di Alberto Baccini e Rossella Latempa,  Roars, 28.4.2020

Il lockdown della scuola ed il dibattito sulla ripartenza hanno chiarito una volta per tutte che la la scuola è fatta da alunni e insegnanti. Hanno mostrato anche che la valutazione standardizzata e le classifiche degli istituti sono strumenti, nella migliore delle ipotesi, inutili per il funzionamento delle scuole. Alcuni alfieri della meritocrazia tentano di resuscitare i test INVALSI. Propongono in particolare di farli svolgere, anche in emergenza, su base volontaria. Ciò permetterebbe agli studenti “di avere un assessment gratuito su se stessi con un potenziale valore di orientamento sul cosa fare in futuro”. La presidente INVALSI, nel corso di una audizione parlamentare, ha annunciato che INVALSI sta lavorando alla messa a punto di prove in funzione formativa, da mettere a disposizione dei docenti che le volessero usare su base volontaria, con i propri studenti, per saggiarne le competenze sulla base delle indicazioni nazionali e delle linee guida”. Riusciranno i nostri eroi a resuscitare i test INVALSI? Lo sapremo a breve. La ministra Azzolina ha appena costituito una “task force” di esperti con il “compito di formulare e presentare idee e proposte sulla scuola”. A coordinare il comitato è Patrizio Bianchi, un economista che non proviene dal solito circolo degli economisti italiani dell’educazione e che è stato assessore alla scuola dell’Emilia Romagna. Ci permettiamo di suggerire alla ministra ed a lui che la situazione di emergenza potrebbe essere un’occasione unica non per sperimentare nuovi test, ma per rimettere in discussione l’impianto del sistema nazionale di valutazione. E per ridurre il carrozzone di burocrati, burocrazia e ricco indotto che gravitano intorno alla valutazione INVALSI.

Si moltiplicano interventi e commenti sulla scuola, proprio ora che la scuola non c’è. C’è chi si chiede con candore–dopo aver per anni scritto editoriali sulla scuola –  “come diavolo riescono – gli insegnanti -a tenere tanti bambini occupati e attenti”[1],  chi scrive una lettera di protesta domandando al ministero “di attivarsi concretamente per la sua riapertura in sicurezza” ; ci sono le tante voci di insegnanti e maestri, che raccontano le loro esperienze a distanza (qui, qui, qui).

Ma oltre alle testimonianze o ai commenti, c’è una sorta di rumore di fondo che non cessa. È il rumore del lavorio incessante di chi fa leva sulle nuove e temporanee prassi scolastiche per riorganizzare in maniera strutturale la scuola che verrà.

E’ recente la proposta di alcuni dirigenti scolastici, tra i più indaffarati  e “social”, che hanno stilato un documento operativo per il rientro a settembre, per i diversi ordini di scuola. L’idea è semplice:

 “Linee guida dettagliate, per ciascun livello scolare e per ogni disciplina, con esempi di Unità di Apprendimento a Distanza (UdAD), basate su contenuti il più possibile standard, reperibili su piattaforma appositamente predisposta, ma diffusi anche tramite canali TV dedicati.

Una riscrittura dei curricoli, in sostanza, affidata alle “migliori menti didattiche del Paese”:  i “Content Manager” e gli  “Instructional designer”, che si occuperanno di selezionare ed integrare contenuti e formati: una sorta di “lesson plan”, per i docenti. Chiavi in mano, pronti per l’uso. Metodologia didattica preferenziale: la flipped classroom.

L’idea di scuola che emerge dalle proposte dei dirigenti non è più la scuola del confronto democratico di punti di vista e proposte culturali, del pluralismo di metodi e approcci. E ciò non deve meravigliare: si tratta degli stessi autori dell’appello “Lasciateci Lavorare!”, commentato da Giovanni Carosotti qui, giorni fa. Quello in cui si diceva a docenti e sindacati – parafrasando – di tacere e lavorare, tacere e lavorare, per una buona volta. Senza indugiare su questioni come diritti o articoli della Costituzione.

Gli alfieri della valutazione “oggettiva”

Ma se si fa un gran parlare di didattica, di esasperazione delle disuguaglianze, di connessioni, videolezioni, rientri scaglionati e rotazioni classi, c’è un tema che proprio sembra definitivamente seppellito dall’emergenza sanitaria: quello della valutazione standardizzata. Il silenzio social (ultimo tweet data al 5 Marzo) dell’Istituto Nazionale di Valutazione INVALSI parla più di ogni comunicato stampa.

