistema di istruzione del paese, che potremmo sintetizzare così: fine della scuola della Costituzione.

Il pregio dell’Associazione di dirigenti è quello di parlar chiaro. Alcuni lettori forse ricorderanno l’illuminante locuzione di “docenti contrastivi” con cui all’epoca dell’introduzione dell’organico di potenziamento -ex legge 107/2015 – l’Associazione definì quegli insegnanti di cui i dirigenti avrebbero potuto “sbarazzarsi” legittimamente, destinandoli ad attività differenziate dal semplice orario di cattedra, perché non allineati o non desiderosi di sottomettersi alla logica autoritaria che la Buona Scuola intendeva imporre alla vita collegiale degli istituti. Anche in questa circostanza, i dirigenti ANP non perdono occasione per rilanciare e imprimere un’accelerazione al processo di trasformazione della forma-scuola. L’intenzione è chiara fin dalle prime righe: mettere a profitto l’emergenza e la didattica a distanza ormai in via di consolidamento per riconfigurare giuridicamente il profilo dei lavoratori della scuola su base gerarchica.

La “riorganizzazione delle modalità operative della scuola”, da cui prende avvio la loro  proposta parte dunque da una precisa definizione di scuola: “servizio da erogare capace di produrre apprendimento”, integrato nel “sistema Italia”. È questa l’idea di scuola dei dirigenti ANP. E coerentemente a tale idea deve procedere la sua riorganizzazione.

Il progetto è ambizioso, esposto in vari punti, a partire dagli aspetti di gestione e organizzazione del personale, fino a quelli didattico-metodologici.

1) E-government della scuola

I dirigenti ritengono sia questa “un’esigenza primaria”, per gestire efficientemente gli aspetti organizzativi, in linea con gli altri enti pubblici. La Scuola, dunque, ente tra gli enti, deve poter “servire i cittadini e le imprese nel miglior modo possibile”. Soprattutto quando l’emergenza sarà passata e saremo in piena crisi economica. Significativa, in tal senso, è l’affermazione per cui la scuola svolga “una funzione generativa all’interno del welfare generale, “facendo rete” con tutti i soggetti portatori di interesse”, che conduce ad una vera e propria distorsione del concetto stesso di welfare, inteso come nuovo scenario di partenariato pubblico-privato.

2) Pieni poteri

La scuola “non potrà replicare il modello precedente all’emergenza” e il dirigente scolastico non potrà più avere lacci e lacciuoli, ovvero quei “vincoli e costrizioni che nulla hanno a che fare con il principio costituzionale del buon andamento[1]. Dopo lo “scudo penale” chiesto in materia di sicurezza (anche qui) , ora i dirigenti vogliono pieni poteri, in nome dell’efficienza e della funzionalità.
Si legge infatti che in futuro sarà necessaria una:

“Valorizzazione del ruolo dei dirigenti scolastici in materia di scelte organizzative e gestionali, sull’esempio di quanto avvenuto durante la fase emergenziale (..). Si devono quindi eliminare, quanto più possibile, i vincoli burocratici e gli ostacoli organizzativi che impediscono ai dirigenti di assumere con la dovuta celerità le decisioni inerenti alla gestione delle risorse umane, economiche e logistiche.”

Una richiesta che evidenzia il totale disprezzo per il confronto democratico all’interno dell’istituzione scolastica, tra le diverse categorie di lavoratori che vi partecipano.

3) Il Middle Management

Vecchio cavallo di battaglia dei dirigenti ANP è la differenziazione di carriera, professionale, salariale dei docenti e la loro riorganizzazione gerarchica. Gli “expert teacher”, come li chiama il Presidente dell’Associazione, saranno quei “docenti evoluti” che lavoreranno “in collaborazione più marcata con la dirigenza”, scelti discrezionalmente. Dovrà essere possibile, nella scuola post Covid, individuare tali “figure quadro” (middle management) il cui ruolo di supporto al “capo” è “non più rinviabile”. Si tratta, di fatto, di differenziare il grado più o meno elevato di collaborazionismo tra i docenti, per minarne la solidarietà interna; prevedendo diverse scale stipendiali a seconda del grado di fedeltà, in nome di possibili incentivi salariali assegnati per tutta una serie di funzioni che nulla avranno a che fare con l’attività e la cura dell’insegnamento.

