Così l’italiano (scritto) si è “perso” nel mare dei social

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di Marco Ricucci,  il Sussidiario, 1.4.2017

–  Le denunce e le prese di coscienza sull’ignoranza dell’italiano scritto commettono l’errore di limitarsi ad una questione squisitamente pedagogica. Il problema è più radicale.

Ci allarmiamo perché i nostri alunni non sanno più scrivere nella lingua che per secoli ha unificato culturalmente la nazione (come si legge nella nostra Costituzione) e ha trasmesso il nostro grande patrimonio culturale ovvero la letteratura italiana. Ma che bisogno c’è di saper scrivere bene nella nostra lingua?

La confusione che regna sovrana nei fogli protocollo vergati dai ragazzi dalla scuola primaria alla scuola superiore è il segno tangibile della destrutturazione del pensiero categorico e riflessivo, amante delle grandi sintesi, proprio in quanto diventa sempre più social, “liquidificato” nel marasma delle milioni di pagine di internet.

Maria Lo Duca, professoressa all’Università di Padova, in merito all’appello dei seicento sulla sorte della lingua italiana ha rilevato: “L’idea sottostante è che la lingua nel suo apparato formale — quindi ortografia, morfologia, sintassi, testualità — si debba insegnare ed apprendere nei primi anni, quelli che vanno grosso modo dai 6 ai 14 anni. Quello che avviene dopo non sembra interessare i firmatari della lettera. In realtà l’apprendimento della lingua, soprattutto delle abilità complesse che sottostanno alla stesura di un testo scritto formale (credo sia questa la preoccupazione centrale), non si dà una volta per tutte: è un processo lungo e complesso, che riguarda tutta la vita scolastica di un individuo, starei per dire tutta la vita di un individuo”.

Ha ragione: è un processo lungo e complesso, che andrà esercitato non solo nel corso dell’intero ciclo scolastico ma anche della vita di un uomo. Secondo me, il primo passo per scrivere bene è, nella prospettiva delineata da Krashen, saper “leggere” bene, e con passione: una premessa tanto scontata che diventava un mantra delle nostre amate maestre, non laureate, ma preparate — in generale — dagli istituti magistrali. Leggere una pagina equivale a leggere e interpretare il mondo: il pensiero, nel mondo delle ultime generazioni, è diventato critical thinking nel perseguimento del mito contemporaneo del problem soving. Ma che cosa significa, nel senso “classico”, “leggere” un testo?

Quando leggiamo un testo, empiricamente, diciamo di “seguire” il testo. Ma cosa significa esattamente seguire il testo?

Secondo le teorie dello psicolinguista americano Frank Smith, nel saggio fondamentale Understanding Reading: A Psycholinguistic Analysis of Reading and Learning to Read, edito nel 2004, significa che, quando leggiamo, facciamo predizioni, eliminando l’incertezza delle alternative probabili, cioè, sostanzialmente, ciò che tentiamo di predire è il significato (meaning), sebbene ci possano essere alcune parole o frasi che confermino o meno la nostra interpretazione; cerchiamo, dunque, il senso generale, mentre la nostra mente è impegnata a fare un certo numero di predizioni dettagliate e, al contempo, verifiche di queste. Esse hanno una piattaforma comune a livello operativo: le nostre aspettative più generali sui specifici punti dove il testo ci vuole condurre nel suo insieme. Secondo Smith “noi comprendiamo quando ‘facciamo senso’ dell’esperienza. La comprensione durante la lettura consiste nel ‘fare senso del testo’, ponendo in relazione la lingua scritta a ciò che sappiamo già e a ciò che vogliamo conoscere o sperimentare”.

Durante la lettura noi continuamente siamo alla ricerca della significatività che possa facilitare la comprensione, operando predizioni cioè utilizzando ogni genere di informazioni per ridurre l’incertezza delle alternative che possono rendere il significato ambiguo oppure oscuro. Queste informazioni sono di natura linguistica e di natura extralinguistica.

L’identificazione del significato è sinonimo di comprensione, ma tale sinonimia sottolinea il fatto che il lettore, facendo senso del testo, pone domande implicite al testo sul significato piuttosto che sulle parole o sulle lettere: il significato, infatti, non risiede sulle struttura di superficie, in attesa di essere preso (picking up), ma, essendo inerente al testo letto, è sempre relativo a ciò che il lettore conosce già e a ciò che vuole conoscere.

