di Andrea Carlino, Orizzonte Scuola, 4.4.2026.
Il corsivo cancellato, come l’addio alla penna sta riscrivendo il nostro cervello.
Perché la scrittura a mano non vuole morire.
Il risultato, a distanza di quattro decenni, è sotto gli occhi di chiunque entri in una classe: il corsivo è diventato una lingua morta, qualcosa che i bambini guardano con lo stesso stupore riservato a un oggetto vintage. Eppure, come documentano ormai numerose ricerche, quella rinuncia non è affatto neutrale. Non si tratta di nostalgia per i vecchi pennini. Si tratta di neurofisiologia.
Il problema delle ventinove ossa
Proviamo a osservare la faccenda dalla prospettiva del corpo. Come ricorda Marco Belpoliti su Repubblica, un bambino che ancora non ha compiuto cinque o sei anni difficilmente riesce a scrivere in modo fluido. Non perché sia svogliato o immaturo, ma per una ragione puramente anatomica: dalla spalla alla punta delle dita, la catena che collega l’omero al pollice conta ventinove elementi ossei. Coordinarli richiede tempo, pratica, e una progressione naturale dello sviluppo psicomotorio. La scrittura è un’attività complessa, e come tutte le attività complesse non si improvvisa.
Proprio per questa ragione, i bambini che arrivano in prima elementare credendo di saper già scrivere – perché hanno visto i genitori impugnare una penna e hanno provato a imitarli – in realtà padroneggiano solo le maiuscole. Lo stampatello, con le sue linee dritte e le sue curve semplici, è tecnicamente più accessibile. Ma è anche intellettualmente più povero.
L’intuizione non è nuova. Giungono da oltre un secolo i suggerimenti di Maria Montessori, che invitava gli insegnanti a partire sempre dalle forme rotonde, quelle che preparano la mano al fluire del corsivo. Perché il corsivo – quello che nelle nostre scuole ha preso il nome di “stile inglese” – non è semplicemente un modo alternativo di tracciare lettere. È una sorta di danza delle dita, un esercizio che armonizza il movimento manuale con l’attività intellettuale.
Il ductus e il corpo che pensa
Roland Barthes, in un libro che meriterebbe di essere riscoperto (Variazioni sulla scrittura), sosteneva che scrivere a mano coinvolge l’intera fisicità di chi scrive. Non è un’operazione meramente tecnica, ma un’esperienza singolare, unica, persino “goduriosa”. Ogni tracciato è diverso dall’altro perché ogni corpo è diverso.
Ora, cosa succede quando smettiamo di esercitare questa facoltà? Succede che perdiamo progressivamente la dimensione tattile delle nostre azioni quotidiane. Siamo sommersi da stimoli visivi, da schermi che ci restituiscono caratteri sempre identici, standardizzati, senza alcuna traccia del corpo che li ha generati. E le neuroscienze lo confermano: meno usiamo il tatto per interagire con il mondo, meno efficienti diventano le nostre interconnessioni neuronali.
Il paradosso della valle dei computer
C’è una sottile ironia in tutto questo. La Silicon Valley, cuore pulsante della rivoluzione digitale, è anche il luogo dove molti dirigenti tecnologici scelgono per i propri figli scuole steineriane – quelle ispirate alla pedagogia Waldorf – in cui ogni dispositivo elettronico è rigorosamente bandito. Qui i bambini scrivono a mano, lavorano a maglia, intagliano il legno. Perché attività manuali di questo tipo sviluppano quelle capacità di problem solving che poi, da adulti, serviranno loro per progettare algoritmi.
D’altronde, la ricerca empirica è chiara: apprendere l’alfabeto attraverso la scrittura a mano potenzia la memoria delle forme delle lettere, accelera l’acquisizione della lettura e facilita il riconoscimento precoce dei segni grafici.
Il rovescio della medaglia
Non tutti, però, vedono con entusiasmo questa riscoperta della penna. Anne Trubek, autrice di una storia della scrittura a mano dal titolo eloquente (The History and Uncertain Future of Handwriting), lancia un allarme: se gli esami tornassero a essere scritti a mano, gli studenti con una brutta calligrafia rischierebbero di essere penalizzati a prescindere dalla sostanza delle loro risposte. “Diventa discriminatorio”, dice Trubek. “La calligrafia non ha nulla a che fare con l’intelligenza o con la capacità di ragionare sulla storia romana”.
È un’obiezione seria. Così come è seria la preoccupazione che un ritorno all’analogico possa riaprire vecchie ferite – quelle di generazioni di studenti con disgrafia o con semplici difficoltà motorie. Tuttavia, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è in grado di produrre saggi universitari in pochi secondi, mostrare il proprio lavoro passo per passo rimane forse l’unica strada percorribile. Già accadde con le calcolatrici grafiche: gli insegnanti cominciarono a chiedere agli studenti di mostrare i calcoli intermedi, non solo il risultato finale.
Camminare e scrivere
Forse non è un caso che nella nostra epoca, dominata dallo stare seduti davanti a uno schermo, stiamo perdendo anche il piacere di camminare senza meta. Barthes aveva ragione: la scrittura “è dalla parte del gesto e mai del volto”. Ciò che le tecnologie visive stanno erodendo è innanzitutto il senso dello spazio, la consapevolezza di essere corpi che si muovono in un’estensione che non si limita a una stanza o a un appartamento, ma è la superficie del mondo – quella stessa superficie che i nostri antenati hanno attraversato per migliaia e migliaia di anni.
Man mano che l’intelligenza artificiale penetra nelle scuole e nelle case, la scrittura a mano non scomparirà. Si trasformerà piuttosto in una frontiera, in un modo per attestare la nostra irriducibile umanità. Quel gesto minimo di otto centesimi di secondo – quel ductus che ci rende unici – potrebbe diventare l’estremo baluardo di una specie che non vuole dimenticare di essere fatta di carne, di ossa e di pensiero in movimento.
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