Formazione obbligatoria, tutti i nodi da sciogliere (e qualche suggerimento)

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di Sandra Ronchi,  il sussidiario,  16.1.2016.  

La formazione professionale cambia l’insegnamento in aula se risponde al bisogno reale del docente. Proprio per questo la legge 107 rischia di non funzionare. Ecco i problemi

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Obbligatoria, permanente e strutturale: così dovrebbe essere la formazione secondo il comma 124 della legge 107/2015 e così viene ribadito nella recente Nota n. 35 del 7 gennaio 2016, che potrebbe introdurre interessanti prospettive. Tre indicazioni che, se saranno effettivamente attuate, renderanno la formazione in servizio degli insegnanti di ruolo molto gravosa. Formazione che sarà  definita dalle scuole in coerenza con il Ptof, con il piano di miglioramento, e sulla base delle priorità  indicate dal piano nazionale di formazione. In attesa del quale, molti sono i punti oscuri che andrebbero chiariti.

Quante ore? Quanti docenti coinvolti? – Innanzitutto la consistenza oraria: nulla si dice e nulla si deduce nelle pieghe della legge 107 e neppure della Nota citata.
Dal dettato di legge parrebbe che tutti i docenti di ruolo siano vincolati alla formazione, essendo appunto obbligatoria. Ricordiamo che la formazione, diritto-dovere negli anni 70, diventata negli anni 90 solo un diritto, ritorna ad essere un dovere. Anche per questo aspetto, però, nulla si dice: e probabilmente spetterà  al dirigente far rispettare l’obbligo. Con tutta la discrezionalità  del caso.
Si scopre però che i fondi messi a disposizione per tale formazione dallo Stato sono solo 40 milioni di euro, non certo in grado di fornire a tutti i docenti di tutte le scuole d’Italia un corso di aggiornamento. Si incomincia a vociferare che si potrebbe procedere come per la formazione in servizio dei docenti di sostegno specializzati: gli uffici periferici del Miur, in particolare, gli Usr, erogherebbero dei corsi attraverso scuole-polo, così da coinvolgere solo alcuni docenti per scuola. Tra l’altro: i fondi si intendono per chi il corso lo tiene, non certo per chi lo frequenta!

Quali modalità  di partecipazione e quali contenuti? La legge 107 e la Nota 35 chiedono esplicitamente che siano le scuole ad individuarli, ponendo però tre vincoli cogenti: 1. il Ptof; 2. il piano di miglioramento, 3. il piano nazionale di formazione.
Se è vero che questa legge vuole esaltare l’autonomia delle scuole, è pur vero che, in qualche modo, la limita, dal momento che le istituzioni scolastiche devono muoversi all’interno del piano nazionale e ” – in subordine – ” dei loro stessi Ptof e piani di miglioramento. Il che è corretto metodologicamente, ma pone qualche criticità  nella pratica.
Infatti, ciò che andrebbe scongiurato, e che invece si incomincia a leggere su alcuni siti dedicati, è la possibilità  che le scuole coinvolgano nella loro formazione solo alcuni docenti. Ad esempio, quelli direttamente coinvolti nel Pdm progettato dalla scuola; oppure quelli implicati negli esiti – non positivi – dei questionari Invalsi.
Per quanto riguarda la prima ipotesi, se ad esempio una scuola avesse scelto di intervenire sull’orientamento in uscita, sarebbero coinvolti solo i docenti da sempre responsabili dell’orientamento: una piccola parte del corpo insegnante e – per di più – i soliti noti.
Ancor peggio se si volessero implicare solo gli insegnanti coinvolti nelle prove Invalsi: perché mai solo quelli di lettere e di matematica? Non si tratta soltanto delle conoscenze specifiche di italiano o matematica, ma di competenze che riguardano la comunicazione, il ragionamento, la riflessività, e così via, e quindi afferiscono ad ogni docente del consiglio di classe!
Il vincolo posto dalla legge 107, perciò, potrebbe essere trasformato dalle scuole in una blindatura innaturale rispetto alla scelta degli argomenti dei corsi di formazione che la scuola deve indicare nel Ptof: aggiornamenti che potrebbero non cogliere i veri bisogni dei docenti.

Autonomia delle scuole e libertà dei docenti Suggerimenti per le scuole e per il legislatore:
– per le scuole: nei collegi, i docenti dovrebbero fare in modo da deliberare per il Ptof un ventaglio molto ampio di argomenti rispetto alla formazione, in modo da rispondere alle esigenze della scuola, ma anche dei singoli insegnanti.
– per il legislatore: il Miur dovrebbe provvedere a riconoscere che, se il piano di miglioramento risulta prioritario rispetto alla formazione, le scelte dei singoli docenti non lo sono di meno. Facciamo degli esempi: se in una scuola i risultati di matematica sono inferiori alle medie nazionali/regionali, dovrebbero essere organizzati solo corsi per le materie scientifiche? E gli altri?
Inoltre: i livelli di formazione sono molto differenziati. Accanto all’insegnante completamente digiuno di aggiornamento, ve ne sono altri che, negli anni, hanno maturato una ricca competenza in alcuni ambiti: perché, allora, i docenti dovrebbero essere coinvolti tutti allo stesso livello? Perché non si potrebbero scegliere altri corsi, in altre regioni o stati? Oppure perché un docente non potrebbe formarsi su una questione per lui più significativa? Certo, rimane il bonus da 500 euro: ma questa risulta una scelta personale, mentre sussiste il problema del piano della scuola che, una volta configurato, diventa obbligatorio per tutti i docenti.
Insomma, occorre che il Miur riconosca la massima autonomia alle scuole (così come già la L. 107 predispone) nell’individuazione dei corsi; e le scuole riconoscano la massima libertà ai docenti di scegliere il proprio aggiornamento.
Non vorremmo che si assistesse alla solita formazione a cascata dall’alto: corso proposto dal Miur, o dall’Usr o corso di rete di scuole che sia. La cosa migliore sarebbe che le scuole potessero accedere direttamente ai fondi (pochi o tanti che siano…) e potessero progettare un aggiornamento a misura delle reali — e variegate — necessità. E che i docenti potessero individuare l’argomento e la modalità di formazione più consona.

Formazione obbligatoria, tutti i nodi da sciogliere (e qualche suggerimento) ultima modifica: 2016-01-16T06:40:07+01:00 da Gilda Venezia
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