Un paio di articoli recenti hanno provato a riportare a galla. Il primo firmato da Tommaso Agasisti, direttore del Master in Management dell’Innovazione Digitale nelle Istituzioni Scolastiche del Politecnico di Milano [2]; il secondo da Paolo Sestito, dirigente Bankitalia, ex presidente INVALSI (si veda anche qui e qui). Coautori di un working paper della Banca d’Italia 2019), in cui propongono tecniche di machine learning per migliorare i ranking delle scuole, basati ovviamnete sul valore aggiunto (per cui si rimanda qui e qui).

Agasisti e Sestito rilanciano sul tema valutazione standardizzata, ricorrendo ad argomenti ben noti nell’arretrato dibattito italiano: binomio qualità dell’azione didattica/esito dei test, e quello meritocrazia-test vs complottismo. Nello scenario della scuola del lock-down questi argomenti si mostrano per quello che sono: argomenti usurati  e difficili da dare in pasto a un’opinione pubblica la cui sensibilità è altrove. Se ne rammarica Agasisti:

 “Nell’attuale situazione di lockdown [la scuola] ha messo in standby il rilevantissimo tema relativo alla valutazione della performancedelle istituzioni scolastiche. Nessuno in questo frangente si sta interrogando sulle migliori metodologie e strategie per valutare quali scuole siano migliori di altre”.

Tuttavia:

L’informazione sul valore aggiunto è di primaria importanza per una valutazione “equa” delle scuole. I genitori sono di norma più interessati ai punteggi medi nelle prove, per iscrivere i propri figli nelle scuole “migliori”. Il ministero dell’Istruzione dovrebbe, invece, avere più interesse per il valore aggiunto, come misura della capacità di ciascuna istituzione scolastica di massimizzare i propri risultati utilizzando le risorse a disposizione

Agasisti lancia un messaggio forte e chiaro: nell’emergenza tutto è stato concesso, anche procedere un po’ come meglio si è potuto, senza curarsi di pensare alle performance, di accumulare voti e fare test. Questa non è la normalità!  Il mondo della scuola non può essere liberato dal peso del” dover essere migliore” rispetto al  “benchmark” (tra compagni, tra colleghi insegnanti, tra dirigenti della provincia). L’era del merito è viva e vegeta e non sarà certo una pandemia a indebolirla.

L’emergenza può rappresentare una occasione per migliorare i modelli di valutazione basati sul valore aggiunto. Agasisti parte dalla constatazione che gli studi sull’”effetto scuola” sono poco affidabili:

“si osserva chiaramente che i risultati di valore aggiunto sono significativamente diversi da un anno a quello successivo, e le correlazioni sono particolarmente basse quando si confrontano i risultati a distanza di due anni.”

Questo non significa che il valore aggiunto non sia una misura valida della qualità dell’insegnamento. Basta migliorare il modello:

“I ricercatori (in primis, quelli di Invalsi) dovranno dunque continuare a lavorare sui modelli statistici per renderli più capaci di isolare informazioni utili per valutare in modo robusto, e consistente nel tempo, l’efficacia delle singole scuole. [..] appare utile provare a raccogliere in modo più sistematico e completo dati riferiti ai docenti delle scuole (età, titolo di studio, esperienza, aggiornamento, pratiche didattiche adottate e altro), affinché i modelli statistici possano essere arricchiti con nuove informazioni

Quello di Agasisti è un tipico caso di ciò che Terry J Muller, nel libro “The tiranny of metrics” (2018), chiama “ossessione metrica”.

Le componenti essenziali dell’”ossessione metrica” sono:

1) la convinzione che sia possibile e desiderabile sostituire il giudizio, acquisito attraverso l’esperienza e la professionalità, con indicatori numerici di performance, facilmente comparabili, basati su dati standardizzabili;

2) la convinzione che rendere queste misurazioni pubbliche (trasparenza) assicuri che le istituzioni stiano realmente “funzionando”, perseguendo i loro obiettivi;

3) la convinzione che il miglior modo per motivare le persone all’interno di un’organizzazione sia premiarle o penalizzarle in funzione della performance misurata, sia in maniera diretta, tramite denaro, che indiretta (reputazione) tramite classifiche.

