Basta un foglio, non 18: quella burocrazia che minaccia anche le buone novità

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di Sandra Ronchi, il Sussidiario, 19.5.2021.

Il Documento del 15 maggio è uno dei peggiori simboli della burocrazia ministeriale. Abolirlo o ripensarlo avrebbe un grande valore simbolico, oltre che pratico.

Gilda Venezia

Quando ho sfogliato l’ordinanza che dettagliava le fasi del nuovo esame di Stato (OM n. 53 del 3 marzo 2021) ho avuto una sorta di sospiro di sollievo: finalmente un linguaggio nuovo, uno sguardo nuovo, dentro i pur imprescindibili e (forse) necessari meandri della legge.

Sensazione che – dopo un primo soprassalto, negativo – si è riconfermata anche quando ho dato una scorsa al testo che dava indicazioni sul curriculum dello studente, altra novità dell’esame di quest’anno. Scorrendo le righe di spiegazione di questo documento, ho letto che la terza parte era “tutta” a carico del ragazzo. Finalmente, anche in questo caso mi sono detta: la possibilità per lo studente di dire di sé, di mettere in campo le sue capacità e competenze, spesso nascoste in cinque anni di scuola; e finalmente lui, autonomo e responsabile.

Orbene, partita con tutti questi buoni propositi, mi sono incagliata nello scoglio della burocrazia ministeriale. Per giorni  – come tanti altri colleghi – mi sono arenata nelle acque paludose e livide del Documento del 15 maggio per le classi quinte.

Come sempre, ogni tre anni (ovvero ogni volta che arrivo, a fine triennio, in quinta con la classe che coordino) giungo a questo “abisso orrido immenso”: il Documento del 15 maggio! Che è il documento con cui la scuola presenta la classe alla commissione esaminatrice.

Capisco bene che occorra una presentazione della classe e degli alunni alla commissione (peraltro, quest’anno di esterno c’è solo il presidente); capisco che alcune informazioni siano importanti… ma quali informazioni?

Ministro, di tutte le pagine del “mio” documento del 15 maggio, quali sono veramente essenziali?

Ogni scuola ha la sua versione, che però si è stratificata negli anni: e così, sul corpo originario, certo più snello, sono germogliati altri paragrafi, si sono stratificate altre esperienze da “certificare”, altre voci che di anno in anno hanno “arricchito” l’offerta formativa: la Pcto, la Dad e la Ddi, l’educazione civica, e chi più ne ha più ne metta.

Non solo, ma ogni anno sono state semplicemente revisionate le “vecchie” tabelle, che spesso non erano più in grado di accogliere le nuove voci. E così noi poveri docenti alle prese a decodificare voci ormai improprie, scritte dai nostri stessi colleghi negli anni precedenti, con telefonate, messaggi, gruppi whatsapp: per parlare del nulla.

La prego, signor Ministro. Se parliamo di sburocratizzare, perché non partiamo dalla scuola? A che servono tutte quelle notizie che inseriamo nel famoso Documento di fine classe quinta? Quelle notizie sulle aziende dove si è svolta la Pcto, ad esempio, sull’educazione civica, sui metodi dei docenti, sugli strumenti della valutazione, ecc. ecc.? C’è tutto agli atti, se uno vuole vedere. C’è tutto sul curriculum, che occorre giustamente guardare. Perché tediarci per 18 pagine (ma sicuramente ci saranno documenti di ben più ampia estensione), perché perdere ore e ore di tempo, perché farsi cattivo sangue con i colleghi che ti guardano con sospetto perché – quando li incroci – sanno che gli chiederai di inviare il programma (al 15 maggio, ovviamente, e poi quello finale, ovviamente!) e di compilare le tabelle e così via?

Perché cercare di riformare l’esame e il curriculum, e poi lasciare l’orpello burocratico? Si rischia di confondere le due cose e di oscurare ogni possibile novità.

In questo periodo, vorrei pensare agli ultimi lavori con i miei studenti, vorrei progettare qualche cosa per l’estate (tra l’altro mi è molto piaciuto il Piano per la scuola aperta d’estate, sempre che abbia il tempo di stendere qualche idea da presentare nel Pon), ma lasciatemi in pace sulla tipologia dell’azienda, sulle ore precise degli interventi di esperti, sulle modalità di didattiche dei docenti. Cui prodest?

Proprio ieri una mia amica mi ha detto – sconsolata – che si era presa un weekend di libertà: era andata in montagna. Aveva già indossato gli scarponi per l’escursione… quando è suonato il cellulare: professoressa, ma lei non ha firmato il documento del 15 maggio! Sono in montagna, è sabato, non posso farlo lunedì? No, non se ne parla, oggi bisogna chiudere e pubblicare, è il 15 maggio! Sconsolatamente, si è tolta gli scarponi ed è ridiscesa per apporre una firma, del tutto inutile.

Un mio collega anni fa mi disse che la sua fidanzata – con un semplice foglio! – aveva venduto la casa di Londra.

Possibile che noi non riusciamo a presentare una classe, dicendo ciò che deve essere detto, in un foglio?

Ecco, Ministro, ci pensi: tutto in un foglio… Non possiamo pensare che la scuola al tempo del Covid debba correr dietro ai documenti inutili: fa crescere la stizza più degli anni precedenti. Ci pensi, Ministro, sarebbe un piccolo cambiamento a costo zero, ma un gran bel segnale che la scuola non è la carta e che il tempo dobbiamo impegnarlo in ben altro. Rendiamo la scuola viva: non facciamola morire di burocrazia.

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Basta un foglio, non 18: quella burocrazia che minaccia anche le buone novità ultima modifica: 2021-05-19T06:33:02+02:00 da Gilda Venezia

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