Ho chiesto ai miei studenti di scrivere un racconto su questi giorni di quarantena

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di Giorgio Biferali , Il Libraio, 13.4.2020

– “Ho chiesto ai miei studenti di scrivere un racconto sull’isolamento: come si sentissero, come fossero cambiate le loro abitudini, il rapporto con la loro casa, che idea si fossero fatti di questo momento storico, cosa si aspettassero dal futuro, cosa avrebbero fatto, una volta finita la quarantena”. Il risultato ha molto colpito Giorgio Biferali, scrittore e insegnante, che ne parla su ilLibraio.it: “Forse è vero, come diceva qualcuno, che ci vuole tempo per diventare giovani. E anche, come diceva qualcun altro, che i ragazzi vedono il tutto nel nulla, e gli adulti il nulla nel tutto. Io ho la fortuna di essere qui, di fare quello che faccio, di leggerli, di far parte, almeno per un po’, delle loro vite, per ricordarmi ogni giorno di quel tutto, e per non perdermi (nel) nulla”

Com’era la vita, prima? Cosa facevo al posto di fare lezioni su zoom, videochiamare amici e familiari, pubblicare nelle storie di instagram i ricordi del mio archivio, seguire incessantemente i telegiornali, guardare una serie dopo l’altra, affacciarmi alla finestra, aspettare? Ah, sì, vivevo, semplicemente, senza rendermi conto, ogni giorno, di essere fortunato, senza sentirmi sempre davvero felice. Se sono arrivato a farmi queste domande, forse, mi sto abituando, e forse tutto questo abituarsi, questo profondo, radicato spirito di adattamento, questo darwinismo cosmico, ecco, fa parte di me, di noi, della condizione umana in generale.

Tutto è cambiato il 4 marzo, poco più di un mese fa. Io ero a scuola, in una scuola bella nel centro di Roma in cui insegno letteratura da quasi due anni. Stavamo pranzando, avevamo appena finito di leggere quel passo de I promessi sposi in cui Renzo si sveglia in hangover, dopo essersi ubriacato all’osteria della Luna Piena. È arrivata, sui telefonini di tutti gli studenti, con la velocità della luce, una foto, un fermo immagine di un tg dove c’era una striscia con su scritto “Coronavirus: da domani scuole sospese in tutta Italia fino al 15 marzo”. Nei corridoi della scuola, all’aperto, durante la ricreazione, si respirava un’aria di festa. Come se fosse l’ultimo giorno di scuola, come se fosse il primo giorno di una vacanza inaspettata. Quando è suonata l’ultima campanella, si faceva fatica a contenere gli studenti, correvano così forte che ti davano la sensazione di voler buttare giù i muri e le porte, pur di essere finalmente fuori.

Poi la vacanza si è prolungata, tanto da non sembrare nemmeno più una vacanza, quel 15 marzo è diventato il 3 aprile, che diventerà poi chissà quando, a data da destinarsi. E adesso eccoci qui, un po’ spaesati, a vivere le nostre nuove vite a distanza, che si somigliano tutte, ritagliate all’interno di giornate lunghissime che però finiscono troppo presto, che ci fanno sentire come Bill Murray il giorno della marmotta, in una primavera più da vedere, che da sentire, che sembra un insieme di quadri pieni di colori, nella cornice delle nostre finestre. Adesso, invece di uscire di casa, di entrare in classe, di aprire le finestre per cambiare l’aria, di aspettare che tutti si siedano, che prendano i libri, di percepire quel silenzio vivo che poi non è altro che un punto d’incontro, dove nascono i dubbi e i chiarimenti, e si nascondono le idee, si accende zoom, si programmano le lezioni, ci si saluta e ci si vede attraverso un video, ci si parla con un microfono, e si può alzare la mano o fare lo spelling di una parola complicata attraverso la chat. Non è una situazione facile, e a volte anche parlare di cose belle come la nebbia di Pascoli o il lago ghiacciato dell’inferno dantesco, può risultare un po’ straniante, meccanico.

Ad alcuni dei miei studenti, perché non perdessero l’abitudine alla scrittura, oltre alle classiche relazioni sui libri che avevamo letto insieme, ho chiesto di scrivere un racconto sull’isolamento, sulla quarantena: come si sentissero, come fossero cambiate le loro abitudini, il rapporto con la loro casa, che idea si fossero fatti di questo momento storico, cosa si aspettassero dal futuro, cosa avrebbero fatto, una volta finita la quarantena. Leggerli, a pensarci bene, mi ha fatto capire quanto fossimo diversi, quanto fosse limitante quell’idea standard di una scuola in cui ci sono i giochi di ruolo fissi, immobili, dove ci sono io che insegno e loro che imparano. I loro racconti, più degli striscioni appesi sui balconi, più delle promesse del governo, più dei ricordi, hanno avuto su di me un effetto rassicurante, hanno addolcito questa sorta di limbo, questa nuova forma di solitudine, che ha una scadenza, sì, che passerà, ma non sapendo quando e in che modo, ecco, la rende un po’ meno sopportabile.