4) Rimodulazione della professionalità docente e dei gruppi classe

I non prescelti all’interno delle figure di quadri intermedi dovranno dedicarsi soltanto ad “agevolare il processo di formazione in uno scenario orientato alla cultura della competenza”.  In maniera inequivocabile si invoca qui la definitiva trasformazione della professionalità docente, il cui profilo culturale e politico va annientato in nome dello pseudo-concetto di competenza, ovviamente spacciato dall’ANP quale «apprendimento autentico», in contrasto con quello evidentemente impressionistico degli insegnanti d’esperienza. Concetto tanto inconsistente teoricamente quanto concretamente utile a riprogettare l’intero impianto scolastico, come sarà chiaro anche dai punti successivi. In quest’ottica va letta la “rimodulazione oraria delle relazioni classi-gruppi-docenti”. L’idea che il gruppo classe non sia necessario per lo svolgimento di un percorso di crescita culturale, è connessa a quella per cui ciascuno debba essere messo in grado di perseguire obiettivi individuali di competenza. Surreale che questo venga proposto proprio in epoca di riscoperta del carattere prezioso e insostituibile dell’interazione collettiva, mancata in questi mesi.

5) Contratti snelli

La necessaria riorganizzazione interna delle autonomie scolastiche richiederà

interventi di sistema che aggiornino lo sfondo normativo” e che “eliminino le numerose incongruenze e contraddizioni che hanno impedito all’autonomia di svilupparsi appieno”.

Il personale ATA, amministrativo e tecnico ausiliario, dovrà “agire in sinergia alla riprogettazione”, i docenti dovranno “superare la rigida delimitazione a 18 ore della tradizionale cattedra”, i dirigenti dovranno gestire “fondi a (loro) disposizione per compensare il lavoro straordinario del personale”.

Tradotto in termini concreti: smantellare il Contratto Collettivo Nazionale. Ridotte al minimo le relazioni sindacali e assegnati al capo i pieni poteri salariali, in qualità di datore di lavoro, l’autonomia scolastica potrà finalmente, e in pieno stile confindustriale, dare i suoi frutti. Scuole aperte 8-10 ore al giorno, lavoratori flessibili, definizione di costi-standard per alunno. Un modello ben noto, di tipo privatistico, votato alla soddisfazione degli utenti-clienti e dei vari stakeholders che ha trovato finora applicazione nelle scuole private, con risultati evidenti e ben giudicabili da tutti.

6) Superamento dei Decreti Delegati

Il retaggio novecentesco degli organi collegiali, le cui competenze, secondo l’Associazione Nazionale Presidi sono   “anacronisticamente ferme a disposizioni legislative emanate nel lontano 1974 e .. in stridente contrasto con le prerogative dirigenziali” va regolato una volta per tutte, aggiornando “la governance” della scuola ai nuovi profili di alleggerita funzionalità verticistica, come preteso dai dirigenti.

 

7) Dante o i Beatles?

Di pari passo con la riorganizzazione interna (tempi, profili contrattuali, competenze distribuite) dovrà essere attuata l’essenzializzazione dei percorsi culturali.  Sul portale La letteratura e noi Daniele Lo Vetere  testimoniava qualche settimana fa quanto affermato proprio dal Presidente Giannelli dell’Associazione Nazionale Presidi ai microfoni di sky tg24. Studiare i Beatles o Dante, non fa differenza ai fini di un certo obiettivo di apprendimento. I contenuti contano meno della motivazione. Se la finalità è la competenza del sapere argomentare, tanto vale guadagnarla attraverso un testo ben più coinvolgente per gli studenti, come una canzone dei Beatles, sacrificando il noioso Dante. Poco importa che gli studenti possano concludere il loro ciclo di studi senza neanche sapere chi fosse costui, e non averne letto neanche una riga. Non è questo ciò che sarà loro richiesto dal mercato del lavoro. Accettare l’ignoranza come effetto collaterale della crescita, in fondo, è un fardello sopportabile. E dovrà esserlo ancor più in piena crisi post Covid.  E si ha l’ardire di chiamare tale distruzione di cultura “apprendimento autentico”.

Tra le proposte leggiamo “la necessità di selezionare efficacemente i contenuti da trattare, di proporre le azioni in grado di sostenere la motivazione degli alunni e la partecipazione ai processi non più solo degli attori, ma anche di soggetti che siano portatori di risorse utili in termini di competenza (esperti, produzioni fruibili di musei/biblioteche/enti di ricerca/reti televisive…)”

Bisogna dunque concentrarsi su pochi nodi concettuali, dare spazio a soggetti altri dagli attori scolastici, (“portatori di risorse utili” ) e conseguentemente scardinare il sistema di valutazione degli apprendimenti per “integrare i voti in decimi con livelli di competenza e relative certificazioni” . Per i dirigenti ANP infatti la valutazione “non ha solo lo scopo di misurare le conoscenze apprese, ma anche e soprattutto quello di certificare le abilità e le competenze acquisite dall’alunno”.