L’ossessione metrica consiste nella persistenza di queste argomentazioni, a dispetto di tutte le conseguenze negative registrate nella pratica.

Tipicamente, la soluzione che chi è affetto da “ossessione metrica” ritiene praticabile è aggiungere nuovi indicatori della performance. Migliorare la statistica, i modelli, generare nuove cascate di dati. Perfezionare. Questo è quanto sembra suggerire Agasisti. La didattica non può procedere “empiricamente”, “artigianalmente”. L’apprendimento degli studenti non può essere giudicato e valutato solo da chi ne ha curato lo sviluppo. E non potrà farlo nemmeno a distanza. La scuola del futuro non potrà fare a meno della “qualità”.

In tema di ossessioni, interviene anche Sestito, che sembra meravigliarsi della disattenzione, se non addirittura delle critiche, ricevute per sua precedente proposta. La proposta di Sestito – ricordiamolo – era utilizzare i test INVALSI di quinta (secondaria secondo grado) come prova per l’esame di maturità. Come un’idea così semplice, e pure a costo zero, possa essere criticata, proprio non sembra possibile al dirigente Bankitalia:

Dare la facoltà alle scuole (non l’obbligo) di usare tali prove non mi sembrerebbe francamente un delitto grave e uno sconvolgimento del sistema. E men che meno mi sembra un delitto grave quello di consentire ai tanti maturandi, che quest’anno ancor più che in passato sono spesso già proiettati sui test di accesso a questo o quel corso di laurea, di avere un assessment gratuito su se stessi con un potenziale valore di orientamento sul cosa fare in futuro.”

Un assessment gratuito su se stessi ai maturandi. Come rifiutare?

Evidentemente chi non apprezzi una simile soluzione, riflette l’autore,  deve appartenere a quel ristretto manipolo di docenti (scuola, Università) ancora “ossessionati dal contrastare la meritocrazia”.

“Se nessuno è spaventato dal possibile proliferare dei 100 alla maturità si lascino pure le cose come stanno e rimandiamo al futuro, come è giusto che sia, una più complessiva riflessione sull’esame di maturità e sul suo ruolo anche per l’accesso all’istruzione universitaria”.

La chiusura di Sestito suona come un classico  “argumentum ad baculum”: lo spettro delle valutazioni impressionistiche, “interessate”, disomogenee degli insegnanti, su cui far leva per l’opzione più “giusta”: test INVALSI alla maturità.

Il tentativo di riciclaggio: i test come valutazioni formative

Mentre gli alfieri della meritocrazia tentano di riconquistare le pagine dei giornali, INVALSI annuncia che si sta preparando. Il 23 Aprile scorso, durante un’audizione presso la VII Commissione, in Senato[3] sul decreto legge scuola (su conclusione e avvio anno scolastico e svolgimento esami di Stato, ddl n. 1774) a presidente dell’INVALSI, Ajello dichiara:

L’INVALSI sta lavorando alla messa a punto di prove in funzione formativa, da mettere a disposizione dei docenti che le volessero usare su base volontaria, con i propri studenti, per saggiarne le competenze sulla base delle indicazioni nazionali e delle linee guida.

[..]

Si tratta di un compito nuovo che l’Istituto si è assegnato, proprio per poter dare la possibilità ai docenti che in questo periodo hanno dovuto fare appello a risorse diverse, con spontaneità e impegno, ma come dire, navigando in mare aperto, di avere una bussola di riferimento, per continuare la metafora, che informi in modo ATTENDIBILE su quanto gli studenti hanno appreso ed è rimasto loro, secondo la nota e più scherzosa definizione di apprendimento come quello che rimane quando si è dimenticato tutto il resto.

Si tratta, in altre parole, di alcune competenze fondamentali che l’Invalsi VERIFICA NORMALMENTE con le prove. Quindi queste prove iniziali non rivestono alcuna funzione classificatoria o valutativa dello studente – mi preme dirlo -ma eminentemente informativa per i docenti che ne volesse fare uso e sottolineano la funzione di servizio che una valutazione ATTENDIBILE può svolgere per le singole scuole e per i docenti.”[4]

Una dichiarazione breve ma decisa, che focalizza l’attenzione su quelli che potremmo definire “i fondamentali” e suona come un monito.

