Categorie: Riforma

Gli italiani e la cultura, ovvero come scippare le piazze ai cittadini

Astolfo sulla luna, 19.1.2020

– “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura”, così recita l’incipit dell’articolo nove della Costituzione.

Leggiamo sul Sole24Ore che “Dai recenti test internazionali Pisa-Ocse .. è emerso in particolare un crollo della performance delle 15enni nelle prove di lettura (comprensione di testo), mentre i ragazzi si sono mantenuti sostanzialmente stabili, il che ha livellato verso il basso il ‘gender gap’.” L’economista Borgonovi, confrontando i dati di un decennio, ha scoperto che il “punteggio” delle ragazze è calato in media quasi del 5%, e avanza alcune ipotesi per spiegare il fenomeno, la prima delle quali riguarda ancora un eventuale gender gap nello svolgimento dei quiz al computer nell’edizione 2018 invece che sulle schede cartacee del 2009, dal momento che le studentesse sarebbero “meno a loro agio rispetto ai ragazzi in un ambiente digitale”. Tuttavia, analizzando meglio i dati, nota che «il mezzo digitale in un certo senso può essere un potenziale promotore di divario» , infatti le “ragazze brave” non hanno peggiorato le loro performance, mentre per le “low achievers”  il digitale è diventato «un mezzo di ‘distrazione di massa’». Per inciso, osserviamo che, da insegnanti, e quindi promotori di cultura, ci si potrebbe chiedere se e quanto sia il caso di insistere nell’utilizzo di strumenti informatici in classe.

Ora, volgendo l’attenzione a tutta la popolazione, troviamo che nel 2018 (dati AIE) gli italiani che hanno letto almeno un libro lo scorso anno, sono stati 29,8 milioni su un totale di oltre sessanta milioni di individui. I dati disaggregati per classi di età, mostrano, confermando chi teme il peggio, che da circa un 97% di lettori alle scuole primarie, l’inarrestabile discesa porta il numero di ultracinquantenni che non leggono mai a diventare ampia maggioranza nel paese. Se a questi dati aggiungiamo la ormai famosa statistica secondo la quale siamo terzi al mondo per numero di telefonini pro capite (superati solo da Corea del Sud e Hong Kong) e che in media passiamo circa due ore al giorno sui social, possiamo concludere dando ragione a chi tanti anni fa sosteneva che la scuola sarebbe stato meglio abolirla, anche se allora adduceva ben altre ragioni. A parte ciò, sembra purtroppo di poter concludere che in oltre settant’anni la Repubblica non abbia saputo realizzare il sopra richiamato principio costituzionale.

Qui si innesta un’esemplare vicenda che verrà inscenata fra qualche giorno: nel momento in cui scriviamo, pare che l’uomo politico che recentemente ha svolto il suo incarico di ministro più nelle piazze virtuali e reali che nelle sedi istituzionali, chiuderà la campagna elettorale per conquistare il governo della regione modello del nostro paese, in un piccolo centro dove si è consumata una triste vicenda dai torbidi risvolti penali. Infatti l’autorità a cui compete la tutela dell’ordine pubblico nella zona, ha deciso di assegnare la piazza a quel politico e al suo partito, nonostante tale luogo pubblico fosse già stato prenotato da un soggetto sociale che da pochi mesi è comparso in numerose piazze italiane: il motivo tecnico sarebbe che i partiti politici hanno la precedenza nell’occupazione del suolo pubblico.

Ma proprio qui sta il punto: infatti, il lungo decadimento culturale del nostro paese condiziona fortemente la qualità della nostra democrazia: in dieci anni abbiamo visto l’ascesa fulminante e il lento tramonto di un movimento politico che della partecipazione digitale aveva fatto la propria ragion d’essere. Il principale artefice del disfacimento di tale movimento per certi versi unico al mondo, messo in piedi da un comico e un pubblicitario, è proprio l’uomo politico di cui sopra, che – proprio a partire dai dati sociologici che ho prima velocemente riassunto – si è dotato di uno staff propagandistico soprannominato La Bestia, trascinando il suo partito in una crescita di consensi apparentemente irresistibile.

Ragionando dal punto di vista istituzionale, la vecchia forma partito, che a livello nazionale ormai sopravvive in una sola area politica incontrando ora forti difficoltà proprio nella sua regione modello, non è più adatta a svolgere lo storico ruolo di cinghia di trasmissione della volontà popolare agli organi di governo: come sappiamo nella società liquida globale questo fenomeno investe anche i paesi anglosassoni che vantano le più antiche tradizioni democratiche; la forma partito resiste ancora, per quanto faticosamente, solo nel mondo germanico dove è forte la presenza dei cosiddetti corpi intermedi, consolidata dalla loro lungimirante costituzionalizzazione: viceversa, nella storia nostro paese, in cui tali corpi intermedi subirono un forte logoramento, l’analogo tentativo consistente nell’assegnazione di compiti consultivi e propositivi al CNEL, è miseramente fallito.

Tornando all’attualità politica, non ci resta che sperare che gli elettori della regione che va ora alle urne,  dei quali la maggioranza forse non legge mai, pur restando probabilmente all’oscuro del fatto che in quella piazza la democrazia sostanziale subirà un grave vulnus, abbiano comunque il buon senso di non cadere nella trappola.

19 gennaio 2020                                                                                Astolfo sulla Luna


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Gli italiani e la cultura, ovvero come scippare le piazze ai cittadini ultima modifica: 2020-01-19T11:25:53+01:00 da Gilda Venezia
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