Quest’ultimo aspetto, dal sapore a prima vista vagamente progressista (abbasso i voti, largo alla valutazione “formativa”) cela una più retriva volontà di destrutturazione dell’attuale impianto culturale e istituzionale (vedi titoli di studio e relativo superamento in favore di certificazioni individuali delle competenze) dell’istruzione pubblica e del suo compito e orizzonte egualitario di promozione sociale (come più volte sottolineato: qui, e quiqui ad esempio). Inoltre, il termine “certificazione”, ossia un’ attestazione analitica delle abilità dello studente, non potrà che chiamare in causa il rafforzato ruolo dell’Istituto Nazionale di Valutazione INVALSI, a cui oggi è stata “appaltata” l’unica forma di valutazione dichiarata “attendibile” , dalla sua stessa Presidente, Anna Maria Ajello, in spregio alla funzione della valutazione professionale dell’insegnante, ossia della sua capacità di esprimere e sostenere un giudizio contestualizzato, soggettivo e – proprio per questo – significativo.

8) DAD (or alive?)

La didattica a distanza (DAD) e lo smart working, “indispensabili supporti formativi e di organizzazione” potrebbero diventare una “componente curricolare” alla ripresa. L’uguaglianza di opportunità, riformulata in chiave digitale, prevede che sia fornito a ciascuno studente un “device adeguatamente performante con relativa connessione veloce”, come “precondizione per l’accesso all’istruzione a distanza”. Occorrerà poi un intervento centrale per garantire connessione e digitalizzazione, tramite finanziamenti europei. Non ultima, la formazione docenti, che  richiederà “una completa rivisitazione delle metodologie didattiche e dei relativi strumenti” e sarà “il cardine di tutta la struttura curricolare gestita con la DAD”. Una formazione “indispensabile e doverosa”. In una parola: obbligatoria contrattualmente, oltre che ben incardinata metodologicamente.

9) Design thinking e visioni multiprospettiche

Nella parte conclusiva del documento, dedicata al punto più delicato, ossia l’organizzazione didattica, si ricorre alla consueta retorica di mascherare la propria inconsistenza teorica attraverso l’uso di un lessico falsamente specialistico, con l’obiettivo di ammantare di scientificità un impianto di potente torsione autoritaria, per nulla fondato sul piano epistemologico. Da una parte, in una scuola totalmente asservita alla logica di mercato, con un comando di carattere verticale che riduce i docenti a semplice manodopera che deve applicare procedure decise da altri, parlare di «visioni multipropsettiche» risulta alquanto grottesco. Sul piano stilistico, tuttavia, lasciamo, in questo caso – laddove si illustra la metodologia del design thinking –  alla voce dell’ANP pieno spazio e al lettore le conclusioni del caso:

 “pianificare una formazione “su misura” del singolo, inserito nel proprio contesto scolastico, familiare e socioculturale, impegnandosi in una riprogettazione dinamica dell’architettura formativa che sia collegata alle svariate possibilità della didattica digitale, attraverso l’attenta orchestrazione delle situazioni comunicative, dei contesti relazionali in cui si fa scuola, della garanzia di inclusione, multidisciplinarità, intercultura”.

La proposta politica dell’Associazione Nazionale Presidi è estremistica: fa a pezzi il tessuto collettivo-culturale e professionale dell’istruzione pubblica in nome dell’efficientamento del “servizio da erogare”, reinterpretato come diritto costituzionale, capovolge lo spirito stesso del disegno costituzionale, sostituendo ai principi di pluralismo e libertà di insegnamento quelli della concorrenza (più autonomia!) e della fedeltà al capo. La Scuola dell’Associazione Nazionale Presidi non è un’istituzione, né tanto meno un organo costituzionale. E’ un’impresa. E l’istruzione è semplicemente un “segnale”, un fatto individuale, da acquisire e rivendersi nel mercato del lavoro, in perfetta linea con il pensiero economico prevalente.


[1] Principio, sancito dall’articolo 97, letto secondo criteri che lo portano a confliggere con gli articoli 33 e 34.

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Associazione Nazionale Presidi: fine della scuola della Costituzione e pieni poteri al capo ultima modifica: 2020-05-29T09:04:52+02:00 da Gilda Venezia
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