In questa prospettiva, la comprensione della lettura e nella lettura, cioè l’identificazione di significato, comporta la riduzione dell’incertezza di un lettore, che si pone domande e trova le risposte: il lettore deve, perciò, avere specificazioni sui significati, specificazioni che cambiano costantemente mentre i significati si sviluppano. Se i bambini, in modo naturale, imparano a comprendere il senso dalla parola scritta, lo fanno proprio perché, in modo naturale, tentano di portare senso a tutto ciò in cui si imbattono.

La lettura, dunque, può essere definita come una relazione diretta tra segno, carattere stampato e significato, per cui conclude Smith: “noi impariamo quando capiamo: l’apprendimento è il prodotto della comprensione. In effetti, i bambini imparano il linguaggio nella stessa maniera in cui gli archeologi decifrano gli antichi testi, ovvero portando senso a essi: è tutto naturale…”.

Nella prospettiva di Smith, capire il mondo e capire un testo sono le facce di una medesima medaglia, laddove la scrittura, come attività cognitiva, può diventare antropologicamente una “sistemazione” di ordine mentale capace di informare di sé il mondo. Scrivere in maniera corretta è anzitutto un valore aggiunto, epistemologicamente, al mondo esterno a noi: l’adolescente dei nostri giorni è un novello Ulisse che naviga in un mare di internet, essendo sempre connesso a un mondo parallelo, metafisicamente più gratificante e affascinate della realtà: da Facebook a Instagram, da wikipedia agli ultimi ritrovati dei social network, il fare senso diventa alternativo al mondo reale e circostanziato; le parole sono particelle sospese slegate dalle regole grammaticali che non sono più normative di un principio ordinatore del mondo, ma lo stanco mantra di maestri e professori sottopagati e messi alla berlina dal pubblico ludibrio…

Assistiamo, dunque, a un analfabetismo di ritorno, in cui la società orale dei tempi preletterari riacquista una sua attualità in un format moderno. Come scrive il gesuita Walter Ong, “Siamo tanto abituati alla scrittura che ci riesce molto difficile concepire un universo mentale e della comunicazione che sia precipuamente orale e non una semplice variante di un universo alfabetizzato (…) Tranne che negli ultimi decenni gli studi linguistici hanno sempre rivolto la loro attenzione ai testi scritti piuttosto che all’oralità, e questo per un motivo facilmente comprensibile: lo studio di per sé è legato alla scrittura. Ogni tipo di pensiero, compreso quello delle culture orali primarie, è in una certa misura analitico: vale a dire, suddivide la propria sostanza in varie componenti. Ma senza saper leggere e scrivere, non si è in grado di eseguire un esame dei fenomeni o delle affermazioni che si fondi sull’astrazione e sia sequenziale, classificatorio ed esplicativo. Gli appartenenti alle culture orali primarie, cioè totalmente ignare della scrittura, imparano molto, posseggono e praticano una profonda saggezza, ma non ‘studiano’. Essi imparano non attraverso lo studio in senso stretto, ma mediante una sorta di apprendistato… imitazione, esempi, proverbi, sentenze e altre forme semplici…”.

Perché i ragazzi devono imparare a scrivere in maniera corretta quando il mondo che li circonda è basato sulla oralità di ritorno, caratteristico delle società antiche — loghi, slogan, foto, frasi commercializzate, locuzioni, istruzioni, tutte standardizzate in internet (Es. mi piace, cerca, password, nickname, ecc….)?

A mio avviso, non si tratta solo di una questione squisitamente pedagogica (cioè su come insegnare agli alunni meglio la lingua italiana per scriverla), ma di un discorso più profondo, quasi strutturale del nuovo prototipo dell’evoluzione della specie umana. Il nativo digitale sta ricostruendo una nuova versione della realtà che non riesce più interpretare secondo la forma tradizionale della scrittura. Perché è difficile dare senso e fare senso di questo mondo attraverso la parola scritta. Forse la reality (con l’articolo femminile) ammette una scrittura fondata su una lettura meno basata sulla comprensione nel senso di capire, ma più basata sulla comprensione nel senso di essere comprensivi. A partire nei confronti dei nostri alunni, figli, nipoti.

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Così l’italiano (scritto) si è “perso” nel mare dei social ultima modifica: 2017-04-01T06:55:57+01:00 da Gilda Venezia
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