Bene la didattica a distanza, bene la “navigazione in mare aperto” dei docenti, ma mettiamo subito in chiaro una cosa: ciò che è stato fatto in questi mesi è poco più di un generoso e spontaneo atto dovuto.  Abbiamo avuto modo di discutere delle nostre romanticherie sulla relazione, sull’interazione tra corpi, l’importanza del dialogo docente-studenti, la bellezza di una scuola senza voti – almeno per un po’. Bene. Ora però torniamo con i piedi per terra: non possiamo fare a meno del Perito di Stato[5].

Tutto ciò che è accaduto in questi mesi, sembra ricordarci l’intervento della Presidente INVALSI, potrebbe anche non aver mai avuto luogo.

A decidere quanto vale il lavoro che la scuola ha svolto in emergenza sarà “l’informazione attendibile su quanto gli studenti hanno appreso ed è rimasto loro”. E questa informazione può venire solo dai test INVALSI, quell’enorme filtro percolatore che lascia passare tutto ciò che non conta e trattiene solo le “competenze verificate”.

Ecco allora che lo spirito di “servizio” (“una funzione di servizio che la valutazione attendibile può svolgere”) dell’Istituto non ci abbandonerà neanche questa volta. L’INVALSI ha ben pensato di “riciclare” i test non svolti per donarli come “bussole” ai docenti, evidentemente ritenuti non capaci di giudicare lo sviluppo dell’apprendimento dei loro studenti. Non sarà un obbligo. Ma anche i primi test INVALSI non lo furono. Le prove iniziali, nel lontano 2004[6], si insinuarono come altrettante “opportunità” per i docenti. In 15 anni dai test volontari siamo arrivati a 2,5 milioni di test l’anno. Obbligatori.

La parola alla Task Force

Le proposte della Presidente Ajello e i suggerimenti di Agasisti e Sestito paiono tentativi di resuscitare l’INVALSI dall’abisso in cui la pandemia lo ha relegato. Se quei tentativi avranno successo lo sapremo a breve. E’ del 21 aprile la notizia della nomina da parte della ministra Azzolina della “task force” di esperti:

“che avrà il compito di formulare e presentare idee e proposte per la scuola con riferimento all’emergenza sanitaria in atto, ma anche guardando al miglioramento del sistema di Istruzione nazionale”

E’ preoccupante che nel comitato ci sia un solo rappresentante dei docenti, insieme a diversi dirigenti scolastici – tra cui proprio una dirigente del gruppo  “Lasciateci lavorare!” – funzionari, docenti universitari e amministratori delegati. Ancora più perplessità sorgono quando si consideri che tra le proposte che il gruppo di esperti potrà formulare c’è anche “il rilancio della qualità del servizio scolastico nell’attuale contingenza emergenziale”. Che rivela una idea di scuola-azienda al servizio di famiglie e studenti clienti. A coordinare il comitato è stato nominato però Patrizio Bianchi, professore ordinario di Economia e Politica industriale. Già assessore all’educazione dell’Emilia Romagna, Bianchi non proviene dal solito circolo degli economisti italiani dell’educazione.

Suggeriamo alla ministra e al coordinatore che la situazione di emergenza potrebbe essere un’occasione unica per lanciare una moratoria sulla valutazione e i suoi dispositivi. Per rimettere in discussione tutto l’impianto del Sistema Nazionale di Valutazione. Per ridurre il carrozzone di burocrati, burocrazia e ricco indotto, che gravitano intorno alla valutazione INVALSI. Per archiviare il regolamento 80 del 2013 e scrivere una nuova pagina per la scuola che verrà.


[1] Antonio Polito, “Un alunno in casa: così noi genitori capiamo la grandezza dei docenti”, Corriere della Sera 19/4/20.

[2] Agasisti curò con Giorgio Vittadini il progetto di ricerca “Rapporto sulla scuola in Lombardia”, promosso dalla Regione in collaborazione con INVALSI.

[3] L’intervento della Presidente dell’INVALSI, Ajello, è circa dopo 1 h e 10 minuti dall’inizio.

[4] Grassetto e maiuscolo di chi scrive.

[5] Espressione di Renata Puleo, spesso impiegata nelle assemblee, nei corsi di formazione, nei seminari di approfondimento, ad indicare la sola valutazione oggi riconosciuta, in quanto unica “attendibile”:quella dei test.

[6] R. Puleo, “Valutare senza INVALSI si può”, Ed. Anicia 2019.

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Come resuscitare i test INVALSI ultima modifica: 2020-04-28T14:03:17+02:00 da Gilda Venezia
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