Hanno capito tutti che in quella foto, ricevuta sui telefonini all’ora di pranzo di quello che sembrava un mercoledì come tanti altri, non c’era affatto una bella notizia, che quel momento non era, come si pensava, l’inizio di una piccola vacanza. Una ragazza mi ha scritto che se l’avesse solo lontanamente immaginato, avrebbe fatto durare di più quegli abbracci, quei momenti passati insieme ai suoi compagni. Un po’ come in Friends, quando Mike e Phoebe si lasciano e lui le dice che se avesse saputo che quello era il loro ultimo bacio, allora, forse, l’avrebbe fatto durare per sempre. Le lezioni, scrivono, sono diventate un po’ come degli “scogli a cui aggrapparsi, per pensare che stiamo facendo qualcosa, che non buttiamo via le giornate”. E se ai nostri nonni, mi scrive un ragazzo, è stato chiesto di andare in guerra, a noi, invece, chiedono solamente di restare a casa, quindi, di cosa ci lamentiamo? Un’altra studentessa mi ha scritto che nelle note del cellulare sta facendo un elenco delle cose che farà dopo che tutto questo sarà finito. Non appena l’ho letto, avendo una specie di ossessione per gli elenchi di ogni tipo, ho pensato di fare più o meno la stessa cosa, scrivendo tutte le cose belle che leggo nei loro racconti, per poi appenderle in soggiorno, accanto al calendario di Internazionale, così da vederle ogni mattina, mentre aspetto il primo caffè.

“Non pensavo che servisse un’epidemia per farci stare insieme”, mi scrive un’altra studentessa, parlando della sua famiglia, come se nella vita di prima, quella a cui eravamo abituati, dessimo per scontate troppe cose, trascurando le persone più importanti. E a pensarci bene, in parte, è proprio così. E mentre io mi lamento per gli applausi e per l’inno d’Italia delle 18, c’è una studentessa che pensa a questi flashmob come a un modo per far sentire un po’ meno sole le persone anziane. E tra la scoperta di nuove ricette, l’aiuto nelle faccende domestiche, c’è chi si gode ogni centimetro di strada quando va a buttare l’immondizia, mentre osserva la città deserta, non la riconosce e sente perfino la nostalgia dei clacson, e chi si chiede come avremmo fatto, in questo momento, senza tutti questi mezzi, senza tutte queste piattaforme virtuali in cui trovarsi. E più leggo, più prende forma questo nuovo elenco immaginario con le loro piccole grandi verità. “Ogni sera, quando vado a dormire, penso alla fortuna che ho di essere nella mia casa, con i miei familiari, al sicuro”. “Intanto, il mare sta riprendendo il suo colore, gli animali tornando nel loro habitat naturale”. “La cosa più strana, adesso, è che penso che la scuola sia la cosa più bella del mondo”. “Non chiedo di fare chissà quali viaggi, voglio solo riabbracciare i miei amici”. “Mi mancano i miei amici”.

Forse è vero, come diceva qualcuno, che ci vuole tempo per diventare giovani. E anche, come diceva qualcun altro, che i ragazzi vedono il tutto nel nulla, e gli adulti il nulla nel tutto. Io ho la fortuna di essere qui, di fare quello che faccio, di leggerli, di far parte, almeno per un po’, delle loro vite, per ricordarmi ogni giorno di quel tutto, e per non perdermi (nel) nulla.


L’AUTORE – Giorgio Biferali è nato a Roma nel 1988. Ha pubblicato A Roma con Nanni Moretti (2016), una sorta di diario di viaggio scritto insieme a Paolo Di Paolo e tradotto in Francia; il racconto illustrato Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna(2017); il suo romanzo d’esordio, L’amore a vent’anni (2018), presentato al Premio Strega. Il suo ultimo libro, uscito per La Nave di Teseo, è Il romanzo dell’anno. Collabora con quotidiani e riviste culturali, dove si occupa principalmente di cultura pop. Insegna Italiano e Storia in un liceo.

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Ho chiesto ai miei studenti di scrivere un racconto su questi giorni di quarantena ultima modifica: 2020-04-13T07:27:09+02:00 da Gilda Venezia
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