Bocciature vs ripetenze per materia, serve un nuovo tutor

di Romana Romano,  il Sussidiario, 3.3.2019

– Nel dibattito su come superare la bocciatura si sono prospettate modifiche e rivoluzioni di sistema, senza considerare forse l’aspetto più importante.

In tempo di scrutini quadrimestrali, in cui si danno i “numeri” sui risultati degli studenti e si manifestano carenze, difficilmente recuperabili, che prefigurano possibili esiti negativi, normalmente si riaccende il dibattito sulla funzione delle bocciature e sull’utilità di ripetere l’anno scolastico; e così è stato puntualmente anche quest’anno.

Si riprende così e si rinnova la discussione fra coloro, docenti, studenti e famiglie, che sono costretti a misurarsi, in concreto, con quella che è in ogni caso una sconfitta, la bocciatura appunto.

Due diverse aggregazioni di docenti (il Gruppo di Firenze e Condorcet) hanno proposto allora un’organizzazione scolastica basata su corsi annuali piuttosto che su classi, in modo che, a fronte di un’insufficienza in una disciplina, l’allievo possa ripetere solo quello o quei corsi e non l’intero anno.

Interessante e coinvolgente è apparso in proposito il dibattito fra i due gruppi, che propongono soluzioni simili, ma caratterizzate da sottolineature e preoccupazioni diverse.

Il Gruppo di Firenze sembra voler garantire, comunque, il merito e la competenza disciplinare da verificare oggettivamente con un esame, mentre Condorcet sembra più propenso al recupero delle competenze di base, collegando alla proposta anche un riordino dei cicli, che preveda l’inclusione del biennio di scuola superiore nel primo ciclo, accettando e valorizzando di esso anche la tendenza concreta a non prevedere “frequenti” bocciature.

Questo gruppo inserisce insomma il problema bocciatura dentro un progetto più globale che dovrebbe modificare, oltre che il riordino dei cicli, anche la carriera dei docenti, il nesso fra scuola e società e il collegamento al mondo del lavoro.

È pur vero che da decenni si attende una riforma della scuola discutendo su ipotesi diverse; il tempo ci ha mostrato – purtroppo – come la pretesa di cambiare tutto il sistema si sia trasformata, di fatto, in immobilismo e mantenimento dello stato esistente. Sembrerebbe quindi opportuno cominciare da un elemento di novità che dia una risposta pur parziale, come sembra voler fare il Gruppo di Firenze.

La proposta relativa alla costituzione di corsi disciplinari finalizzati ad un recupero verificabile è, del resto, tutt’altro che semplice, non solo sul piano pratico ma anche teorico.

Le scuole dovrebbero, infatti, organizzare diversamente gli spazi e l’utilizzo delle aule, finalizzando un numero di esse e soprattutto un numero di docenti a svolgere i cosiddetti corsi di studio, non al pomeriggio e in modo saltuario, ma in orario curricolare.

La diminuzione numerica degli studenti, dovuta a ragioni anagrafiche, potrebbe consentire questa diversa modalità organizzativa, se essa non venisse, oggi, utilizzata per accorpare istituti e realtà scolastiche anche assai diverse fra loro, pur di razionalizzare le spese e far diminuire le esigenze economiche e di sicurezza negli istituti.

Quanto al versante degli studenti, per essi occorrerebbe pensare a forme di salvaguardia dell’esperienza del gruppo-classe che è elemento utile alla socializzazione e alla crescita del singolo.

Certo anche nei corsi si costituirebbero dei gruppi-classe, stabili almeno per un anno e quindi utili anche alla socializzazione; si potrebbe, in effetti, mantenere negli anni del percorso scolastico il gruppo-classe iniziale costituito dagli allievi non sottoposti a bocciatura, cui si possano aggregare, in modo variabile, per le discipline in cui i loro rendimenti siano adeguati, anche gli studenti sottoposti alla parziale ripetenza.

Quadro complesso, certo, ma possibile. Nell’esperienza, del resto, i docenti più accorti hanno già provato la didattica per gruppi di livello o anche le cosiddette classi aperte, che hanno consentito e consentono anche di lavorare per gruppi di interesse.

Resta però un’altra perplessità ed è quella relativa all’unità del sapere, cioè a quella capacità di collegare e utilizzare in una prospettiva sinergica le conoscenze, che è propria della cultura.

I giovani raggiungono questo traguardo, o meglio un’ipotesi culturale accettabile da verificare, non sempre e certo con fatica, solo durante il periodo universitario: come potrebbero riuscirci ragazzi più giovani, solo parzialmente accompagnati dai compagni di scuola e da docenti curricolari?

Il gruppo classe, con la stabilità dei suoi membri e dei docenti, è infatti – oggi – la precondizione di una possibile unità del sapere.

Sembra allora necessaria un’altra salvaguardia.

Essa potrebbe essere quella di destinare parte del personale alla costituzione di una  diversa figura professionale: il docente-tutor, cui affidare il monitoraggio, il suggerimento e la compagnia dei singoli studenti.

Non il tutor previsto nei progetti Pon, né quello dell’alternanza scuola-lavoro, chiamato spesso solo a registrare le presenze e curare gli aspetti burocratico-amministrativi, ma un tutor-docente capace di ascoltare l’allievo e la sua famiglia, capace di orientare e indirizzare verso la società, il mondo e il tempo successivi alla scuola.

Non basta, insomma, affastellare competenze e conoscenze disciplinari, né si può solo puntare a pochi elementi esemplificativi e generali di esse, perché queste, le discipline, concorrono alla crescita della persona.

Ben venga, quindi, il superamento della bocciatura. Non crediamo però, in conclusione, che la soluzione sia abbassare il livello delle competenze o l’asticella delle verifiche, ma piuttosto consentire a ciascuno un buon risultato, pur con tempi e modi diversificati.

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Bocciature vs ripetenze per materia, serve un nuovo tutor ultima modifica: 2019-03-03T07:33:48+02:00 da Gilda Venezia
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